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Valentina Sagaria Rossi
LA CATALOGAZIONE DEI MANOSCRITTI ARABI CONSERVATI PRESSO LE
BIBLIOTECHE DEL TERRITORIO ITALIANO
Quaderni di Libri e Riviste d'Italia n. 44
"La presenza arabo-islamica nell'editoria italiana". A
cura di Isabella Camera d'Afflitto. Ministero dei Beni e le
Attività Culturali, Ufficio Centrale per i Beni Librari e le
Istituzioni Culturali - Divisione Editoria: Roma, Istituto
Poligrafico e Zecca dello Stato, 2000
La produzione letteraria italiana sui
manoscritti arabi conservati nelle raccolte bibliotecarie del
territorio italiano si può ripartire in tre generi o gruppi di
studi, corrispondenti alle tre facies del manoscritto:
lanalisi storico-paleografica unita a quella codicologica,
lesperienza catalografica, lo studio mirato di singoli
codici o di codici relativi a una specifica disciplina.
Gli studi sulla paleografia araba e sugli
aspetti tecnici e codicologici dei testi manoscritti in scrittura
araba soggiacciono e si pongono alla base dogni approccio
scientifico alla loro trattazione sistematica attraverso metodi e
schemi più articolati e strutturati.
È necessario tuttavia premettere, a livello
preliminare e più generale, che la caratterizzazione più
evidente della produzione manoscritta nella civiltà araba è
senza dubbio una presenza che, per la sua durata e le sue
dimensioni, non trova confronto in nessuna delle altre civiltà,
sia classiche sia orientali, comprese le islamiche. Ciò trova
una spiegazione sia nella sterminata quantità dopere in
lingua araba, nei più disparati campi del sapere, sia
nelleccezionale attività di riproduzione, ovvero
copiatura, dei testi, dispiegatasi in unarea geografica
vastissima e in un arco di tempo altrettanto lungo, a
testimonianza della molteplicità delle culture manoscritte con
le quali lIslam è venuto a contatto. A questo proposito
colpisce la persistenza del manoscritto come veicolo della
cultura araba, che si prolunga dal IV secolo dellègira
sino agli inizi del XIV (secoli X-XX dellera cristiana),
con un notevole ritardo di circa tre secoli rispetto
allOccidente nelluso della stampa, conosciuta dagli
Arabi insieme alla carta, ma rifiutata sino alla creazione nel
1822 al Cairo della prima tipografia araba di , dal nome del quartiere
dove sorse e operò. La spiegazione di questo fenomeno,
apparentemente irrazionale e incomprensibile, risiede
probabilmente in un pregiudizio di natura religiosa, in base al
quale il Corano, il Libro sacro per eccellenza e modello di tutti
i codici [1], non poteva essere riprodotto con altro procedimento
se non con quello della scrittura manuale con cui era stato
originariamente redatto. A questa parziale motivazione si
potrebbe essere aggiunta linfluenza di un fattore del tutto
profano, ovvero la sensibilità che gli Arabi hanno da sempre
avuto per le risorse estetiche della loro scrittura, suscitando
una netta predilezione per il documento grafico, prodotto della
mano delluomo, in quanto
"manu scriptus", ma anche come , "manu
factus", prodotto artigianale, quando non addirittura
artistico [2].
Senza volerci addentrare in questa sede nel
campo specifico della paleografia e codicologia arabo-islamica,
per cui si rimanda a recenti contributi più specifici [3], si
può senza dubbio riconoscere uno stadio ancora pionieristico di
questi studi: tale settore gravita sostanzialmente attorno alla
necessità di una recensione estensiva di gran parte del
materiale manoscritto conservato nelle biblioteche occidentali e
orientali.
Si ritiene utile, inoltre, fornire anche
qualche cenno storico preliminare sulla formazione di
quelleterogeneo materiale manoscritto disseminato un
po ovunque e, non in misura trascurabile, anche presso le
nostre biblioteche [4].
Con laffermarsi dello Stato islamico,
retto dagli Arabi ma con il concorso di energie intellettuali di
origine diversa, ebbe inizio un processo culturale (secoli
VIII-IX dellera cristiana) che trasferì il patrimonio
scientifico-filosofico dellantichità, da un lato
attraverso unintensa opera di traduzioni dal greco, dal
siriano, dal persiano, e dallaltro salvaguardando e
perfezionando i fondamenti ellenistici del sapere, a loro volta
influenzati da elementi iranici e indiani. Lo Stato multietnico
islamico, con la sua sede dislocata a Baghdad, elegge
larabo come principale veicolo linguistico e culturale
sovranazionale, già idioma della rivelazione coranica e di Dio,
delle fonti e del diritto, oltre che lingua straordinariamente
ricca di strutture lessicali e sintattiche [5].
Tra i secoli XI-XIII un nuovo contatto
culturale tra Oriente e Occidente si verificò un nuovo travaso
di opere scientifiche e filosofiche dallarabo al latino, in
cui sintravede il tentativo europeo di recuperare le basi
del sapere, non già per un interesse speculativo e specifico nei
confronti dellapporto intellettuale arabo-islamico, quanto
piuttosto per gli elementi, perlopiù di natura filosofica e
teologica, ereditati e tramandati dagli Arabi direttamente dalla
tradizione classico-ellenistica.
Tuttavia, fu nei secoli XV-XVII che si
sviluppò, ad iniziare dallItalia, uno specifico interesse
europeo per tutta la letteratura e la civiltà arabo-islamica,
ancora una volta a cominciare dai testi scientifici, nel momento
in cui molti paesi europei si accingevano a ristabilire la
propria supremazia territoriale e culturale, attraverso nuove
tecnologie, viaggi, esplorazioni, missioni e conquiste.
Tra la metà del Seicento e la fine
dellOttocento si formò, anche in altri paesi come
lOlanda, la Francia, lInghilterra, la Germania e
lAustria, la struttura portante dellimpianto relativo
agli studi e alla formazione sostanziale delle raccolte di testi
manoscritti relativi allOriente.
Ma anche nei paesi islamici la situazione
era mutata; altre due lingue di cultura si erano affermate
allinterno dellegemonica potenza ottomana, la
persiana e la turca, benché lo strumento basilare della
scrittura rimaneva improntato ancora allarabo, lingua
ideologica e istituzionale, alla quale rimane ancorato un
vastissimo repertorio compositivo: le scienze, la corposa mole
delle espressioni letterarie, oltre che al Corano e dottrine ad
esso connesse.
Larea geografica e politica entro cui
gli europei attinsero, alle soglie delletà moderna, il
materiale librario e documentario relativo alla cultura islamica
divenne lambito realmente eterogeneo dellimpero
ottomano, entro cui si stabilì un fervido approccio culturale e
materiale con le comunità cristiane orientali, sottoposte sia
allautorità ottomana, sia ai Safavidi di Persia e
allIndia moghul [6].
Di questo immenso patrimonio letterario in
lingua araba, frutto di una creazione più o meno originale
dispiegatasi nei primi quattro, cinque secoli dellIslam,
dal VII al XI della nostra era, e di una fervida (benché non
sempre eccelsa) rielaborazione erudita per altri sei secoli fino
al XVII, una porzione non trascurabile si trova anche nelle
principali biblioteche italiane [7], in cui fondi di codici
orientali, con prevalenza arabi, si vennero costituendo, come
accennato, fin dal XV secolo.
Il 1441, in occasione dalla venuta in Italia
di prelati inviati dalle Chiese orientali per il Concilio di
Firenze, segna la data di formazione della più antica
acquisizione di manoscritti orientali da parte della Biblioteca
Vaticana e, con molta probabilità, della Medicea Laurenziana. Le
due biblioteche si arricchirono poi indipendentemente e
diversamente: la prima in maggiore misura, attraverso una lunga e
continuativa serie di donazioni (fino alle più recenti di Luca
Beltrami nel 1922, del cardinale Ignazio Gabriele Tappouni nel
1935-37, e di Enrico Cerulli nel 1937) [8], o con un programma
sistematico di acquisti quale fu promosso nel Settecento
dallerudito libanese italianizzato Giuseppe Simonio
Assemani per la
seconda [9], ma largamente compensato dalla qualità dei testi
che il cardinale Ferdinando de Medici aveva fatto reperire
in Oriente [10].
Per citare soltanto alcuni dei più cospicui
fondi italiani di manoscritti arabi basterà ricordare i
personaggi alla cui passione e interesse si deve la loro
formazione: Luigi Ferdinando Marsigli (1658-1730), avventuroso
uomo darmi e di scienza che, salvò dallassedio di
Buda nel 1686 i 459 codici costituenti tuttora lomonima
collezione della Biblioteca Universitaria di Bologna, sua patria
natale; il nobile veneto Iacopo Nani (1725-1797), ammiraglio e
collezionista di monete e cimeli, e il filosofo Emilio Teza
(1831-1912), ai cui nomi sono legati i due maggiori nuclei di
testi orientali (106 mss. arabi) della Marciana; e ancora il
diplomatico piemontese Romualdo Tecco (1802-1867), che da
Costantinopoli procurò un certo novero di codici orientali, in
gran parte turchi, alla Biblioteca Reale di Torino [11]; infine
il principe Leone Castani (1869-1935), i cui manoscritti
orientali (arabi e persiani) vennero da lui stesso donati,
insieme alla sua preziosa biblioteca orientalistica, alla
Biblioteca dellAccademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana
in Roma [12].
Questa rapida e incompleta rassegna di
raccolte manoscritte italiane [13] sarebbe estremamente limitata
se non si facesse accenno alle collezioni della Biblioteca
Ambrosiana, che vanta, seconda soltanto alla Vaticana, una delle
più notevoli raccolte di codici arabi orientali (2217 mss.). La
sua più ricca collezione, di circa 1600 manoscritti, nota come
collezione Caprotti, dal nome del mercante lombardo Giuseppe
Caprotti (1869-1919) che, durante i 34 anni del suo soggiorno
nello Yemen, inviò da Sana, dal 1906 al 1909, consta di
una sorprendente e preziosa raccolta di manoscritti arabi
yemenici unica al mondo per genere ed entità [14].
LAmbrosiana, fondata dal card. Federico Borromeo
(1564-1631) nel 1609, possedeva già un suo notevole fondo antico
di manoscritti orientali, per la maggior parte arabi (Antico
Fondo), tra cui sono da segnalare opere di letteratura araba di
età post-classica (dal sec. XI), riguardanti soprattutto le
materie teologiche, la poesia, la narrativa, la linguistica e le
scienze esatte, naturali e occulte, con codici pregevoli
soprattutto in questi ultimi campi [15]. Altre due successive
donazioni arricchirono ulteriormente di quasi 250 pezzi la
Biblioteca Ambrosiana: luna, ugualmente di provenienza
Caprotti, donata dallarchitetto Luca Beltrami (1854-1933),
il sistematore della Pinacoteca Vaticana; laltra costituita
dal gruppo di codici legati allAmbrosiana da Eugenio
Griffini (1878-1925), insigne arabista milanese, il cui nome è
strettamente connesso alla storia di questo Nuovo Fondo, da lui
studiato per ventanni con passione e peculiare competenza.
Prima di delineare il quadro relativo alla
produzione catalografica italiana sui manoscritti arabi, ci
sembra necessario definire lambito entro cui circoscrivere
o inscrivere il concetto di manoscritto arabo.
La varietà dello Schrifttum arabo,
come premette R. Traini al suo vasto saggio ricognitivo sui fondi
di manoscritti arabi in Italia [16], è tale che si impone la
distinzione tra quegli scritti - atti privati o pubblici, carte,
brevi, contratti, trattati, ecc. - che hanno un prevalente
carattere documentario e una funzione tipicamente giuridica, più
correttamente oggetto dellarchivistica e diplomatica araba
e islamica, e i codici veri e propri, relativi a manoscritti
arabi, tra cui vengono inclusi anche quelli in realtà
mistilingue "a base araba", come i lessici
arabo-persiani, arabo-siriaci, arabo-latini (ecc.), non solo di
autori europei, ma anche di Orientali, nei quali la parte araba
occupa il testo principale. Analogo appare il processo seguito in
presenza di numerosi opere contenute in manoscritti arabi, sia
dal punto di vista formale sia nel soggetto, generalmente
filologico, i cui autori non erano né Arabi né musulmani: a tal
proposito la competenza di autorevoli studiosi come Georg Graf
[17] e Giorgio Levi Della Vida ci ha insegnato che simili
circostanze non potevano avere alcuna influenza per escludere
tali opere da quelle della "gemeinarabische Literatur"
[18].
I cataloghi più accreditati si ispirano al
principio di privilegiare la base linguistica del componimento o
dellopera [19], assicurandogli un carattere identificativo
arabo anche se privo di una sua contestualizzazione.
"Un particolare richiamo va fatto, poi,
ad un gruppo di codici che, nonostante il loro carattere alquanto
fittizio, sono stati ugualmente compresi nel novero dei
manoscritti arabi, sia per mantenere la consuetudine instaurata
da precedenti cataloghi, sia e ancor più per la suggestione
derivante dalla singolare personalità dei loro copisti ...
" - aggiunge Traini per completare la definizione del
contesto entro cui comprendere o escludere a buon diritto scritti
e manoscritti non propriamente arabi [20].
Nella ricerca compiuta da Traini e
pubblicata nel 1971 lautore poneva in rilievo, come fatto
singolare, che nel nostro paese "i due terzi dei manoscritti
arabi" sono concentrati in due sole biblioteche,
"mentre i rimanenti si trovano dispersi, per non dire
sperduti, in gran numero daltre, per un totale di 77,
ubicate in 47 città, per lo più in gruppi esigui" [21].
Nel panorama statistico del suo studio, integrando i dati forniti
da G. Gabrieli nel 1930 [22], oltre che risultare evidente il
dislivello dei dati relativi alle singole unità e la loro
ineguale ripartizione, Traini tira per così dire le somme del
totale dei manoscritti arabi esistenti attualmente nel nostro
paese, valutato a 6798 codici, che superano gli 8000 se si tiene
conto dei 1325 della collezione Sbath aggregati alla Vaticana e
non computati [23].
Leccezionale e singolare
frammentazione del materiale manoscritto nel nostro paese
rispetto ai maggiori paesi occidentali europei, rilevante
testimonianza delle relazioni fra cultura italiana e civiltà
arabo-islamica, va forse ricondotta alle tendenze policentriche e
alle stratificazioni regionali, caratteristiche storiche del
nostro assetto culturale.
A questo punto viene da interrogarsi: che
cosa si è fatto sinora per lordinamento, la conoscenza e
la catalogazione dei manoscritti arabi conservati presso le
biblioteche del territorio italiano? In quale modo le istituzioni
preposte alla loro conservazione e alla relativa informazione,
compresi gli studiosi che di tale patrimonio sono i destinatari e
i fruitori più qualificati, si sono posti nei confronti di tali
beni?
Soltanto nel 1949 Olga Pinto con gravità
scriveva "Poiché i manoscritti orientali delle Biblioteche
governative italiane e specialmente i fondi di minore entità
sono o non catalogati o imperfettamente catalogati o i loro
cataloghi a stampa sono invecchiati e irreperibili nel commercio
librario, sarebbe desiderabile perciò che lintera
consistenza dei manoscritti orientali di proprietà governativa ,
che non è di mole troppo grande, venisse elencata e descritta in
una pubblicazione complessiva rispondente alle esigenze della
scienza moderna." [24]
Traini, nel suo resoconto, denuncia le
lacune più vistose e delinea, allo stesso tempo, un rigoroso
quadro retrospettivo dei lavori di catalogazione sui principali
fondi manoscritti italiani [25], da quale si può facilmente
dedurre che se i requisiti essenziali di un catalogo, in linea
con i tre momenti sostanziali della descrizione di un
manoscritto, quello formale, quello contenutistico e uno
documentario, sono lesattezza e la completezza di
informazioni nel riconoscere e affermare lidentità di un
testo e del suo autore, luniformità coerente della
descrizione, nonché un opportuno apparato di indici, essi sono
quasi del tutto assenti nei lavori di catalogazione, o meglio di
inventariazione sommaria, compiuti sino alla metà
dellOttocento.
Sorvolando su quei repertori, elenchi o
pseudocataloghi, di manoscritti arabi, la cui trattazione non
apporterebbe alcun sostanziale progresso alla scienza della
catalogazione di questa tipologia di materiale, al contrario
lasciando incorrere in numerosi errori di attribuzioni, di
riconoscimento e di computo dei manoscritti arabi, spesso confusi
con altre lingue, allinterno di una medesima collezione, si
è preferito ripercorrere qui il cammino ideale di ciò che
andrebbe colmato, migliorato, ripreso o addirittura rifatto. Si
può senzaltro affermare che quasi nessun catalogo, o
presunto tale, redatto sinora, sia esente da revisioni,
miglioramenti e soprattutto da un nuovo e necessario trattamento
omogeneo dei dati che, unito ad una tecnica più rigorosa e
scientifica, permetterebbe un qualche allineamento dei nostri
lavori di catalogazione dei manoscritti arabi con quelli da tempo
noti al pubblico delle maggiori biblioteche europee, oltre che,
perché no, con quelli ben più avanzati, compiuti nel versante
dei manoscritti occidentali.
Fu la stessa Pinto che sottolineò
limportanza delliniziativa, mai portata a termine,
del Ministero della Pubblica Istruzione, a partire dal 1878, in
seguito al IV Congresso degli Orientalisti tenuto a Firenze in
quellanno, di intraprendere, a cura di dotti orientalisti
italiani, tra cui Ignazio Guidi (1884-1935), Luigi Bonelli
(1865-1947), Lupo Buonazia (1844-1914) e Bartolomeo Lagumina
(1850-1931), "una catalogazione sistematica dei manoscritti
orientali delle biblioteche governative". [26] Purtroppo la
pubblicazione, uscita a fascicoli (sette) col titolo di Cataloghi
dei codici orientali di alcune biblioteche dItalia
(Firenze, 1878-1904), non ebbe seguito, e sarebbe il caso ora di
rielaborarla integralmente, perché superata da un punto di vista
bibliografico, oltre che tecnico, e suscettibile di opportune
integrazioni. Aggiungiamo che le descrizioni catalografiche sono
sostanzialmente esatte, ma scarne e prive di qualsiasi
indicazione codicologica e documentaria.
Tra le lacune più evidenti relative alle
biblioteche governative italiane, si segnala linesistenza
di un catalogo moderno dei manoscritti arabi della Biblioteca
Mediceo-Laurenziana, noti soltanto attraverso il
"Catalogo" manoscritto di Stefano Evodio Assemani del
1742 [27]; ancora un altro catalogo, redatto da L. Buonazia tra
il 1886 e il 1867, dei 38 codici della Riccardiana, è rimasto
manoscritto e necessita ormai di un completo rifacimento, privo
di criteri di indagine scientifica e basato unicamente sui due
repertori di e di ; i manoscritti arabi
della Biblioteca Marciana di Venezia, insieme agli altri
orientali, furono "catalogati" per ben quattro volte e,
dal primo saggio di Simone Assemani, pubblicato nel 1787,
allultimo di Giovanni Veludo del 1877, rimasto inedito, la
conoscenza della collezione è rimasta pressoché inalterata; la
Biblioteca Palatina di Parma, inoltre, offre soltanto una
semplice lista dei suoi 34 manoscritti arabi, pubblicata da
Giambernardo De Rossi nella Appendix al suo catalogo dei
codici ebraici del 1803 [28]. Recensione nel complesso negativa
ebbe un altro catalogo, ben più recente e pubblicato sotto i
migliori auspici, quello di Carlo Bernheimer dei manoscritti
orientali (22 arabi) della Biblioteca Estense, pubblicato nel
1960 [29], di cui Traini stesso segnala il principale difetto di
non tener conto di esempi di catalogazione coscienziosa e
rigorosa [30].
Si riporta qui un opportuno commento di
Traini sugli interventi più urgenti cui dedicarsi:
"Graduando con criterio realistico la priorità degli
interventi, è evidente che con pari, se non superiore, urgenza
si pone la necessità di esplorare quel materiale che è ancora
poco o punto conosciuto, rappresentato da un complesso di circa
420 codici, disseminati in oltre 50 biblioteche. A parte il fondo
Paul Kahle, di oltre 150 pezzi, presso la Facoltà di Lettere
torinese, con sole schede ad uso interne che ne danno ben
sommaria notizia, e la modesta collezione della Biblioteca Reale
di Torino (54 unità la cui descrizione, eseguita a suo tempo da
Nallino, non è mai apparsa), si tratta di gruppetti e
gruppuscoli e isolati esemplari, dislocati nelle più disparate
località della penisola ... una complicazione logistica che
rende questo altro punto del programma di più difficile, ma non
per questo meno impellente, esecuzione." [31]
Il rigore e lessenzialità delle
informazioni fornite dallorientalista russo Victor Rosen
(1849-1908), la cui esperienza sui manoscritti deriva dallo
studio approfondito delle collezioni di San Pietroburgo, rendono
il suo catalogo dei codici, in prevalenza arabi, della raccolta
Marsigli presso la Biblioteca Universitaria di Bologna, un
riferimento conciso ma estremamente coerente e preciso, corredato
di indici e di una lista cronologica [32]; anchesso,
tuttavia, meriterebbe una revisione generale, non tanto per le
correzioni, quanto per le dovute integrazioni bibliografiche, per
la descrizioni formali e per lidentificazione di vari
scritti lasciati spesso nellanonimato.
Tra le lacune possiamo, altresì, annoverare
quella relativa ai manoscritti arabi (82 mss. appartenenti ai
fondi Corsini, Accademico e Caetani) conservati presso la
Biblioteca dellAccademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana,
di cui esiste soltanto un "catalogo", o inventario
sommario, redatto a fini patrimoniali dal bibliotecario dei
Lincei G. Gabrieli nel 1926 [33].
Il primo esempio in Italia di catalogazione
scientifica si deve allopera del grandarabista Carlo
Alfonso Nallino (1872-1938), che si occupò degli allora 109
manoscritti "islamici" della Biblioteca Nazionale di
Torino [34] e del più esiguo fondo orientale della locale
Accademia delle Scienze [35] (8 mss. arabi), ispirato ad una
metodologia coerente e rigorosa, scrupolosa
nellutilizzazione sistematica di tutti i sussidi
bibliografici specializzati, e nel rispetto di uno schema
descrittivo costante e scevro da ogni superficialità e
ridondanza. Malauguratamente la descrizione che egli diede nel
1901 di tali manoscritti arabi oggi non può più essere
utilizzata a causa di un incendio che, nel 1904, causò la
distruzione di buona parte dei codici orientali di Torino. I 22
manoscritti arabi conservatisi, insieme con quelli del fondo
Lanzone (45 mss.) di posteriore acquisizione, oltre ad alcuni
persiani e turchi, furono catalogati nel più recente lavoro di
Sergio Noja nel 1974 [36].
Nonostante le sorti avverse lopera di
Nallino, definita "pionieristica" [37] nel suo ambito,
non rimase infruttuosa e stimolò idealmente il già menzionato
studioso lombardo Eugenio Griffino, allorché questi, intorno al
1905, intraprese la descrizione dei manoscritti arabi del Nuovo
Fondo Ambrosiano [38], al cui studio e ricerca egli si dedicò
per circa ventanni, sino alla sua morte prematura nel 1925,
al Cairo, dove era divenuto dal 1920 bibliotecario del re Fuad I.
La sua esemplare descrizione, "mirabile modello di
compilazione di cataloghi di manoscritti, tanto minuta ed esatta
è la descrizione delle opere elencate, tanto abbondanti sono i
riferimenti bibliografici ..." [39], destinata a rimanere
interrotta, si fermò a poco più di 500 codici, neppure un
quarto del totale. Soltanto anni dopo, nel 1939, uno studioso
svedese, Oscar Löfgren (1898-1992) [40], riprese il
lavoro di Griffini, nellintento di preparare un catalogo
finalmente completo dei manoscritti arabi dellAmbrosiana di
Milano. A tale progetto venne chiamato a collaborare, dal 1972,
Renato Traini, larabista italiano che, in questi ultimi
quarantanni, ha rappresentato con maggiore competenza
filologica e pervicace rigore scientifico, oltre che con passione
e ammirevole impegno, gli studi sui testi manoscritti arabi nel
nostro paese. La natura delle opere manoscritte di tale
collezione yemenita, unica per genere ed entità, presentava
difficoltà inconsuete per la loro provenienza da una regione
tipica come quella dello Yemen; era necessaria, dunque, una
conoscenza specifica della storia civile e culturale di quel
paese, quale quella posseduta da Griffini.
Il primo volume dellopera di
catalogazione dei manoscritti arabi dellAmbrosiana, in
procinto di essere definitivamente ultimata, fu pubblicato nel
1975, con caratteristiche di singolare distinzione editoriale e
scientifica, redatta in inglese per assicurarle una più ampia
diffusione: esso contiene in 356 numeri i codici dellAntico
e Medio Fondo; nel secondo volume vengono descritti 830 codici,
ovvero la metà del Nuovo Fondo; il terzo, apparso nel 1995,
contiene i numeri 831-1295 del Nuovo Fondo [41]. Oltre ad un
quarto volume di catalogo in preparazione è previsto un quinto
dedicato agli indici in caratteri arabi. Possiamo senza dubbio
affermare che tale iniziativa, oltre che colmare una grave e
annosa lacuna, ha prodotto lo strumento catalografico più
moderno, e scientificamente più avanzato, del nostro panorama di
studi, nel rispetto della tradizione rappresentata dai due
arabisti ispiratori, E. Griffini e G. Levi Della Vida, alla cui
memoria lopera è dedicata. Ci è parso opportuno riportare
qui, come degno commento, le parole dello stesso Traini:
"Frutto di una felice collaborazione tra filologia
arabistica e arte tipografica, lopera si presenta, a chi la
consideri nelle sue caratteristiche scientifiche e tecniche, come
il più recente prodotto di una tradizione che, dopo Nallino e
Griffini, aveva raggiunto il culmine nei lavori di un altro
maestro degli studi arabi e islamici in Italia, quale fu Giorgio
Levi Della Vida (1886-1967)." [42]
Questinsigne studioso fu scelto dalla
Biblioteca Vaticana per descrivere i suoi fondi manoscritti arabi
islamici, ed elaborò in due cataloghi, rispettivamente, 1152 nel
primo [43] e 276 codici nel secondo [44], editi nel 1935 e nel
1965, perfetto modello di razionalità nellindagine
filologica e di completezza nellinformazione, che
contrassegnò un momento decisivo nella storia della
catalogazione dei manoscritti arabi in Italia. Alla forma sobria
ed essenziale nella descrizione dei testi manoscritti sottende
sempre una ricerca puntuale e laboriosa, ununiformità
nella presentazione dei dati, ampliandosi nel Secondo elenco
ad una razionale, benché sintetica, esposizione codicologica e
paleografica dei codici, con particolare riferimento al loro
aspetto esterno e alle loro caratterizzazioni
storico-bibliologiche (note di possesso, tipo di scrittura,
sottoscrizioni, etc.); la descrizione interna riporta, ove
necessario, lincipit e gli strumenti bibliografici
di riferimento. Gli indici, degli autori e delle opere
costituiscono, inoltre, un degno e coerente corredo di questi due
cataloghi, particolarmente ricco e compiuto per il secondo [45].
Nellintero fondo vaticano investigato
e descritto da Levi Della Vida, assommante a 1428 unità, si
rileva la presenza di collezioni originali ben individuate, come
la yemenita e quella di opere sciite duodecimane, illustrate in
modo esemplare dallo stesso studioso [46]. Ma lo stesso autore
era conscio degli sviluppi che i suoi cataloghi, soprattutto il
primo, avrebbero potuto e dovuto avere: "... esso è, come
appunto dice il titolo, un semplice "elenco" e non un
catalogo: non ho spinto la minuzia fino a menzionare i piccoli
frammenti, le infinite
e di
cui sono zeppi tanti manoscritti, le annotazioni ai lettori. Se
delle opere senza titolo e acefale e dei frammenti anonimi ho
tentato, spesso con successo, lidentificazione, ho tuttavia
rimesso a miglior tempo lindagine, quando essa si
presentava troppo lunga e ardua. Intento esclusivo
dellelenco è quello di fornire lindicazione quanto
più possibile precisa delle opere contenute nei quasi 1200
manoscritti arabi islamici della Vaticana... Di ciascun codice è
stata data in parentesi, dopo lindicazione del numero di
biblioteca, la data (quando sia segnata nel codice stesso) o
letà approssimativa, il formato in centimetri, il numero
dei fogli. Di ogni opera o parte di opera è dato il titolo e
lautore, completando, rettificando o supplendo luno e
laltro quando ne sia il caso: si è posta particolare cura
nel riferire integralmente e correttamente i nomi degli autori,
segnalando le varianti che talora vi sincontrano, e nel
dare, quando ne sia il caso, le differenti denominazioni sotto
cui è nota una medesima opera". [47]
Dilungarci su questopera guida nel
campo della catalogazione dei manoscritti arabi permette altresì
lintroduzione e la presentazione di uno dei più aggiornati
e compositi lavori di catalogazione di materiale analogo, benché
quantitativamente notevolmente più limitato del precedente: il
catalogo dei manoscritti arabi di recente accessione della
Fondazione Caetani presso la Biblioteca dellAccademia
Nazionale dei Lincei e Corsiniana, redatto da Renato Traini e
pubblicato nel 1967 [48]. I codici ivi studiati e minuziosamente
descritti, sono 75, di cui 63 yemenici, questultimi
provenienti sia dalla donazione fattane da Ettore Rossi nel 1938
(55 mss.), sia dallacquisto da parte della Biblioteca
accademica di otto codici dal dr. Cesare Ansaldi, già membro
della missione sanitaria in Yemen dal 1929 al 1932.
Nellintroduzione al catalogo lautore presenta e
riassume il metodo seguito per la descrizione delle
caratteristiche strutturali e formali dei manoscritti: "Per
quanto riguarda la descrizione, essa è stata divisa in due
parti: prima, quella del codice, poi quella del manoscritto (o
dei manoscritti, se il codice è miscellaneo). La datazione del
codice fa riferimento al secolo se mancano indicazioni esatte di
data oppure se queste si riferiscono a singole parti. La
descrizione del ms. si presenta più particolareggiata per le
opere non note o non abbastanza ampliamente descritte nei
repertori, come pure per quelle mutile e non identificate; per le
altre si rimanda al repertorio che ne dà più diffusa notizia.
Gli elementi di cui essa si compone, si seguono nellordine:
titolo dellopera, con tutte le sue varianti, e nome
dellautore nella sua forma integrale, entrambi restituiti,
se necessario, in tutto o in parte; contenuto dellopera e
sua divisione (dei componimenti in versi sono indicati il metro,
la rima e il numero dei versi, per facilitare eventuali
riscontri); rimando allopera del Brockelmann, tenuta come
repertorio di base, e eventualmente ad altre opere tra quelle
registrate a suo luogo; incipit e explicit del testo; data, e
nome del copista." [49] Il modello ispiratore, a
detta stessa dellautore, è stato senza dubbio il metodo
applicato dal suo illustre predecessore Levi Della Vida, al quale
Traini si rifà sia per le questioni di onomastica, poste dallo
studio dei testi, sia per il vasto e articolato corredo di indici
[50].
In seguito a questa rassegna sugli studi di
catalogazione, in gran parte da completare o da rifare del tutto,
è apparso evidente che i fondi o le raccolte italiane di
manoscritti arabi possiedono caratteristiche contrastanti
rispetto al resto dEuropa: la loro maggiore antichità di
formazione, cui si è fatto riferimento, la massima dispersione
dei codici in un elevato numero di biblioteche, la meno coerente,
se non contraddittoria, opera di catalogazione. Certamente il
fenomeno che condusse allestrema disseminazione dei codici
ebbe cause oggettive, cui si è accennato, che ne impediscono e
ne scoraggiano lopera di catalogazione generale e
particolare, ma non tali da giustificare il mancato avanzamento
nelleffettiva conoscenza dei fondi manoscritti arabi e il
ritardo storico, oltre che scientifico, quale si è registrato
sinora in Italia. Piemontese constata molto severamente, ma
correttamente, che "il patrimonio letterario e codicologico
islamico conservato in casa nostra è uno di quei beni culturali,
di genere librario, di cui lItalia è ricca senza averne
vera coscienza storica e cura istituzionale, cioè pieno e utile
possesso per sé e per il mondo" [51].
Nel complesso panorama italiano dei lavori
di catalogazione sui codici arabi è emersa lesigenza, più
o meno costante, da parte dei nostri studiosi arabisti o
islamisti, di affrontare innanzitutto una priorità comune: far
"emergere" materiali preziosi e sommersi sotto tutti i
profili, primo e più urgente tra tutti quello relativo
allidentificazione storico-letteraria delle opere trasmesse
dai testi manoscritti, spesso ignote, confuse o mal conosciute e,
soltanto secondariamente, "far parlare" il documento,
come testimonianza fisica di un processo di trasposizione grafica
e linguistica ancora tutto da esplorare. La preoccupazione
principale degli studiosi italiani, nel corso di questo e del
secolo scorso, ci è parsa vincolata a necessità di tipo
primario ed ispirata a modelli catalografici più o meno
genericamente accettati, in cui gli studi di codicologia e
paleografia araba, già così progrediti nel settore dei
manoscritti occidentali, erano, e sono tuttora, ancora basati su
dati empirici e approssimativi, forse, ritenuti meno impellenti
nella loro immediata applicazione e non così urgenti da essere
definiti e stabiliti in una normativa codificata e
standardizzata. Tale tendenza si evince anche dalla formazione
prettamente specifica ed erudita dei nostri studiosi
orientalisti, improntata autonomamente ad un approccio di tipo
squisitamente filologico-testuale, costretta a supplire alle
notevoli deficienze cognitive, in materia di testi manoscritti in
lingue orientali, oltre che organizzative, dei conservatori di
manoscritti e codicologi presenti nelle nostre biblioteche, o in
altre istituzioni preposte allo studio e alla catalogazione del
materiale manoscritto sul territorio nazionale. La mancanza di
una tale essenziale collaborazione mina seriamente le
possibilità di sviluppo di una delle iniziative proposte da
Traini, sullesempio di quanto hanno utilmente fatto per la
Bibliothèque Nationale G. Vajda e, per le biblioteche dei Paesi
Bassi, P. Voorhhoeve, ovvero di un repertorio generale di tutti i
manoscritti arabi in Italia, che registri in forma sintetica i
dati sulle opere, gli autori, con i relativi rimandi reciproci, e
le loro localizzazioni nei vari cataloghi particolari, tale da
permettere una sorta di
delle raccolte delle nostre biblioteche [52].
Inoltre, occorre segnalare, a livello
istituzionale, lassenza assoluta in Italia, di una scuola o
di una formazione scientifica specifica, integrata e parallela,
sulla filologia, paleografia e codicologia araba, che avrebbe,
forse, potuto permettere il fiorire almeno di qualche studioso
arabista catalogatore di manoscritti.
Lunione combinata ed equilibrata dei
due momenti dellanalisi intrinseca ed estrinseca del testo,
quello filologico e quello paleografico-bibliologico, deve, a
nostro avviso, essere maggiormente coltivata in un futuro in cui
gli strumenti tecnologici ed informatici non potranno che
facilitare le difficoltà organizzative sinora riscontrate.
Il problema futuro non si pone tanto o
soltanto sul genere o sul metodo da adottare, se scegliere il
modello di catalogazione sommaria o piuttosto quello analitico e
ampiamente descrittivo, poiché entrambi dovrebbero essere in
ogni caso suscettibili dadattamenti funzionali alla
presentazione coerente e realmente utile dei dati formali e
contenutistici del testo manoscritto; in realtà non si ritiene
possibile, né realistico, a causa delle diverse e meno attestate
tipologie del manoscritto arabo e della sterminata varietà di
contenuto dei componimenti trasmessi in lingua araba, attenersi
rigidamente a regole di catalogazione codificate come quelle
presentate e commentate dal noto paleografo latino A. Petrucci
nel 1984, a proposito della storia e dei modelli sulla
descrizione del manoscritto (sintende quello di ambito
occidentale) [53].
Come accennato allinizio, il contatto
con la realtà del manoscritto, con modi e finalità diverse,
può avvenire più incidentalmente per utilizzare i dati del
testo in funzione di una determinata ricerca specifica o
personale, oppure per lelaborazione filologica del testo,
avente come scopo la ricostruzione delloriginale , o ancora per presentare
il manoscritto nellambito di un lavoro di catalogazione e
di studio più approfondito di un gruppo di codici relativi ad
una specifica disciplina, oppure, strumentalmente, per far luce
sul testo, ignoto o poco noto, trasmesso da un determinato
manoscritto.
Questi saggi, non propriamente appartenenti
ai lavori di catalogazione vera e propria, hanno, tuttavia,
spesso costituito contributi articolati ed estesi, oltre che
ampiamente descrittivi, contenenti i risultati di ricerche di
catalogazione di codici afferenti a una particolare disciplina o
tipologia di opere. Questi lavori, tra cui si annoverano brevi
cenni su singoli codici, composite monografie su edizioni di
testi o studi filologici molto accurati, meriterebbero una
trattazione più approfondita; le loro indicazioni bibliografiche
sono state riportate nell'apposita sottosezione bibliografica di
riferimento [54].
Note
- Il Corano, le cui norme e convenzioni di
stesura si formarono nel corso del Medioevo attraverso
una serie di tipologie omogenee, finì per influenzare,
tramite questultime, forme e modi di produzione di
altri libri manoscritti, benché alcuni esempi originali
si discostarono da quel modello.
- Si confrontino anche a questo proposito le
uniche esposizioni specifiche e puntuali, oltre che
mirate a fornire unintroduzione e insieme una
sintesi storico-statistica sui manoscritti arabi
conservati nelle raccolte bibliotecarie italiane e i loro
cataloghi, di Renato Traini, Considerazioni
preliminari allo studio dei manoscritti arabi, in Sussidi
didattici. I (Roma, 1975), pp. 2-13; Il
manoscritto: situazione catalografica e proposta
duna organizzazione della documentazione e delle
informazioni, in Atti del Seminario di Roma,
11-12 giugno 1980, a cura di Maria Cecilia Cuturi
(Roma, 1981), pp. 38-49; Les manuscrits arabes en
Italie (relazione tenuta a Hammamet il 14 aprile
1987 al 9° Congresso del M.E.L.C.O.M.), pp. 1-12. Gli
atti di tale Congresso non sono stati mai pubblicati e
ringrazio il prof. R. Traini per avermi gentilmente
fornito il dattiloscritto della sua succitata relazione.
- Si veda lo studio articolato e aggiornato
alle recenti teorie sulla composizione materiale del
codice islamico, sulla sua struttura e tipologia, di
Paola Orsatti, Le manuscrit islamique:
caractéristiques matérielles et typologie, in: Ancient
and Medieval book materials and techniques. Ed. par
M. Maniaci-P. F. Munafò (Città del Vaticano, 1993) v.
II, pp. 269-331; altri due saggi che analizzano le nuove
interpretazioni sullevoluzione e la produzione
manoscritta delle varie forme grafematiche
dellalfabeto arabo sono quelli di A. M. Piemontese,
Arte persiana del libro e scrittura araba, in
"Scrittura e civiltà", 4 (1980), pp. 103-156,
e di P. Orsatti, più incentrato sullo stato degli studi
paleografici alla luce della storia della scrittura araba
nelle diverse teorie europee, Gli studi di
paleografia araba oggi, problemi e metodi, in
"Scrittura e civiltà", 14 (1990), pp. 281-331.
Ci sembra opportuno riportare il giudizio di P. Orsatti
sulla paleografia araba e il suo campo di azione: "A
fatica la paleografia definisce il proprio campo
dindagine; è soprattutto la calligrafia che ha
attirato lattenzione degli studiosi, in Occidente
come in Oriente. Di conseguenza la scrittura è stata
indagata non tanto come pratica storicamente determinata
nellambito della cultura dei paesi islamici, quanto
piuttosto come sistema di norme che regolano il bello
scrivere allinterno di una tradizione prestigiosa e
ancor oggi vitale, elaborata nel tempo da singole
personalità di calligrafi" (Gli studi di
paleografia araba oggi, problemi e metodi, cit., p.
283).
- A. M. Piemontese in I fondi di
manoscritti arabi, persiani e turchi in Italia, in
F. Gabrieli e U. Scerrato, Gli Arabi in Italia:
cultura, contatti e tradizioni (Milano, 1979), pp.
661-688, offre una breve ma efficace sintesi storica come
utile premessa alla formazione degli studi e delle
raccolte di codici relativi allOriente nel nostro
paese.
- La trasmissione orale dei testi, fissata
già dai primi secoli dellIslam secondo protocolli
molto definiti, era articolata secondo tre generi:
ilm, le scienze di ogni genere, marifa,
le conoscenze più generiche, adab, le lettere.
- Piemontese (cit., nota prec., p. 662)
sottolinea che "lapproccio risultò
complessivo e, sia pure con aspetti ed esiti diversi, la
cultura importata quasi inestricabilmente
arabo-turco-persiana. La fase della distinzione fra le
tre lingue subentrò solo verso la fine del Settecento...
Per questi motivi, anche la formazione in Europa di fondi
di libri manoscritti relativi al mondo islamico fu
cumulativa, e una loro rassegna retrospettiva non può
non essere globale."
- Nel novero delle biblioteche italiane si
trovano inserite a pieno titolo anche la Vaticana, la
Ambrosiana e quelle dei Pontifici Istituti, presso cui,
benché non strettamente legate a un criterio di
appartenenza giurisdizionale, risulta conservata una
porzione largamente preponderante (più dei due terzi)
dellintero patrimonio italiano relativo ai
manoscritti arabi.
- I manoscritti arabi, esclusi quelli arabi
cristiani di argomento e finalità esclusivamente
cristiani, custoditi dalla Biblioteca Vaticana ammontano
a 2165; i fondi originari di più antica formazione
comprendono il Vaticano arabo, il Barberiniano orientale,
il Borgiano arabo e il Rossiano, oltre ai 1325 codici ivi
depositati e raccolti in tempi più recenti dal religioso
aleppino Sbath.
- Attualmente la consistenza dei codici
arabi presso la Biblioteca Mediceo-Laurenziana ammonta a
430 unità, ivi compresi i fondi Mediceo-Laurenziano,
Mediceo-Palatino, Ashburnham, Conventi soppressi.
- Procedendo rapidamente in questo breve excursus
sulla formazione e la consistenza delle maggiori raccolte
di manoscritti arabi in Italia, che non ha alcuna pretesa
di rintracciare la storia dei fondi italiani dei
manoscritti orientali, ci siamo avvalsi dei dati e degli
orientamenti storico-bibliografici esposti nella
ricognizione statistica, unica nel suo genere e nel suo
approfondimento, compiuta da Renato Traini nel 1971,
sulla base di dati richiesti e forniti, non sempre
coerentemente, da 249 biblioteche italiane sui codici
arabi da loro posseduti. Cfr. R. Traini, I fondi di
manoscritti arabi in Italia, in Gli studi sul
Vicino Oriente in Italia dal 1921 al 1970. Vol. II. LOriente
islamico (Roma, 1971), pp. 221-253. Si rimanda
allappendice al saggio di R. Traini per confrontare
la consistenza di manoscritti arabi in ciascuna
biblioteca compresa nellelenco. La precedente
indagine portata a termine da Giuseppe Gabrieli nella sua
monografia Manoscritti e carte orientali nelle
Biblioteche e negli Archivi dItalia. Dati
statistici e bibliografici delle collezioni, loro storia
e catalogazione. (Firenze, 1930), benché fosse il
primo tentativo pionieristico in Italia di censimento
sistematico dei manoscritti, non solo arabi, ma orientali
in genere, risulta essere, oggi, uno strumento di
riferimento ancora apprezzabile per il suo corredo
bibliografico e storico, ma superato in quanto
allaggiornamento di dati e notizie. Unaltra
ricognizione bibliografica, in ordine alfabetico per
luogo di appartenenza, sulla consistenza dei codici
islamici presenti in Italia è stata pubblicata in World
survey of Islamic manuscripts, vol. 2, ed. Geoffrey
Roper (London,
heritage foundation, 1993, pp. 67-116, a
cura di P. Orsatti, B. Pirone e A. Gallotta.
- Nellinventario di G. Gabrieli (Manoscritti
e carte orientali, cit., p. 52) risultano essere 41
i codici arabi posseduti dalla Biblioteca Reale di
Torino; Traini ne registra 54 (Cfr. appendice ai Fondi
di manoscritti arabi in Italia, cit., p. 260).
- I manoscritti arabi della collezione, ivi
compresi quelli di provenienza Corsini, Accademica e
Caetani, ammontavano a 82, oltre ai 75 di recente
acquisizione descritti dettagliatamente da R. Traini, I
manoscritti arabi di recente accessione della Fondazione
Caetani (Roma, 1967).
- Cfr. R. Traini, Considerazioni
preliminari allo studio dei manoscritti arabi, cit.,
pp. 40-41.
- Si veda in proposito lintroduzione
di R. Traini al suo catalogo I manoscritti arabi di
recente accessione della Fondazione Caetani, cit.,
pp. VIII-IX, e il suo articolo Les manuscrits
yéménites dans les bibliothèques dIstanbul,
in "Revue dhistoire des textes", III
(1973), pp. 203-230.
- Cfr. A. M. Piemontese, I fondi di
manoscritti arabi, persiani e turchi in Italia,
cit., p. 678.
- R. Traini, I fondi di manoscritti
arabi in Italia, cit., pp. 221-224.
- Traini si è giustamente soffermato
sullanalisi che Graf traccia del concetto di
letteratura araba cristiana nellintroduzione alla
sua opera Geschichte der christlichen arabischen
Literatur, v. I (Città del Vaticano, 1944), pp.
2-3, in cui si afferma che "come tale deve ritenersi
soltanto quella di argomento e finalità esclusivamente o
prevalentemente cristiani ..." (cfr. R. Traini, I
fondi di manoscritti arabi in Italia, cit., p. 223).
- Tale criterio è espresso da G. Levi Della
Vida in Elenco dei manoscritti arabi islamici della
Biblioteca Vaticana (Città del Vaticano, 1935), p.
X.
- G. Levi Della Vida, sempre nel suo Elenco
..., p. 306, nel Sommario sistematico, si uniforma a
tale criterio e presenta 19 esempi della sua
applicazione, nonché altri cataloghi di alcune tra le
maggiori collezioni del mondo: del British Museum, della
Bibliothèque Nationale, della Preussische
Staats-Bibliothek di Berlino. Cfr. R. Traini, I fondi
..., cit., pp. 224-225.
- R. Traini, I fondi ..., cit., pp.
223-224. Il riferimento cade su personaggi come Giovanni
Battista Raimondi (n. 1540 ca.-m. dopo il 1610), il
celebre primo direttore della Tipografia Medicea e
pioniere in Europa della tipografia in caratteri arabi,
autore di varie copie di testi arabi che si trovano nella
Bibl. Nazionale di Firenze; Francesco Del Furia
(1777-1865), bibliotecario della Laurenziana, autore di
quattro codici presenti nel catalogo di L. Buonazia del
1886 (Catalogo dei codici arabi della Biblioteca
Nazionale di Firenze, in Catalogo dei codici
orientali di alcune biblioteche dItalia, III,
(Firenze, 1878-1904), pp. 254-297; lorientalista
bolognese Antonio Raineri Biscia (1780-1839), le cui
copie di manoscritti arabi fanno parte del fondo legato
alla Biblioteca Comunale dellArchiginnasio, di
Bologna; Celestino Schiaparelli (1841-1919), del quale la
Biblioteca del Dipartimento di Studi Orientali
dellUniversità di Roma "La Sapienza"
conserva alcuni quaderni in cui egli aveva copiato vari
testi arabi.
- R. Traini, I fondi ..., cit., p.
233.
- G. Gabrieli, Manoscritti e carte
orientali nelle biblioteche e negli archivi dItalia
(Firenze, 1930).
- Il complesso è senzaltro rilevante
benché, a causa del frazionamento in tanti gruppi o
unità sparse, non suscita la stessa meraviglia della
cifra poco distante che si riferisce, per la Francia,
alla sola Bibliothèque Nazionale, con 6835 manoscritti
o, per la Germania, alla Staats-Bibliothek di Berlino ,
con oltre 7000.
- O. Pinto, Manoscritti e stampati
orientali nelle biblioteche governative italiane, in
"Rivista degli studi orientali", XXIV (1949),
pp. 161-163 (cit. a p. 163). La Pinto aveva appositamente
escluso le biblioteche Vaticana e Ambrosiana, non
rientranti nel quadro strettamente governativo italiano.
- Cfr. R. Traini, I fondi ...,
cit., in particolare le pp. 235-248.
- O. Pinto, Manoscritti e stampati
orientali ..., cit., p. 162.
- A tal proposito Traini dichiarò di aver
"in animo di portare a termine prossimamente
lindice sia onomastico - per titoli e autori - sia
sistematico, già incominciato". (Cfr. R. Traini, I
fondi ..., cit., p. 235, nota 58).
- Traini evidenzia che "Già la
realizzazione di questo primo punto, di un auspicabile
programma di descrizione sistematica, comporterebbe il
riesame di circa 650 codici, poco meno di un decimo del
totale". (Il manoscritto: situazione
catalografica e proposta duna organizzazione della
documentazione e delle informazioni, cit., p. 44).
- C. Bernheimer, Catalogo dei
manoscritti orientali della Biblioteca Estense
(Roma, 1960) (Indici e cataloghi, n.s., IV).
- Cfr. R. Traini, I fondi ...,
cit., p. 241, oltre che la recensione di L. Veccia
Vaglieri, in collaborazione con G. Garbini per la parte
dei codici ebraici, in "Annali dellIstituto
Universitario Orientale", n.s., X (1960), pp.
151-155.
- R. Traini, Il manoscritto: situazione
catalografica ..., cit., pp. 44-45. Traini precisa,
inoltre, che nel complesso indicato non figurano i quasi
200 codici dellIstituto Universitario Orientale di
Napoli e i circa 40 codici di recente accessione della
Biblioteca Nazionale di Roma; di questi ultimi egli
stesso ha ultimato la descrizione.
- V. Rosen, Remarques sur les manuscrits
orientaux de la Collection Marsigli à Bologne, suivies
de la liste complète des manuscrits arabes de la même
collection, in "Atti della R. Accademia dei
Lincei. Memorie della classe di scienze morali, storiche
e filologiche", s. 5a, XII (1884), pp. 163-294.
- G. Gabrieli, La Fondazione Caetani per
gli studi musulmani. Notizia della sua istituzione e
catalogo dei suoi mss. orientali (Roma, 1926).
- C. A. Nallino, I manoscritti arabi,
persiani, turchi e siriaci della Biblioteca Nazionale di
Torino, in "Memorie della R. Accademia delle
scienze di Torino. Classe di scienze morali, storiche e
filologiche", s. 2a, L (1901), pp. 1-91, 103-104.
- C. A. Nallino, I manoscritti arabi,
persiani, turchi e siriaci della Reale Accademia delle
Scienze di Torino, in "Memorie della R.
Accademia delle Scienze di Torino. Classe di scienze
morali, storiche e filologiche", s. 2a, L (1901),
pp. 92-101.
- S. Noja, Catalogo dei manoscritti
orientali della Biblioteca di Torino. Vol. 1. I
manoscritti arabi, persiani e turchi (Roma, 1974) (Indici
e cataloghi, n.s., X).
- R. Traini, Il manoscritto: situazione
catalografica ..., cit., pp. 46-47.
- E Griffini, Lista dei manoscritti
arabi Nuovo Fondo della Biblioteca Ambrosiana di Milano,
in "Rivista degli studi orientali", III (1910),
pp. 253-278, 571-594, 901-921; IV (1911-12), pp. 87-106,
1021-1048; VI (1914-15), pp. 1283-1316; VII (1916-18),
pp. 51-130, 565-628; VIII (1919-20), pp. 241-367;
[pubblicato in un volume, di solo 50 esemplari, dal
titolo: Catalogo dei manoscritti arabi di Nuovo Fondo
della Biblioteca Ambrosiana di Milano, vol. I:
codici 1-475 (Roma, 1920)].
- G. Levi Della Vida si espresse in questi
termini tracciando un breve profilo di E. Griffini, in
"Rivista degli studi orientali", X (1923-1925),
p. 728.
- Si veda su di lui il Ricordo di Oscar
Löfgren delineato da R. Traini in "Rivista
degli studi orientali", LXVII (1993), pp. 189-195.
- O. Löfgren-R. Traini, Catalogue of
the Arabic manuscripts in the Biblioteca Ambrosiana
(Vicenza, 1975-[1995]). Vol. 1. Antico fondo and
medio fondo; vol. 2. Nuovo fondo: series A-D (Nos.
1-830); vol. 3. Nuovo fondo: series E (Nos.
831-1295) (Fontes Ambrosiani, LI, LXVI, n.s., 2).
- R. Traini, Il manoscritto: situazione
catalografica ..., cit., pp. 47-48. Secondo
limpianto dellopera deciso da Löfgren si è
limitata allessenziale la descrizione esterna dei
codici, in considerazione della notevole mole di
materiale presentato.
- G. Levi Della Vida, Elenco dei
manoscritti arabi islamici della Biblioteca Vaticana:
Vaticani, Barberiniani, Borgiani, Rossigni (Città
del Vaticano, 1935) (Studi e testi, 67).
- G. Levi Della Vida, Secondo elenco dei
manoscritti arabi islamici della Biblioteca Vaticana (Città
del Vaticano, 1965) (Studi e testi, 242).
- Cfr. R. Traini, I fondi ...,
cit., pp. 244-245.
- Levi Della Vida ha indagato e illustrato
la loro storia, oltre che di altri manoscritti orientali,
nel lungo e articolato contributo Ricerche sulla
formazione del più antico fondo dei manoscritti
orientali della Biblioteca Vaticana (Città del
Vaticano, 1939) (Studi e testi, 92). Nel secondo elenco,
alla più diffusa descrizione dei manoscritti corrisponde
anche lampliarsi degli indici che, oltre a quelli
degli autori e titoli, comprendono la lista dei
manoscritti datati, lindice dei copisti, dei
possessori e dei lettori, lindice di personaggi
vari menzionati nel corso dellopera, quello dei
toponimi. Cfr. G. Levi Della Vida, Secondo elenco dei
manoscritti arabi islamici della Biblioteca Vaticana,
cit., pp. XII-XIII.
- G. Levi Della Vida, Elenco dei
manoscritti arabi islamici della Biblioteca Vaticana ...,
cit., pp. XIII-XIV.
- R. Traini, I manoscritti arabi di
recente accessione della Fondazione Caetani (Roma,
1967) (Indici e sussidi bibliografici della Biblioteca,
6).
- R. Traini, I manoscritti arabi di
recente accessione ..., cit., pp. X.XI.
- Gli indici, per materie, dei nomi di
persona e dei titoli (in caratteri arabi), oltre il
prospetto cronologico e lelenco in ordine
cronologico dei manoscritti datati premessi loro,
riflettono una coerenza dimpostazione filologica e
la ricerca di unaccuratezza formale e sostanziale
che basterebbero ad elevare il lavoro di catalogazione
intrapreso dallautore ben al di sopra della media
di altri esempi catalografici moderni, anche
internazionali, relativi a manoscritti arabi e orientali
in genere, in cui linteresse per la materia
dindagine è incentrato perlopiù su dati
statistici, o puramente estrinseci, dei testi
manoscritti.
- A. M. Piemontese in I fondi di
manoscritti arabi, persiani e turchi in Italia,
cit., p. 687.
- Cfr. R. Traini, I fondi ...,
cit., p. 248.
- Cfr. A Petrucci, La descrizione del
manoscritto. Storia, problemi, modelli (Roma, 1984).
In sostanza un catalogo di manoscritti, anche di quelli
arabi, dovrebbe comprendere le seguenti fasi analitiche,
da sviluppare in modo duttile secondo i casi e le varie
tipologie di opere e di testi: la descrizione esterna
(indicazione della materia, datazione, misure in mm.,
cartulazione, struttura, tipi di scrittura, mani di
stesura e di annotazioni, eventuali cenni
sullornamentazione, identificazione delle
filigrane, ove presenti, breve giudizio o notizie
sullorigine, cenno descrittivo sulla materia, la
datazione ed eventuali stemmi, della legatura); la descrizione
interna (autore, titolo, eventuali incipit,
explicit e colophon, gli eventuali rapporti con
altre opere, eventuali annotazioni sulle lacune del testo
e sulle sue partizioni); la storia (trattazione di
tutte le note di possesso, delle iscrizioni, dei timbri e
di qualsiasi altra notizia che possa contribuire alla
ricostruzione delle vicende di quel particolare
manoscritto); la bibliografia (citazione di tutte
le opere e di tutti gli articoli in cui il codice è
descritto, discusso o citato con contributi diretti di
prima mano, eventuali edizioni critiche).
- Unaltra produzione parallela, la cui
indagine esula dallo scopo di tale ricerca, è quella
delle tesi di laurea e di dottorato, spesso incentrate,
soprattutto in questi ultimi anni, sullo studio e
lanalisi di testi manoscritti arabi inediti; esso
costituisce un settore tutto da esplorare, che potremmo
definire parte di un"editoria sommersa".
La cultura arabo-islamica
nelleditoria italiana
La catalogazione dei manoscritti
arabi conservati presso le biblioteche del territorio italiano.
Bibliografia
a) Studi paleografici, catalografici e
statistici sui codici arabi
GABRIELI, G., Documenti orientali nelle Biblioteche e
negli Archivi dItalia, in "Accademie e
Biblioteche", VII (1933-34), pp. 287-304.
GABRIELI, G., Manoscritti e carte orientali nelle Biblioteche
e negli Archivi dItalia. Dati statistici e bibliografici
delle collezioni, loro storia e catalogazione. Firenze, L.
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GABRIELI, G., Statistica dei manoscritti orientali delle
biblioteche dItalia, in "Rivista della
Tripolitania", I (1924-25), pp. 75-77.
LEVI DELLA VIDA, G., Ricerche sul più antico fondo di
manoscritti orientali della Biblioteca Vaticana. Città del
Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1939, VII, pp. 528, 21
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LÖFGREN, O., I manoscritti arabi dellAmbrosiana e la
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1962. Milano, Istituto Lombardo, Accademia di scienze e lettere,
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