Antonio Cartelli - Marco Palma

Paola Supino Martini

Per la storia della ‘semigotica’
("Scrittura e civiltà", 22 [1998], pp. 249-264, escluse le tavole)
[redazione del testo a cura di Erica Orezzi]

      Uno dei fenomeni grafici contemporanei alla massima diffusione delle litterae textuales (o gotica) sembra essere stato peculiare dell’Italia. In Italia, di fatto, non soltanto si ebbe una gotica rotunda – cioè, a differenza di quella d’Oltralpe, nient’affatto spezzata e angolosa – ma anche un precoce fenomeno di reazione alla gotica, costituito dalla cosiddetta semigotica.
      Ma quali sono i caratteri individuanti della gotica e quali della semigotica?
      È ormai accertato che l’uso di una penna a punta mozza, diversamente da quanto si era a lungo creduto (1), non è stato determinante nella definizione della gotica. Le conclusioni dello studio del 1988 di Emanuele Casamassima – Tradizione corsiva e tradizione libraria nella scrittura latina del Medioevo – hanno chiarito che la testuale s’identifica come scrittura "serrata e insieme fortemente strutturata", costituita dalla "articolazione interna" di pochi elementi costitutivi ricorrenti, tracciati a tocchi di penna, naturalmente una penna a punta mozza (2). A differenza di quanto era accaduto nel passato, la libraria non avrebbe esercitato alcuna influenza sulla coeva corsiva, o littera minuta corsiva, eseguita currenti calamo, con una penna a punta sottile e dura che produce tracciato sia uniforme sia tendente alla fusione dei tratti (3). Inoltre, quanto era sempre parso caratterizzante della gotica – le cosiddette ‘regole di Meyer’ – avrebbe costituito, invece, insieme con altri elementi ed ancora secondo Casamassima, uno "strato grafico moderno", comune alla libraria e alla corsiva:

nesso dinamico delle curve contrapposte e nesso OR e assimilati, D così detta onciale, S ‘tonda’, ossia capitale, in fine di parola grafica, lettera V ‘angolare’, ossia capitale, all’inizio di parola, nota tachigrafica 7 in sostituzione, in maniera esclusiva, della legatura et (4).

      Quanto alla semigotica, la reintroduzione del "termine desunto dall’uso dei bibliografi", poco prima della metà degli anni Cinquanta, si deve a Giorgio Cencetti, secondo cui da Francesco Petrarca in poi, per serpeggianti esigenze di riforma grafica di cui l’illustre letterato si fece interprete,

si forma e si diffonde così in Italia settentrionale una scrittura gotica semplificata, caratterizzata per lo più dalla a corsiva chiusa, dalla s finale chiusa, dall’uso della r ad uncino e da qualche legatura, ma anche da un tracciato tondeggiante, semplice e chiaro, che l’accosta alle scritture umanistiche [...] (5).

      Uno studio della semigotica del Petrarca e della sua fortuna e diffusione negli ambienti dell’Italia centrosettentrionale, protagonisti del pre- e del primo umanesimo, è stato compiuto, com’è noto, da Armando Petrucci, sul finire degli anni Sessanta (6). Tuttavia Casamassima, nella sua prefazione all’edizione del 1986 dell’autografo Riccardiano di Senili IX.1 rifiutava esplicitamente la nomenclatura di ‘semigotica’, ambigua, a suo avviso, quanto quelle equivalenti di ‘fere humanistica’ o ‘gothico-antiqua’, proposte da paleografi di precedenti generazioni: la textualis del Petrarca sarebbe difatti altra cosa, secondo lo studioso, sia rispetto alla corsiva tardomedievale, sia rispetto alla successiva antiqua (7).

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      Una ricerca che vado conducendo da qualche tempo mi ha indotto a fissare l’attenzione su scritture librarie attestate almeno fin dai primi anni del Trecento e assimilabili alla semigotica del Petrarca: esse procedono, a mio avviso, da quel filone di usuali e documentarie (la minuscola diplomatica) – strettamente collegate con la libraria, posate e tracciate per lo più con penna a punta sottile e rigida –, da cui era altresì partito il processo di formazione della corsiva e della sua espressione posata e formale, la cancelleresca. Le scritture di queste testimonianze, di cui offrirò qualche esempio qui appresso, non possono considerarsi, per così dire, di tessuto gotico, perché non rispondono al ritmo coesivo e serrato di pochi elementi ripetitivi sapientemente combinati nelle lettere e nelle parole e presentano, invece, un disegno chiaro e disteso delle singole lettere, sia che risultino vergate con penna a punta sottile e rigida, com’è più frequente, sia con penna a punta mozza. D’altra parte non possono neppure essere ricondotte nell’alveo della corsiva, se distintivo della corsiva è un tracciato che tende alla fusione dei tratti in un’esecuzione currenti calamo; esse, di solito eseguite secondo un tracciato frazionato, ovvero, come le librarie, per successivi tocchi di penna, rivelano, tuttavia, una più o meno stretta connessione con la cancelleresca o comunque con un tracciato posato della corsiva (8).
      Tra i testimoni di tali scritture figurano, accanto a codici molto noti, altri che non lo sono affatto. Un primo esempio in ordine cronologico potrebbe essere un Lucano Vat. lat. 11559, palinsesto di lettere solenni di Bonifacio VIII, che Bartolomeo da Fratte – verosimilmente legato alla curia pontificia – copiò nel 1305 (9).
      La scrittura di Bartolomeo è vergata al tratto, con una penna a punta mozza, come rivelano la moderata frattura dei tratti curvi, il sottile filetto nella cresta della r, gli eventuali trattini obliqui al termine delle aste sul rigo di f, s, t. L’esecuzione a tocchi di penna (tratteggio di s finale di spumeus, c. 83v, 15), non impedisce legamenti, quali, ad esempio, co e to dall’alto (= c. 32v, 1 comites totusque) e te (c. 83v, 21 stante); la r è sempre dritta dopo la o; la a è o minuscola chiusa o di tipo onciale ottenuta con l’aggiunta di un trattino alla a chiusa; le curve contrapposte contigue talora non sono fuse (c. 32v, 6 ob di nobilium, de di sydera; ibid., 7 oc di voces) oculis; ibid., 8 oq di flexoque; ibid., 16 be di bello), talora lo sono (c. 32v, 18 de di devota; ibid., 28 pe di per; c. 83v, 30 do di sudor). Il rapporto con la cancelleresca è particolarmente evidente nella d, sempre di tipo onciale con asta terminante ad uncino (completato in una banderuola in duro, c. 83v, 37); sono poi in vera e propria cancelleresca i richiami a fine fascicolo (cc. 32v, 40v, 71v) e il colophon.
      Una scrittura dal tracciato uniforme, vergata con penna a punta sottile e rigida, con lettere sostanzialmente ben disegnate nella parola e tendenza a non eseguire connessioni di curve, d di tipo onciale, a chiusa o corretta in onciale, r a 2 anche in posizione irregolare, et a 7, si trova in apertura dell’esemplare bilingue, greco-latino, dei Dialogi di Gregorio Magno, Bologna, B. U. 2372, vergato nel 1312 a Candia, per la parte latina – come ha messo in luce nel 1993 Giuseppe De Gregorio (10) – dal notaio e cancelliere dell’amministrazione veneziana Angelo Cariola: lo stesso notaio continua poi a scrivere in una cancelleresca accurata e piuttosto posata, nella quale compaiono ben pochi dei molti legamenti e nessi che egli mostra di usare nella corsiva del suo protocollo notarile (11).
      L’esemplificazione può continuare con due famose testimonianze della nostra letteratura volgare: il Canzoniere di Niccolò de Rossi, Vat. Barb. lat. 3953 e i due esemplari dei Documenti d’Amore di Francesco da Barberino, Vat. Barb. lat. 4076 e 4077.
      Delle quattro mani, compresa quella di Niccolò de Rossi, che circa il 1330 avrebbero collaborato alla scrittura del Canzoniere, richiamo l’attenzione sulle due anonime – già identificate in una sola da Gino Lega nel 1905 – siglate a e b da Furio Brugnolo (cc. 1-26: a; cc. 37-45, 49-74.9, 81-125: b) (12).
      A verga una semigotica (Vat. Barb. lat. 3953, c. 6r) dal tracciato uniforme o moderatamente contrastato, dal disegno tendenzialmente chiaro delle singole lettere all’interno di parola – ancorché non manchino connessioni di curve contigue contrapposte – dalla a sempre minuscola, cresta di r spesso con filetto, or e o2: essa rivela tuttavia la sua dimestichezza con la cancelleresca in più modi e, ad esempio, negli svolazzi a banderuola delle aste alte, per lo più della prima riga di scrittura.
      La mano b, se si condivide l’attribuzione di Brugnolo, scrive in buona cancelleresca (c. 81r), scivolando in alcune carte (106r-107r e 111r) in una sorta di semigotica del tutto simile alla precedente, ad eccezione di f ed s con asta ispessita e desinente oltre il rigo (13).
      Ancora, nei codici Vat. Barb. lat. 4076 e 4077 dei Documenti d’Amore di Francesco da Barberino la mano principale, presunta d’autore, usa una scrittura tondeggiante che non credo possa considerarsi d’impianto gotico; non soltanto, difatti, essa passa per alcune righe alle forme evidentemente più famigliari della cancelleresca, ma tradisce anche la medesima consuetudine grafica in improvvisi legamenti (ad es. la g spesso a 9 in legamento dall’alto), nel tracciato uniforme, nell’attacco di d onciale e nella terminazione ricurva a sinistra e oltre il rigo di h, m, n, nella a chiusa. Le abitudini corsive, frenate nella scrittura del testo in volgare, di cui questa mano è principale responsabile, emergono liberamente nella minutissima scrittura del commento ad essa dovuta: ambiente ed epoca dei Documenti d’Amore non sono dissimili, com’è noto, da quelli del Canzoniere del de Rossi (14).
      Altre testimonianze di semigotiche riconducibili ad esperienze di cancelleresca sono, ad esempio, il veneziano Marc. lat. Z 394 (2021) dei Gesta inter Venetorum rempublicam et dominos de la Scala, ritenuto autografo del notaio Iacopo Piacentino, all’incirca del 1338 (15); la glossa nel Cicerone Vat. Chig. lat. H VIII 247, dovuta ad una mano press’a poco della metà del XIV secolo, che scrive in cancelleresca il testo 16 (c. 36v). L’identità di mano è evidente ad un confronto tra i segni abbreviativi per -ur e a forma di 3, 7, 9, tra le a con valore di maiuscole, di forma onciale ottenuta dalla minuscola; tra le s maiuscole, tra le m con tratto finale prolungato e rientrante a sinistra, tra le a minuscole e i nessi o2; soltanto la g è diversa.
      L’esemplificazione potrebbe continuare, ma è il momento di chiederci in che rapporto si pongano queste scritture con la semigotica del Petrarca e se si possa supporre che, in generale, non la testuale, ma la corsiva, pur nella sua espressione più posata, sia alla base delle esperienze grafiche che sono andate finora a confluire sotto il nome di semigotica.

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      Sarebbe vano, credo, ripercorrere tutte le testimonianze librarie del Petrarca alla ricerca di fenomeni d’ibridismo, quali quelli or ora segnalati, ma certamente a me sembra che – una volta chiarito che non è discriminante tra libraria e corsiva il modo di temperare la penna e di eseguire il tracciato per stacchi o currenti calamo – il rapporto del letterato con la corsiva possa considerarsi del tutto preponderante e privilegiato: vergata alla maniera veloce e funzionale allo scrivere rapido e provvisorio oppure posata, in forma di un’armoniosa cancelleresca, è ben testimoniata, ad esempio, dal famoso codice degli abbozzi del Canzoniere, Vat. lat. 3196 (17) e da alcune Epistole.
      Per quanto riguarda le Epistole, Armando Petrucci ha individuato in tre di esse una cancelleresca posata ed elegante (18), in quattro una tipica notularis (19) e in altre quattro ancora, partitamente, un tracciato corsivo della notularis e una corsiva usuale (20).
      Soffermiamoci sulla notularis, l’unica delle tre espressioni grafiche che renda lecito chiedersi a quale ‘polo d’attrazione’ (21) possa essere ricondotta, considerato che la sua funzione è eminentemente libraria. La notularis o scrittura di glossa, impiegata, come si diceva, anche per alcune lettere – quelle del novembre-dicembre 1362 e l’epistola-trattato del 1370 a Giovanni Dondi – credo derivi da un tracciato posato della corsiva: in particolare tra le sue caratteristiche si noteranno la f e la s con asta ripassata, ispessita e prolungata oltre il rigo, la m e la n spesso terminanti con moderato svolazzo ‘a proboscide’, le aste alte sviluppate e quelle discendenti a chiodo, una più o meno lieve inclinazione a destra (22).
      Se la notularis – sul cui impiego come scrittura di glossa torneremo – sembra, dunque, in alcune Epistole, una consapevole semplificazione della cancelleresca, il primo esempio di testuale del Petrarca, la collaborazione ante 1330 al Livio londinese Harley 2493, è stato messo in rapporto con la gotichetta toscana, legata a sua volta agli antichi modelli della carolina e alla minuscola cancelleresca (23).
      Spie inequivocabili della consuetudine con il filone corsivo denotano altresì le testimonianze autografe del Petrarca, datate 1 giugno 1335 e 10 luglio 1338, vergate nel Cassiodoro Paris. lat. 2201: nella prima, eseguita con penna a punta mozza, è da notare il disegno chiaro delle lettere, con prevalente omissione delle fusioni di curve contrarie contigue ed altre "caratteristiche influenze corsive evidenti nella g aperta, nella v iniziale, nella r"; nella seconda, a mio avviso non molto dissimile dalla precedente se non per l’uso di una g testuale, le aste alte sviluppate, quelle di f ed s tendenti a scendere appena oltre il rigo, l’ansa della s minuscola ripiegata alla maniera corsiva sulla lettera successiva (24). Nello stesso solco sembrano rientrare la prima scrittura di glossa del Virgilio Ambrosiano, recuperato nel 1338 (25), e quelle impiegate per annotare i Parisini latini 1617 e 1994, acquistati entrambi a Roma nel 1337 (26).
      Un passo avanti nella calligrafizzazione di questa ‘cancelleresca semplificata’ mostra la scrittura usata dal Petrarca circa il 1343 per alcune annotazioni e per l’aggiunta di due Orazioni di Cicerone nel Vat. lat. 2193 (27) e, press’a poco negli stessi anni, per il completamento del commento ciceroniano di Vittorino, Paris. lat. 7748 (c. 170r-v): ma in quest’ultimo compaiono anche le aste slanciate e gli occhielli stretti di b, d onciale e h, il prolungamento oltre il rigo di base di f, di s e del segno abbreviativo a forma di 9 per cum/con (28).
      Certamente il processo di elaborazione estetica della scrittura di glossa raggiunge un nuovo equilibrio a partire dal 1348 ed è più che probabile che sia stato favorito dalla consuetudine e dall’ammirazione per la carolina di antichi codici: tuttavia, a mio avviso, si tratterebbe pur sempre dell’evoluzione di una educazione grafica alla quale può essere rimasta estranea la pratica della scrittura gotica; s’intende la pratica manuale, poiché sappiamo bene che gli occhi del poeta si erano fin troppo affaticati nella lettura delle testuali (29).
      Sta di fatto che anche la famosa nota sulla morte di Laura del 19 maggio 1348 nel verso del foglio di guardia iniziale del Virgilio Ambrosiano reca qualche spia del supposto punto di partenza di una tale elaborazione, ad esempio nella a minuscola, nella d di tipo onciale con l’asta obliqua marcata e prolungata, nelle aste alte slanciate e in quelle discendenti non ridotte e, in annotazioni coeve di pagine successive, nell’abbreviazione a 9 e nelle s, ambedue prolungate oltre il rigo (c. 46r, marg. inf. sin., r. 8, commutavit; c. 195r, marg. destro, sesta e quinta riga dal fondo, sordium e squalor). La già più volte notata d compare anche nella scrittura di glossa dell’Orazio Laurenziano (ad es. c. 108v), acquistato a Genova il 28 novembre 1347 (30), ed altri analoghi, piccoli indizi del processo ipotizzato ricorrono nella notularis perfezionata degli anni successivi, 1350-55, quando l’elaborazione è compiuta e il tipo grafico risulterebbe stabile (31), salvo il ricomparire di elementi di quella scrittura più corsiva, usuale, che poteva aver costituito la prima, essenziale e mai dismessa esperienza grafica del poeta.
      Ancora nelle note autografe, apposte dal 1360 in poi nella Historia Alexandri di Quinto Curzio, Paris. lat. 5720, tale esperienza emerge di frequente in esecuzioni di scrittura sia posata, sia non: e in due tempi, con secondo tratto superiore legato dall’alto al tratto obliquo da sinistra a destra di x in experimentum fidei, c. 4vb; legamento sp in Alexandri responsio, c. 9ra; legamento dell’asta obliqua di d di tipo onciale con l’asta di h in Alexandri adhortatio, c. 21rb; s con asta oltre il rigo di base in Occeanum visendi cupido, c. 77ra; m finale con ultimo tratto prolungato e ripiegato a sinistra in oleum, c. 78ra, ecc. (32).
      Le stesse osservazioni valgono per la scrittura di glossa che il Petrarca impiegò per postillare, tra il 1369 e la morte, l’Iliade latina di Leonzio Pilato, copiata da Giovanni Malpaghini, Paris. lat. 7880, 1: noterò il legamento co, a mo’ di 8 orizzontale e le s appena oltre il rigo in Cossus, c. 13r, penultima nota del marg. dest.; il legamento el in impellentem a c. 35v, ultima nota nel marg. sin.; la s in forma di 6 in s7 = sed a c. 38v, nota nel marg. inf., ecc. (33).
      Quanto alla prima testimonianza di semigotica, il Bucolicum carmen Vat. lat. 3358 del 1357, mi chiedo se questo tentativo del poeta di far assumere alla propria testuale un aspetto di ‘littera moderna’ non proceda, anche in questo caso, dalle successive elaborazioni della corsiva tracciata posatamente, piuttosto che da una reinterpretazione della gotica. Tanto più che la ‘modernità’ o ‘goticità’ della semigotica del Bucolicum carmen non è da ricercare, naturalmente, nel tracciato pesante e contrastato dovuto all’uso di una penna a punta mozza – di certo non nuovo per il Petrarca – ma nella disposizione della scrittura, sollevata rispetto al rigo di base, e nella riduzione delle aste. Nonostante un’indubbia cura nel tracciato delle singole lettere, emergono difficoltà nel mantenere omogenea la scrittura: si noti a c. 26r un improvviso allungarsi delle aste di f, s e d, il legamento di d con u in dura, r. 11 e alle cc. 41r, 7 - 41v una perdita di rotondità della scrittura, accentuato da un maggiore sviluppo delle aste (34).
      L’oscillazione in altri codici autografi tra due tipi di semigotica – secondo le indicazioni di Armando Petrucci, una ‘nobile’ – Hamiltoniano 493 del 1368, carte del Canzoniere Vat. lat. 3195 vergate nel 1369, prime carte della Vita Caesaris Paris. lat. 5784 e aggiunte del 1373-74 allo stesso Canzoniere (35) – ed un’altra ‘minore’, più vicina alla notularis e attestata dalle carte del Canzoniere Vat. lat. 3195 vergate nel 1367-68, dal De sui ipsius et multorum ignorantia Vat. lat. 3359, del 1370 (36) – sembra in qualche modo legittimare questa mia pur cauta ipotesi.
      È dunque possibile che Petrarca, secondo una tendenza già in atto e per le sole funzioni librarie ‘ufficiali’, abbia optato per una scrittura che non era né la littera moderna, né l’estrema calligrafizzazione della cancelleresca (come quella dei Danti del cento di ser Francesco di ser Nardo da Barberino, per esempio), ma al contrario una scrittura che, semplificando la cancelleresca, ne recuperava la matrice carolina? Una tendenza – forse non ancora una scrittura libraria diffusa al pari della gotica nella pratica degli scribi a prezzo – congeniale ai gusti estetici del poeta che, senza dubbio, interpretandola e personalizzandola, avrebbe contribuito alla sua diffusione.

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      L’ipotesi formulata, secondo la quale si recupererebbe una certa continuità tra l’esperienza grafica di Francesco Petrarca e quella di Coluccio Salutati, si avvale anche di altre considerazioni: da un lato, semigotiche affini a quella ‘nobile’ del Petrarca – ma, per così dire, di tessuto grafico non esplicitamente cancelleresco – sono testimoniate in Italia fin dallo scorcio del Duecento; dall’altro, alcune semigotiche degli stessi anni, ambiente e tipo di quella del letterato rivelano un chiaro sostrato cancelleresco.
      Tra le prime mi limito a ricordare, a titolo d’esempio, la mano A del famoso Canzoniere provenzale Estense: tracciato più o meno uniforme, a seconda della temperatura della penna e mai molto pesante, tondeggiante, aste ridottissime, uso di a minuscola alternata all’onciale – quest’ultima ottenuta aggiungendo un trattino orizzontale o obliquo alla a chiusa –, connessione di lettere con curve contrapposte contigue spessissimo omessa, o2 e or (37). Ed ancora: alcune mani responsabili delle aggiunte agli Annali genovesi di Caffaro nel Paris. lat. 10136 (38), la testimonianza grafica di Angelus Alberti notarius o Angelo della Marca, nell’allestimento, per Carlo I d’Angiò, nei primi anni 80 del Duecento del cosiddetto Chronicon Lemovicense, Paris. lat. 5005A (39); la mano B o del primo copista del Petrarca, cui si devono le carte 1-65 del ricordato Livio Harley 2943 (40); l’ultima mano (cc. 49rb, 6 - 53r) delle Epitomi di Floro e Livio, Marc. lat. Z 368 (1941), con note autografe del Petrarca (41); infine l’Apuleio Vat. lat. 2193, anch’esso appartenuto al Petrarca (42), e parte del Florilegio di classici Vat. lat. 1860 (cc. 1-79) (43).
      Tra le semigotiche di ambiente petrarchesco con chiara impostazione cancelleresca basti ricordare quella del Tractatus astrarii di Padova, Bibl. cap. D 39, scritto, come si apprende dall’introduzione di Armando Petrucci all’edizione del trattato, poco dopo il 1364, vivente ancora Dondi, dal medesimo amanuense del Marc. lat. VIII 17 (2819), contenente il Planetarium dello stesso Dondi (44): cedimenti alla cancelleresca vi si riscontrano, ad esempio, al f. 1ra, 22-24.
      È significativo altresì che paiano esemplate sulla notularis del Petrarca sia la mano anonima, sia quella di Gasparo Scuaro, alternantisi nella copia dell’Epistolario petrarchesco Marc. lat. XIII 70, del 1363, con note autografe del poeta (45).
      Quanto, infine, ad un’altra semigotica di mano illustre, quella di Giovanni Boccaccio, è stato già messo in luce sia come essa possa costituire il risultato di una cosciente imitazione, provocata dall’ammirazione per la scrittura del Petrarca (46), sia come in essa appaiano taluni legamenti corsivi (47): certamente a me sembra, comunque, che le esperienze grafiche pervenuteci di Boccaccio siano ancor più numerose e varie di quelle del Petrarca e testimonino, oltre ad un’indubbia familiarità con le corsive, anche un’effettiva pratica nel vergare una corrente littera textualis (48).

***

      Se quanto fin qui esposto ha un senso, occorrerebbe proseguire le ricerche in questa direzione, con l’obiettivo di ottenere una più articolata visione di un periodo che, vuoi per la straordinaria abbondanza e varietà delle testimonianze sopravvissute, vuoi per una diffusa predilezione altomedievale della storiografia paleografica, merita di essere ancora ampiamente esplorato.
      Alcune riflessioni, scaturite da questo primo sondaggio, potrebbero costituire una traccia di eventuali ulteriori indagini.
      Riflessioni innanzitutto di ordine metodologico generale:
      1) occorrerà certamente rivedere il concetto, enunciato da Casamassima, d’indipendenza dei due sistemi, corsivo e testuale, alla luce di fenomeni d’interferenza quali quelli notati, molto forti, e paragonabili, a mio avviso, alle interferenze della carolina sulla minuscola diplomatica, sebbene in questo periodo in rapporto di reciprocità tra libraria e corsiva.
      2) se vogliamo recuperare tutto il senso della storia della scrittura ed evitare che si arrivi "alla identificazione, [...] che tanto ha pesato e pesa sulla paleografia, della scrittura, che è storia, con l’astrazione che sono invece le figurae (quali?) delle lettere dell’alfabeto latino" (49), credo indispensabile praticare, almeno tendenzialmente, uno studio globale, in senso malloniano, delle testimonianze di determinati epoca e ambiente, convinta dall’osservazione che, all’infuori della gotica molto formalizzata, ci si avvii, fra XIII e XIV secolo, ad un processo, compiutosi in epoca moderna, di più o meno libera esecuzione della scrittura.
      3) è possibile che in situazioni di multigrafismo, quale appunto quella considerata, forme grafiche che appaiono come modificazioni di modelli già appresi e praticati – la semigotica rispetto alla gotica o alla cancelleresca – siano in realtà l’esito necessario di un intreccio fra capacità di vergare alcune scritture e di leggerne anche altre: fatte salve le nostre esigenze classificatorie, dovremmo tuttavia poter svincolare la valutazione di ogni scrittura dallo stretto rapporto con l’espressione più alta del modello cui essa sembra appartenere.
      Altre osservazioni riguardano la cosiddetta semigotica:
      1) rispetto alla cancelleresca (o cancelleresche?), che ebbe una ben nota utilizzazione libraria, con quale funzione diversa o aggiuntiva venne a collocarsi e ad opera di chi e per quali libri?
      2) quanto può aver pesato nell’adozione di questo tipo grafico il noto ruolo d’impegno e di rinnovamento culturale svolto dal ceto notarile e dai funzionari di cancelleria, considerata anche l’origine dell’esemplificazione per ora raccolta, e quanto, ancora e soprattutto, può aver pesato la circostanza che la cancelleresca rappresentava altresì la più diffusa scrittura d’uso quotidiano?
      3) quanto ancora può essere approfondita, grazie ad una migliore conoscenza della seriorità e diffusione di questo tipo grafico, la posizione – ritenuta sempre particolare nel contesto europeo – di scritture e libri italiani nell’epoca di massima affermazione della gotica?

Note

(1) È la nota ipotesi di J. Boussard, Influences insulaires dans la formation de l'écriture gothique, "Scriptorium", V, 1951, pp. 238-264; ma sull'importanza nella formazione della gotica dello strumento scrittorio – l'affermazione dell'uso della penna di volatile rispetto al calamo – aveva già richiamato l'attenzione O. Dobiache Rojdestvensky, Quelques considérations sur les origines de l'écriture dite 'gothique', in Mélanges d'histoire du Moyen Age offerts à M. Ferdinand Lot, Paris, Champion, 1925, pp. 691-721.
(2) E. Casamassima, Tradizione corsiva e tradizione libraria nella scrittura latina del Medioevo, Roma, Gela ed., 1988, p. 128. Sulla stessa linea metodologica S. Zamponi, La scrittura del libro nel Duecento, in Civiltà comunale: libro, scrittura, documento. Atti del Convegno, Genova 8-11 novembre 1988, Genova, 1989 [= Atti della Società ligure di storia patria, n. ser., XXIX, 2 (103)], pp. 317-354; id., Elisione e sovrapposizione nella 'littera textualis', "Scrittura e civiltà", XII, 1988, pp. 135-176.
(3) Casamassima, Tradizione, cit., pp. 128-129.
(4) Ibid., p. 153; per una 'regola' della gotica, sfuggita al Meyer ed enunciata nel cinquecentesco Luminario di Giovanbattista Verini, Zamponi, Elisione e sovrapposizione, cit., pp. 137-146.
(5) G. Cencetti, Lineamenti di storia della scrittura latina, Bologna, Pàtron, [1954], p. 264, e 19972, p. 233.
(6) A. Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, Città del Vaticano, 1967 ("Studi e testi", 248); id., Breve storia della scrittura latina, Roma, Bagatto libri, 19922, pp. 162-166.
(7) E. Casamassima, L'autografo Riccardiano della seconda lettera del Petrarca a Urbano V (Senile IX 1), Firenze, V. Levi ed., 1986 ("Quaderni petrarcheschi", III), pp. 20-34. Si tratta, evidentemente, di una posizione maturata negli anni da Casamassima, il quale nella prima presentazione dello stesso testimone, Un autografo petrarchesco: la seconda lettera al pontefice Urbano V (Senili, IX 1) nel codice Riccardiano 972, in Miscellanea in memoria di Giorgio Cencetti, Torino, Bottega d'Erasmo, 1973, pp. 235-255, aveva adottato il termine di semigotica nell'accezione proposta da Giorgio Cencetti e da Armando Petrucci, pur avvertendo, ibid., p. 240, n. 12, che "il problema degli antecedenti e del formarsi della scrittura semigotica non è stato impostato, a mio avviso, nei termini veri, che sono molto complessi".
(8) È imprescindibile a questo proposito il chiarimento, in chiave storiografica e metodologica, di A. Mastruzzo, Ductus, corsività, storia della scrittura: alcune considerazioni, "Scrittura e civiltà", XIX, 1995, pp. 403-464.
(9) Codices Vaticani Latini. Codices 11414-11709, recensuit J. Ruysschaert, schedis H. Carusi adhibitis, in Bibliotheca Vaticana, Typis polyglottis Vaticanis, 1959, pp. 330 ss. e Supino Martini, Linee metodologiche per lo studio dei manoscritti in 'litterae textuales' prodotti in Italia nei secoli XIII-XIV, "Scrittura e civiltà", XVII, 1993, pp. 94-96.
(10) G. De Gregorio, Per uno studio della cultura scritta a Creta sotto il dominio veneziano: i codici greco-latini del secolo XIV, "Scrittura e civiltà", XVII, 1993, pp. 103-201: 116-118, 189-191 e tavv. 1-7.
(11) Ibid., tav. 3 = Bologna, B. U. 2372, c. 20v, 24 legamenti so ed os dall'alto in solet e custos; ibid., r. 25, fusione di pe in stipendium; tav. 4 = c. 46r, 1 fusione di be in obedientia; di de e do in video e perpendo a r. 3; legamento co dall'alto, ibid., r. 8, corda; te in venientem, ibid., r. 11; r con cresta corredata di filetto, ibid., r. 3, vir, ecc.
(12) G. Lega, Il Canzoniere Vaticano Barberino latino 3953 (già Barb. XLV. 47), Bologna, Romagnoli Dall'Acqua, 1905, pp. XXVII-XXXI; F. Brugnolo, Il Canzoniere di Nicolò de' Rossi. I, Introduzione, testo e glossario, Padova, Antenore ed., 1974 ("Medioevo e umanesimo", 16), pp. XLVII-XLIX; A. Petrucci, Storia e geografia delle culture scritte (dal secolo XI al secolo XVIII), in Letteratura italiana, dir. A. Asor Rosa, Storia e geografia, II, L'età moderna, Torino, Einaudi, 1988, p. 1228.
(13) L'identità di mano potrebbe essere riproposta grazie al confronto di alcune particolarità: l'identica s finale di parola in forma di 6, la saltuaria aggiunta di uno svolazzo all'occhiello inferiore della g (c. 6ra, 40; c. 81r, 9); l'abbreviazione a ricciolo per -us, singolarmente simile in ei(us), rispettivamente a c. 4va, 22 e c. 85r, 13, le abbreviazioni per vocale soprascritta, ad esempio a ed i, rispettivamente c. 6ra, 5 e 13 magna e sacrifitio, e c. 81r, 19 e 31, magna e dignitatem. Sembrerebbe invece peculiare della presunta mano b il legamento a ponte ct, riscontrato tuttavia in due sole occorrenze (c. 81r, 15 tracta; c. 85r, 28 conductum).
(14) A. Petrucci, Minima Barberina. I. Note sugli autografi dei Documenti d'Amore, in Miscellanea di studi in onore di A. Roncaglia a cinquant'anni dalla sua laurea, III, Modena, Mucchi, 1989, pp. 1005-1109; id., Storia e geografia, cit., pp. 1126-7; M. C. Panzera, Per l'edizione critica dei 'Documenti d'Amore' di Francesco da Barberino, "Studi mediolatini e volgari", XL, 1994, pp. 91-118; Supino Martini, Per la tradizione manoscritta dei 'Documenti d'Amore' di Francesco da Barberino, "Studi medievali", 3a s., XXXVII, 1996, pp. 945-954, cui rinvio per un esame paleografico più dettagliato e per una ridiscussione dell'autografia d'autore.
(15) Iacopo Piacentino, Cronaca della guerra veneto-scaligera, con introduzione e note di L. Simeoni, "Miscellanea di storia veneta edita per cura della Deputazione di storia patria per le Venezie", ser. 4, V, 1931, pp. 17, 22-23.
(16) Les manuscrits classiques latins de la Bibliothèque Vaticane. Catalogue établi par E. Pellegrin et J. Fohlen, C. Jeudy, Y.-F. Riou avec la collaboration d'A. Marucchi, I, Fonds Archivio S. Pietro à Ottoboni, Paris, Ed. du C.N.R.S., 1975, pp. 384-385.
(17) È riprodotto integralmente: Archivio paleografico italiano, diretto da E. Monaci, I, Roma, Martelli, 1882, tavv. 52-71 e Il codice Vaticano latino 3196 autografo del Petrarca, ed. M. Porena ("Codices e Vaticanis selecti quam simillime expressi", XXVI), Roma, G. Bardi, 1941. Si vedano inoltre A. Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 29, 116, nr. 2; A. C. De La Mare, The handwriting of Italian humanists, I, Oxford, University Press, 1973, p. 7 e no. 12, p. 12.
(18) Le epistole del 19 settembre 1353 (n. 1), del maggio 1355 (n. 2) e del 19 settembre 1358 (n. 3): Francesco Petrarca, Epistole autografe. Introduzione trascrizione e riproduzione a cura di A. Petrucci, Padova, Ed. Antenore, 1968, p. 12.
(19) Le tre epistole del novembre-dicembre 1362 (nn. 5, 6, 7) e l'epistola-trattato a Giovanni Dondi del 1370, ibid., pp. 12-13.
(20) Le epistole del [1362] giugno 10 e dicembre 20 (nn. 4, 8) del [1365] settembre 1 (n. 9) e del [1369] giugno 20 (n. 10), tutte indirizzate a Moggio Moggi, ibid., p. 13.
(21) Per i "poles d'attraction" grafici R. Marichal, "Annuaire [de l']Ecole pratique des hautes études", 1964-5, pp. 227-233: 230; e Petrucci, Scrittura, alfabetismo ed educazione grafica nella Roma del primo Cinquecento: da un libretto di conti di Maddalena pizzicarola in Trastevere, "Scrittura e civiltà", II, 1978, pp. 163-207: 167.
(22) Occorre premettere a tali caratteristiche quelle già colte da Petrucci, Francesco Petrarca, Epistole autografe, cit., p. 13, il quale sembrerebbe assumere come riferimento modelli per l'appunto di tipo cancelleresco: "il modulo della scrittura è piccolo, il tratteggio piuttosto marcato, le aste alte coronate da un trattino di complemento; la d non è più occhiellata e le maiuscole sono chiaramente di tipo librario; negli esempi del 1362 rimane di tipo corsivo la g che invece nella lunga lettera al Dondi del 1370 ha assunto la forma propria della più tarda semigotica libraria del poeta".
(23) Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., p. 26, al termine di una lunga e finissima analisi delle scritture del Petrarca nel Livio Harleiano, pone in rapporto la testuale del poeta con la: "gotica toscana degli inizi del XIV secolo: piccola di modulo, ricca di svolazzi, di filetti, di codine ornamentali, essa mostra chiaramente la sua discendenza dagli antichi modelli carolini e un non mai interrotto rapporto con la minuscola cancelleresca"; De La Mare, The handwriting, cit., p. 1 e n. 3, pp. 10-11. Per il prezioso codice londinese, G. Billanovich, La tradizione del testo di Livio e le origini dell'umanesimo, II, Il Livio del Petrarca e del Valla, British Library, Harleian 2493 riprodotto integralmente, Padova, Antenore, 1981.
(24) I testi datati 1 giugno 1335 aggiunti nel Cassiodoro Paris. lat. 2201, cc. 1r-v, sono riprodotti in L. Delisle, Notice sur un livre annoté par Pétrarque (ms. lat. 2201 de la Bibliothèque nationale), "Notices et extraits des manuscrits de la Bibliothèque nationale et autres bibliothèques", XXXV, 1897, pp. 393-408 e tavv. I-II ed in De La Mare, The handwriting, cit., p. 7 e pl. IIa, no. 6, p. 11; quello del 1338 alla c. 2r ed annotazioni degli stessi anni alla c. 19v in Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., tavv. V-VI e p. 28, da cui è tratta la citazione.
(25) Com'è noto il codice Ambrosiano S.P. 10, 27 è integralmente riprodotto: Francisci Petrarcae Vergilianus codex quam simillime expressus atque in lucem editus, cur. G. Galbiati, Milano, Hoepli ed., 1930; per una partizione cronologica delle annotazioni autografe di Petrarca, Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 39-42: in particolare p. 41; De La Mare, The handwriting, cit., pp. 1,7, pl. Ie.
(26) Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 38-41 e tav. VIII. Come ricorda lo studioso, ibid., pp. 28-29, 39 – ed è forse opportuno richiamare in questo contesto – sia il Cassiodoro Paris. lat. 2201, sia il s. Agostino Paris. lat. 1994 recano anche notazioni del Petrarca in cancelleresca: una del 21 marzo 1337 nell'Agostino è riprodotta in P. De Nolhac, Fac-similés de l'écriture de Pétrarque et appendices au 'Canzoniere autographe', "Mélanges d'archéologie et d'histoire", VII, 1887, pp. 3-38, pl. IV.1.
(27) Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 42-43 e tavv. IX-X; De La Mare, The handwriting, cit., p. 8, pl. IIc, no. 10, p. 11.
(28) Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., p. 43 e tav. XI; De La Mare, The handwriting, cit., p. 8, pl. IIIe, no. 9, p. 11.
(29) Per la maturazione della notularis sotto l'influenza del canone carolino in autografi dal 1348 in poi Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 45 e 67-8 ed ibid., p. 66, per il notissimo giudizio del poeta sulla gotica: "[...] longe oculos mulcens, prope autem afficiens et fatigans [...]".
(30) L'Orazio Laurenziano già di Francesco Petrarca, a cura di E. Rostagno, Roma, La libreria dello Stato, 1933, riprod. integrale; Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 45-46, p. 119, nr. 7.
(31) Per le altre testimonianze di scrittura di glossa, tra il 1350 e il 1355, Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 47-49; i cambiamenti dopo il 1355 sono individuati dallo studioso in un lieve ingrandimento del modulo e nella fattura a linea ondulata del segno di paragrafo (ibid., p. 49); non è tuttavia sfuggita a Petrucci qualche occasionale testimonianza d'impiego della minuscola corsiva usuale per la stesura di glosse tra il '61 e il '69 (ibid., p. 50).
(32) Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 49 e 125, n. 38; s minuscola e l'abbreviazione a 9 oltre il rigo, aste sviluppate, caratteristica d onciale con asta slanciata compaiono anche nelle glosse del Paris. lat. 6802, acquistato dal poeta a Mantova il 6 luglio 1350 e annotato sia subito dopo l'acquisto, sia dal 1356 in poi, ibid., p. 127, n. 45 e tavv. XV-XVI.
(33) Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 51, 128, nr. 50; De La Mare, The handwriting, cit., no. 40, p. 15.
(34) Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 71-75, tavv. XXI-XXVI, p. 116, nr. 3; De La Mare, The handwriting, cit., p. 8, pl. IIe, no. 13, p. 12.
(35) Per l'Hamiltoniano 493, Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 81-83, 116, nr. 1; De La Mare, The handwriting, cit., no. 1, p. 10; per il Canzoniere Vat. lat. 3195, L'originale del Canzoniere di Francesco Petrarca codice Vaticano latino 3195 riprodotto in fototipia, a cura della Biblioteca Vaticana, Milano, Hoepli, 1905 ("Codices e Vaticanis selecti phototypice expressi", VI); Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 77-81: 80-81 e tav. XXVIII; De La Mare, The handwriting, cit., no. 11, p. 12 e Francesco Petrarca. Canzoniere, edizione commentata a cura di M. Santagata, Milano, A. Mondadori, 1996; per la Vita Caesaris, Pétrarque. Vie de César. Reproduction phototypique du manuscrit autographe manuscrit latin 5784 de la Bibliothèque nationale précédée d'une introduction par L. Dorez, Paris, Berthaud frères, 1906; Petrucci, ibid., pp. 83-84, 117, nr. 5; De La Mare, ibid., no. 8, p. 11.
(36) Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., p. 82; per il Vat. lat. 3359 ibid., pp. 81-82, 116, nr. 4; De La Mare, The handwriting, cit., no. 14, p. 12.
(37) Il Canzoniere provenzale Estense riprodotto per il centenario della nascita di G. Bertoni, con introduzione di D. S. Avalle e E. Casamassima, I-II, Modena, Stem Mucchi, 1982: Casamassima, ibid., I, pp. 25-28, vi ha individuato cinque mani di cui tre della seconda metà-fine del XIII secolo e le altre due della metà circa del XIV. Condivido l'opinione di Petrucci, Storia e geografia, cit., p. 1218, che le mani siano tutte duecentesche; proporrei, inoltre, di identificare con a la presunta mano d di Casamassima. Sembra d'accordo con le conclusioni di Casamassima G. Lachin, Partizioni e struttura di alcuni libri medievali di poesia provenzale, in Strategie del testo. Preliminari, partizioni, pause. Atti del XVI e del XVII Convegno interuniversitario (Bressanone, 1988 e 1989), a cura di G. Peron, premessa di G. Folena, Padova, Esedra, 1995 ("Quaderni del circolo filologico linguistico padovano", 16), pp. 267-304: 271-276.
(38) MXCIX-MCCLXXXVII. Cafari et continuatorum Annales Januenses, Genova, 1899, riproduzione fototipica del ms. Lat. 10136 della Bibliothèque nationale di Parigi; le mani più interessanti improntate alla semigotica sono alle cc. 27v, 99r-102v, 137r-138r, 141r-144va; una ricostruzione dell'originaria successione dei fascicoli del codice in base alla cronologia delle fonti annalistiche si deve a L. T. Belgrano, editore degli Annali genovesi di Caffaro e de' suoi continuatori dal MXCIX al MCCXCIII, Roma, Istituto storico italiano, 1890 ("Fonti per la storia d'Italia", 11), pp. XXII-XXXII: XXXI-XXXII. Per una bibliografia aggiornata, A. Placanica, L'opera storiografica di Caffaro, "Studi medievali", 3a s., XXXVI, 1995, pp. 1-62.
(39) Per il Paris, lat. 5005A e il suo copista, Supino Martini, Linee metodologiche, cit., pp. 68-69.
(40) Billanovich. La tradizione del testo di Livio, cit., pp. 97-122: 120 (mano B cui si devono le cc. 1r-18v, 23r-65r).
(41) Nel Marc. lat. Z 368 (1941) le note autografe del Petrarca sono alle cc. 15r, 16r, 22v, 23r, 32v; la mano che usa la semigotica sembra aver eseguito anche le rubriche.
(42) Per il Vat. lat. 2193 vedi sopra, nota 27.
(43) L'anticipazione dei tempi di formazione della semigotica rende di fatto accettabile la data 1313 che il pezzo reca e che è stata invece considerata riportata dall'antigrafo da G. Billanovich, Zanobi da Strada tra i tesori di Montecassino, "Rendiconti della Accademia nazionale dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filologiche", 9a s., VII, 1996, pp. 653-663, con il quale mi è difficile condividere l'opinione che il codice sia di una sola mano, quella di Zanobi da Strada.
(44) Giovanni Dondi dall'Orologio, Tractatus astrarii. Biblioteca capitolare di Padova, Cod. D 39. Introduzione, trascrizione e glossario a cura di A. Barzon, E. Morpurgo, A. Petrucci, G. Francescato, con la riproduzione fotografica del codice, Città del Vaticano, 1960 ("Codices ex ecclesiasticis Italiae bibliothecis selecti phototypice impressi", IX). Nel Planetarium del Dondi Marc. lat. VIII 17 (2819) – Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., p. 77 – le didascalie alle illustrazioni sono talora vergate in cancelleresca.
(45) Per l'Epistolario Marc. lat. XIII 70, Petrucci, La scrittura di Francesco Petrarca, cit., pp. 76-77, 129, nr. 56.
(46) È l'ipotesi formulata da A. Petrucci nella recensione di V. Branca – P. G. Ricci, Un autografo del Decameron. Codice Hamiltoniano 90, Padova, 1962 ("Opuscoli accademici editi a cura della Facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Padova", 8) e di R. Abbondanza, Una lettera autografa del Boccaccio nell'Archivio di Stato di Perugia, "Rassegna degli Archivi di Stato", XXII, 1962, pp. 227-232, apparsa nel "Bullettino dell’'Archivio paleografico italiano'", 3a s., voll. II-III, 1963-64, pp. 123-125: 124, successivamente ribadita dallo stesso Petrucci, Breve storia della scrittura latina, cit., p. 167. Naturalmente Boccaccio usò una semigotica, disomogenea e poco calligrafica, anche prima del famoso incontro del 1351: basti l'esempio di molte carte del Laur. XXIX. 8, vergate tra la fine degli anni '30 e '40, cfr. Lo Zibaldone boccaccesco Mediceo Laurenziano Plut. XXIX. 8. Riprodotto in facsimile a cura della Biblioteca Medicea Laurenziana, con prefazione di G. Biagi, Firenze, Olschki, 1915, in particolare la c. 50r, databile circa 1348, recante un'epistola del certaldese a Zanobi da Strada. È certamente vero, però, che soltanto negli autografi più tardi la semigotica del Boccaccio sembra volersi decorosamente cimentare nell'imitazione del modello del Petrarca. Per la scrittura boccacciana, oltre agli studi citati, F. Di Benedetto, Considerazioni sullo Zibaldone Laurenziano del Boccaccio e restauro testuale della prima redazione del 'Faunus', "Italia medioevale e umanistica", XIV, 1971, pp. 91-129: 99-111; De La Mare, The handwriting, cit., pp. 17-29; E. Casamassima, Dentro lo scrittoio del Boccaccio. I codici della tradizione, "Il ponte", XXXIV, 1978, pp. 730-739, nuovamente edito in A. Rossi, Il 'Decameron'. Pratiche testuali e interpretative, Bologna, Cappelli, 1982, pp. 253-260; VI Centenario della morte di Giovanni Boccaccio. Mostra dei manoscritti, documenti e edizioni, Biblioteca Laurenziana 22 maggio-31 agosto 1975, I, Certaldo, a cura del Comitato promotore, 1975.
(47) A. Petrucci, Il ms. berlinese Hamiltoniano 90. Note codicologiche e paleografiche, in G. Boccaccio, Decameron. Edizione diplomatico-interpretativa dell'autografo Hamilton 90, a cura di Ch. S. Singleton, Baltimore and London, Johns Hopkins University Press, pp. 647-661: 653 e id., Breve storia della scrittura latina, cit., p. 167. Oltre ai legamenti segnalati da Petrucci nello Hamiltoniano 90 (al, ap, di, int, ir, ll, lp, ni, si) altri se ne possono individuare nelle scritture librarie posate boccacciane del primo e del secondo periodo: el ed ex nel citato Zibaldone Laurenziano XXIX. 8, cc. 61r, 17 e 22 celsum e pelagi, c. 64rb, 13 e 36 expediemus e ex; ex anche nel De mulieribus claris Laur. 90 sup. 98. 1, degli anni 1370-73, c. 56va, 25 extollendis; ip nella Vita nuova, Toledo, Bibl. cap. 104-6, della metà circa degli anni '50, c. 29r, 3 si potrebbe ed ancora, ivi, r. 26, legamento della nota tachigrafica per et in forma di 7 con p, 7 parlando; lo stesso 7 può legare con t, ad esempio nello Zibaldone Vat. Chig. L V 176 del 1363-6, c. 15v, 14, 7 tutto (cfr. Il codice Chigiano L. V. 176 autografo di Giovanni Boccaccio. Edizione fototipica. Introduzione di D. De Robertis, Roma-Firenze, Archivi edizioni, Fratelli Alinari, 1974 ("Codices e Vaticanis selecti quam simillime expressi", 37); i seguita da altra i prolungata oltre il rigo ad esempio nella Genealogia Laur. 52. 9, del 1363-66 c. 41rb, 19 abiit; nt nel Buccolicum carmen Riccardiano 1232 del 1367cr., c. 5r, 13 signent e c. 38v,4 armentaque. A differenza di quanto notato per la semigotica del Petrarca non è dato rinvenire né in quella giovanile, né in quella matura del Boccaccio f ed s minuscole con aste prolungate oltre il rigo, mentre quasi sempre scende oltre il rigo di scrittura il segno abbreviativo a forma di 9 per cum, con.
(48) Textualis, ad esempio, è senza dubbio la scrittura del certaldese nell'Orosio Riccardiano 627 e nelle cc. 54v-55v del già citato Zibaldone Laur. XXIX. 8, nel contesto di un gruppo di carte (46-77) datate al periodo tra fine anni '30 e fine anni '40, vergate, per il resto, in una sorta di semigotica. Una spia dell'educazione della mano del Boccaccio a tracciare la gotica è a mio avviso nella maniera, attestata in tutta la sua produzione grafica, di creare connessioni fra lettere mediante tratti ripetitivi: si vedano, ad esempio ce, fe, re, te, con la curva inferiore di e tracciata di seguito al tratto conclusivo di c (tratteggio dal basso verso l'alto), di f, di r, di t ed occhiello costituito da una sorta di piccolo 7.
(49) Casamassima, Tradizione, cit., p. 25.

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