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Alessandro Pratesi
Le ambizioni di una cultura unitaria: la riforma della scrittura
(riproduzione parziale da Alessandro Pratesi, Frustula
palaeographica, Firenze, Olschki, 1992 [Biblioteca di
Scrittura e civiltà, 4], pp. 267-279; già in Nascita
dellEuropa ed Europa carolingia: unequazione da
verificare, Spoleto, Centro italiano di studi sullalto
medioevo, 1981 [Settimane di studio del Centro italiano di
studi sullalto medioevo, 27], pp. 507-530)
[redazione del testo a cura di Lorenzo Abbate e
Chiara Gaudino]
Ventisei anni fa, il 1° aprile 1953, nel
corso della prima Settimana organizzata dal neonato Centro
italiano di studi sullalto medioevo, a chiusura di un
dibattito sul problema del rinascimento carolino che aveva avuto
a brillanti relatori Paul Lehmann e Angelo Monteverdi, un
impacciatissimo borsista che oggi ha lonore e lonere
di parlare davanti a voi, contando sulla presenza di paleografi
ed altri studiosi di fama internazionale, alcuni dei quali si
erano occupati ex professo della questione
dellorigine della minuscola carolina, chiese se non fosse
il caso di inserire nel quadro tanto discusso della rinascita
carolingia anche il tema della scrittura, dal momento che grossi
punti interrogativi gravavano tuttavia anche sulle soluzioni
successivamente prospettate per questultimo problema e che
comunque non era pensabile una sua soluzione definitiva al di
fuori del quadro di cui si stava appunto disserendo. Ma Paul
Lehmann, con molta cortesia ma altrettanta fermezza, respinse la
domanda come improponibile in quel momento, e di fronte alla sua
autorità anche gli altri presenti chiamati in causa declinarono
linvito: sullepisodio cadde così ingloriosamente un
velo di neutrale indifferenza tanto che non ne rimase neppure
traccia negli Atti della prima Settimana di studio. A tanti anni
di distanza, riproposto come tema della settimana spoletina, con
il preciso scopo di una verifica, il complicato nodo
delletà carolingia, quellinterrogativo torna a me
con limplacabilità di un boomerang e mi induce a
riflettere sui motivi di un rifiuto che allora ferì la mia
suscettibilità e mi parve assolutamente ingiustificato, ma che
oggi sarei fortemente tentato di condividere se soltanto
riuscissi a trovare il pretesto per una fuga, questa volta,
ahimé, senza attenuanti, evitandone lignominia.
È un fatto che la minuscola carolina
rappresenta, da ogni punto di vista, un enigma e le singole
soluzioni proposte, seppure ne spiegano taluni aspetti, non
riescono ancora a risolverlo nella sua globalità. Non che
lincognita sia una prerogativa della carolina: in pratica
per ogni scrittura non circoscritta nel breve ambito di un
singolo centro scrittorio continuiamo a porci la domanda di dove,
quando e come sia sorta: e trascuro, pur convinto che sia
giustissimo, il monito di Armando Petrucci di considerare anche
il chi ed il perché e cioè lambiente
sociale in cui una scrittura nasce e quello a cui è destinata,
in quanto sembra a me che questi ultimi interrogativi, ove non
rientrino nel come, investano una metodologia diversa da
quella paleografica - pur se non possa a sua volta correttamente
applicarsi senza di questa- e che riguardino più facilmente
singole manifestazioni di una scrittura o modi di atteggiarsi di
questa, che non la scrittura stessa nel suo insieme. Onciale e
gotica, visigotica ed insulare, e perfino la studiatissima
beneventana, nonostante alcune ipotesi più fondate di altre,
alcune interpretazioni più plausibili di altre, devono darci
ancora, in tutto od in parte, la risposta a quelle richieste. E
tuttavia per nessuna di tali scritture listanza è così
pressante e la replica così essenziale come per la carolina,
poiché in nessun altro caso le questioni relative alla nascita
di una scrittura, pur sempre legate, ovviamente, a motivi storici
(e soprattutto di storia della scrittura), si inseriscono in una
problematica altrettanto vasta e complessa; in nessun altro caso,
soprattutto, un fenomeno grafico del medioevo assume proporzioni
di miracolo decretando in un ambito territoriale quanto mai vasto
la scomparsa, graduale ma irrevocabile, non già di una, ma di
ogni altra scrittura precedente. È questo, in sostanza, il nodo
della controversia: un sistema grafico unitario che si
sostituisce ad una pluralità di espressioni scrittorie non può
essere spiegato come semplice evoluzione dalluna
allaltra forma, come complesso di modificazioni strutturali
suggerite da un insieme di circostanze concomitanti; deve essere
invece individuato nella peculiarità assoluta di questo suo
carattere unitario, nelle motivazioni di fondo che hanno portato
al superamento del particolarismo per riconquistare
quellunità scrittoria che aveva caratterizzato il mondo
antico. E invero lo sforzo degli studiosi che si sono occupati
del problema ha sempre mirato a spiegare la via attraverso la
quale si è pervenuti a tale unità.
Non è il caso, io penso, di passare in
rassegna tutte le ipotesi che sono state formulate, le
interpretazioni di fatti più o meno concomitanti invocati a
spiegare il fenomeno nel suo complesso, gli accostamenti - spesso
arditi - messi in evidenza per sostenere luna o
laltra opinione. È sufficiente rinviare per questo alla
limpida, meditata esposizione che ne ha dato Giorgio Cencetti nel
1955, in un saggio che, ripercorsa la storia della vexata
quaestio, offre a sua volta una nuova, originale spiegazione
del problema, sulla quale è opportuno spendere qualche parola.
In armonia con la ricostruzione storicistica dellintero
svolgimento della scrittura latina, il Cencetti vede nella
minuscola carolina la prosecuzione di un processo che, già
implicito nella minuscola tardo-antica, era stato interrotto
dalla frattura dellunità grafica dopo il VI secolo: non
evoluzione dalle varie scritture altomedievali, né semplice
imitazione di modelli in minuscola antica, ma recuperata
coscienza di una scrittura "normale", di un modello
comune da cui si erano dipartite tutte le molteplici forme alle
quali aveva dato vita il particolarismo grafico; la minuscola
carolina è lattuazione concreta, la traduzione pratica in
momenti di scrittura reale di quel modello puramente ideale di
cui si riacquista il senso per effetto del "rinascimento
carolingio". Pur facendo posto, alle motivazioni
storico-politiche in senso lato, il Cencetti mira ad interpretare
il fenomeno con argomenti strettamente paleografici,
identificando il momento dellunità con la consapevolezza -
che è un evento di cultura - del modello ideale delle scritture
che quotidianamente si adottano così nella stesura accurata del
libro di lusso, come nellesecuzione semicorsiva di una nota
o di una lettera o di un documento, come infine nel rapido
tracciato di un appunto frettoloso.
Il Cencetti non aveva potuto tener conto
delle pagine dedicate alla questione della scrittura carolina da
un grande studioso delletà carolingia, Heinrich Fichtenau,
nel volume Mensch und Schrift im Mittelalter, pubblicato
nel 1946 ma giunto nelle mani del paleografo italiano - come
purtroppo accadeva di frequente negli anni caotici
dellimmediato dopoguerra - soltanto un decennio più tardi.
Non penso affatto che la lettura del libro di Fichtenau avrebbe
fatto cambiare al nostro studioso la propria personale visione
delle cose, come del resto si può constatare dalla lettura del
suo Compendio di paleografia latina , anche
nellultima redazione, aggiornata fino al 1966: ma certo
lavrebbe indotto ad approfondire di più, al di là di un
generico riferimento alla rinascenza carolingia, le motivazione
della rinata consapevolezza di una scrittura unitaria, dal
momento che lo storico austriaco inquadra lepisodio della
scrittura in un panorama di vastissimo respiro che coinvolge la
nuova realtà statale, in armonia con una realtà nuova
dellorganizzazione ecclesiastica e dellordinamento
monastico, come fonte di una cultura generale uniforme: il
Fichtenau vede un profondo ed intimo rapporto, proprio nel
momento cruciale per lavvento della minuscola carolina, tra
scrittura e stile di vita degli scriventi; lo scrivere è un
esercizio ascetico, e come la vita ascetica si viene unificando
attraverso lestensione della regola benedettina promossa
dai capitolari di riforma, così la scrittura, ispirandosi allo
stesso modello di vita e in stretta relazione con
luniformità filologica dei testi della cui moltiplicazione
era strumento espressivo, raggiunge, entro i confini
dellimpero, la propria unità. Coerentemente con la sua
visione della scrittura quale segno della soggettività
delluomo e perciò strettamente legata nelle sue
manifestazioni alle idee imperanti in un preciso ambito locale e
temporale, il Fichtenau lega dunque lorigine della carolina
al movimento di cultura creatosi intorno a Carlomagno, non tanto
come emanazione della sua corte, o della scuola palatina, quanto
come estrinsecazione dello sforzo di ricondurre ad unità tutte
le manifestazioni dello spirito.
Posteriore di nove anni al libro del
Fichtenau e contemporaneo perciò allarticolo del Cencetti,
è un saggio di Aleksander Gieysztor sul Problema della
riforma carolingia della scrittura che, richiamando quanto
aveva messo in luce il Fichtenau circa limportanza che il
governo di Carlomagno annetteva, per i fini della sua politica e
particolarmente di quella ecclesiastica, allunificazione
delle idee, e quindi dei loro mezzi di espressione, riconosce nel
dualismo tra scrittura posata e scritture corsive un rapporto
analogo a quello intercorrente tra lingua letteraria e dialetti:
la necessità di conferire carattere omogeneo a genti, istituti,
territori che, confluiti nel nuovo stato dei Franchi erano però
diversi, frammentarii e sparsi, impone al gruppo aristocratico
dominante, ai suoi consiglieri, al clero, e cioè a quella parte
della classe feudale che aveva contribuito alla formazione dello
stato carolingio, di servirsi di un mezzo di comunicazione
scritta nuovo ed uniforme, semplice e calligraficamente elegante:
per questo nasce la minuscola carolina.
Non sembra peraltro che il Gieysztor
chiarisca a sufficienza come la nuova scrittura sia sorta. Ciò
nonostante a questo punto, se anche permanevano talune ombre, i
più consideravano il problema sostanzialmente risolto: era
convinzione comune che le zone grigie sarebbero state del tutto
dissipate il giorno in cui si sarebbe potuto disporre di un
quadro esauriente della produzione codicologica nelletà di
Carlomagno; non cera praticamente dubbio alcuno che tutti i
nodi della questione sarebbero stati sciolti già da un pezzo se
il Lowe avesse a suo tempo procrastinato di un venticinquennio il
terminus ad quem per il suo catalogo di Codices Latini
Antiquiores. In ordine a questa visione delle cose il 1965
rappresenta lanno cruciale: esso offre agli studiosi un
contributo di primordine con il Panorama der
Handschriftenüberlieferung aus der Zeit Karls des Grossen di
Bernard Bischoff, ma pone anche fine alla grande illusione:
laffresco grandioso e dettagliato della produzione libraria
nelletà carolingia secondo le diverse province scrittorie
è uno strumento preziosissimo per il paleografo, il filologo, lo
storico della cultura, ma non dà al vecchio argomento di disputa
luce nuova. Lindividuazione delle singole aree è condotta
con la ben nota, puntuale ricchezza di documentazione, ma si
riferisce ad una fase della storia della scrittura latina senza
dubbio cruciale, nella quelle convivono con le forme nuove quelle
di un passato più recente e quelle tramandate addirittura dalla
tarda antichità, senza però che ne emerga la formazione del
canone della carolina. Dalle pagine del Bischoff ricaviamo semmai
una conferma della difficoltà intrinseca che il problema
presenta, ma oltre a questo niente più che un prezioso
consiglio; eccolo: "solo per poche scuole è possibile
sollevare il velo sul periodo precedente alla fine dellVIII
secolo, mentre in generale abbiamo a che fare con scritture di
unepoca in cui lautentico stadio primitivo della
minuscola carolina era già stato superato da un pezzo. Tutte le
volte che si discute della sua origine, questo fatto non dovrebbe
essere dimenticato".
In tale posizione di stallo nuovo impulso a
dissipare le ombre persistenti è venuto da Armando Petrucci che
proprio qui a Spoleto otto anni fa, nel corso della
diciannovesima settimana di studio, ha sostenuto - o meglio, a
mio giudizio, dimostrato - che alla costituzione della nuova
unità scrittoria europea hanno contribuito da un lato
limitazione grafica, metodo tuttaltro che raro nella
pratica scrittoria altomedievale, da un altro "il patrimonio
di modelli conservato dalla tradizione didattica" e cioè da
quellinsegnamento elementare di base del quale lo stesso
Petrucci ha raccolto con molto acume le tracce più evidenti
nelle sottoscrizioni testimoniali delle carte anteriori al secolo
IX; la nuova struttura scolastica carolingia ha dato ovviamente
nuovo impulso a questa scrittura elementare, i cui principi
morfologici coincidevano sostanzialmente con quelli della
minuscola antica servita da modello agli scribi delletà di
Carlomagno.
E qui, caduta ogni speranza di una soluzione
dellenigma attraverso il censimento dei codici, il mio
compito potrebbe anche ritenersi conchiuso, con un invito a
considerare risolto il problema coordinando le teorie già
esposte: le varie spiegazioni extragrafiche, ognuna delle quelli
ha una sua verità e illumina un particolare aspetto del
complesso fenomeno, chiariscono esaurientemente lesigenza
unitaria; la teoria della riacquistata coscienza del modello
normale indica la maniera in cui lunità è stata
conseguita; lindividuazione dei due filoni, imitazione
grafica e tradizione didattica, precisa i mezzi che ne hanno
consentito il raggiungimento. Potrei di certo, seppure non troppo
brillantemente, cavarmela in tal modo, se in coscienza fossi
sicuro che le cose stanno veramente così: ma non sono affatto
sicuro. Se le motivazioni proprie di settori diversi dalla
paleografia, che pure hanno certamente con lattività
scrittoria addentellati e legami, sono in grado di ricostruire il
clima culturale in cui è nata la nuova scrittura e fare
intendere lhumus da cui è germogliata, non possono non di
meno spiegarne la fenomenologia; daltro canto le
argomentazioni più propriamente paleografiche non risultano
ancora soddisfacenti in maniera assoluta. È luogo comune, per i
prodotti grafici delletà di Carlomagno, parlare di stadio
primitivo della minuscola carolina: ma per definire questo
carattere primitivo, per intendere in che cosa consista, dobbiamo
riferirci alla scrittura pienamente formata, dobbiamo rapportare
la fase di formazione a un canone stabilito, del quale però la
manualistica evita sistematicamente di darci una definizione;
anche la più compiuta, che rimane forse tuttora quella data da
Paul Lehmann nel suo rapido profilo della paleografia latina fino
al trionfo della minuscola carolingia, è del tutto
insufficiente. Gli altri si limitano ad un generico paragone con
il carattere tondo dellodierna stampa e allelenco di
alcune peculiarità che sono valide per la minuscola carolina
della metà, se non addirittura della fine del secolo nono ed
oltre, mentre per gli esempi anteriori comportano una serie di
eccezioni, e non sempre le stesse. Nulla di straordinario in
questo, poiché è abbastanza ovvio che nella fase di formazione
di una scrittura non siano presenti tutte e soltanto le
caratteristiche dalle stessa scrittura canonizzata; ma il
fenomeno diventa sconcertante se il carattere comune di questa
fase non va oltre un generico riferimento alla minuscola, mentre
sono variamente presenti forme derivate dalle più diverse
manifestazioni del particolarismo grafico. Non è un caso, io
credo, che uno studioso dalle doti spiccatamente analitiche quale
fu il Lowe, che, dopo lo Schiaparelli, è stato per noi maestro
in fatto di classificazioni di scritture, si dimostri molto
incerto nella terminologia relativa a numerosi esempi raccolti
nei suoi Codices Latini Antiquiores e attribuiti alla
seconda metà del secolo ottavo od al periodo tra la fine
dellVIII e linizio del IX: minuscola, minuscola
primitiva, minuscola carolina, sono espressioni che, valutate
alla luce dei facsimili cui si accompagnano, parrebbero
sinonimiche, senza una scala - mi si perdoni lespressione -
di progressiva "carolinità" e soprattutto senza che si
possa riconoscere il discrimen che ha suggerito di
attribuire a ciascun esempio una denominazione piuttosto che
unaltra. E ancora: si suole citare come il più antico
esempio di manoscritto datato o sicuramente databile contenente
scrittura minuscola carolina lEvangeliario di Godescalco
(Paris, Bibl. Nat., Nouv. acq. lat. 1203) scritto nella scuola
palatina tra il 781 e il 783: ma vi troviamo una b con
lasta sinuosa, una l in due tempi, con la base ad
uncino, una n maiuscola, una t con il tratto
superiore spostato a sinistra e ripiegato per il basso in senso
destrorso, tutti elementi che non soltanto non fanno parte del
canone della carolina, ma differiscono da quelli di numerosissimi
altri codici, sempre dellarea carolina, dove si alternano
forme diverse per la stessa lettera, o si conservano forme di
netta derivazione corsiva, oppure si perpetuano caratteristiche
di questa o quella scrittura altomedievale tipizzata (a-b,
e-n, ecc.). Il panorama è talmente vario che Giorgio
Cencetti, prendendo a prestito dallo Hessel lespressione
"vorkarolingische Klasse" e trasferendola al fenomeno
nuovo, parla di "classe carolina": ma è mai possibile
che una classe e non già una scrittura rigorosamente definita
nei suoi elementi possa rappresentare la realizzazione effettiva
di un modello ideale normale? Da tale modello, una volta che sia
calato nelle manifestazioni concrete della scrittura comune,
possono bensì discendere "varianti grafiche" - come ci
ha lucidamente mostrato, con riferimento al cambio grafico del
III sec. d. C., Emanuele Casamassima - ma non è pensabile che
varianti, e talmente numerose, siano già nel modello se lo
rapportiamo al concetto di "scrittura normale" così
come è stato teorizzato, nello stadio più evoluto del suo
rigoroso discorso metodologico, da Giorgio Cencetti. E
daltro canto se le manifestazioni della scrittura
elementare di base che il Petrucci ha riconosciuto nelle
sottoscrizioni delle carte del secolo VIII, discendendo
dallimitazione di modelli corsivi, ci riportano nondimeno,
sia pure saltuariamente ed in maniera inconscia, a strutture
proprie della scrittura normale minuscola, non si vede - o
piuttosto io non vedo - perché improvvisamente dovremmo
ipotizzare invece un ritorno "consapevole" a quel
modello solo perché i richiami si fanno più frequenti: sarà
semmai proprio questa frequenza, ma in un secondo tempo, a creare
consapevolezza.
Ora sembra a me che tra lultimo
venticinquennio del secolo VIII e la prima metà del IX si
moltiplichino bensì gli esempi di scrittura minuscola
calligrafica eseguita staccando le singole parole, rispettando i
rapporti modulari tra i vari segni, studiando un tracciato
elegante e rotondo che ripete nelle forme, per buona parte, le
strutture della minuscola antica, ma non con la piena
consapevolezza di attuare un modello normale: sicché facilmente
si riprendono strutture morfologiche di taluni segni elaboratesi
nel filone corsivo o si riproducono stilizzazioni calligrafiche
di questo o quel tipo "precarolino". Se il cammino
verso il conseguimento del canone della carolina non può
ricostruirsi nella sua globalità ma - come ammoniva il Bischoff
- soltanto per poche scuole, la circostanza fondamentale da tener
presente non è tanto che le scuole che consentono di seguire
tale processo siano poche, quanto che siano più duna,
sicché non si può parlare di una scrittura in evoluzione, ma di
un sistema grafico che è ancora alla ricerca di un suo modo
unitario di essere, in maniera certamente meno vistosa ma non
totalmente diversa da quanto era accaduto con il particolarismo
grafico. Di sicuro la frantumazione non è così accentuata come
un secolo prima, la base comune è molto più solida ed estesa e
quindi il superamento di questa pluralità non dovrà farsi
attendere ancora per molto: ma se trascuriamo la pluralità, se
insistiamo a voler vedere un carattere unitario già nelle
manifestazioni del cosiddetto periodo di formazione, non potremo
mai spiegarci la diversità degli elementi extracarolini che
entrano negli esempi di questa prima fase, anche in uno stesso
centro scrittorio, né la persistenza di certe tipizzazioni
precaroline in ambienti - come per esempio Corbie - dove pure
già si producono codici nella nuova minuscola, né infine quel
fenomeno, acutamente osservato da Bischoff a proposito dei
manoscritti di lusso prodotti nello scriptorium della
corte, in cui carattere unitario si coglie meglio nella tecnica
libraria che non nelle esemplificazioni grafiche in minuscola.
Possiamo serenamente riconoscere che se la
constatata pluralità ha più laspetto disordinato del
periodo precarolingio; se gli scambi più facili e frequenti tra
luno e laltro centro favoriscono una certa comunanza
grafica di base, questa trova linfa nellambiente culturale
del cosiddetto "rinascimento carolingio"; possiamo
facilmente ammettere che il sistema della nuova minuscola
scaturisce, secondo le indicazioni del Petrucci, da una sintesi
tra limitazione di modelli antichi e quanto di
quellantico modus scribendi era rimasto ancora in
vita nel filone dellinsegnamento elementare; possiamo forse
anche azzardare lipotesi che la scelta delle forme rotonde
della minuscola, a preferenza di altri modelli possibili,
risponde a un gusto molto diffuso anche in ambiti culturali
notevolmente diversi, un gusto del quale doveva aversi
nellImpero bizantino, specchio e antagonista del
carolingio, una clamorosa manifestazione proprio in quello stesso
periodo di tempo, se nell835 levangeliario Uspenskij
ci mostra ormai già perfettamente canonizzata la minuscola
greca, o meglio quel tipo particolare di minuscola caratterizzato
dalla rotondità del tracciato e non, per esempio, quello del
Vat. gr. 2200. Ma dobbiamo riconoscere che il sistema minuscolo
degli scriptoria carolingi non ha ancora trovato, fin
verso la metà del secolo IX, un suo canone e perciò non
possiede ancora un carattere unitario. Lelemento che,
secondo il Fichtenau, sarebbe stato il più significativo della
scrittura nuova perché in linea con lambizione di una
politica unitaria in tutti i campi, è proprio lelemento
che non mi riesce di vedere, nella produzione grafica
delletà di Carlomagno e dei suoi successori più
immediati, se non in maniera generica e approssimativa. La
minuscola carolina canonizzata verrà più tardi, alla vigilia
dellascesa al trono di Ludovico II o addirittura già
durante il suo impero: ma la canonizzazione non può essere
frutto di poligenesi; sarà necessariamente il risultato
dellelaborazione di una scuola determinata, anche se allo
stato attuale delle conoscenze - parlo ovviamente delle mie - non
saprei dire quale. Né credo che sarà facile riconoscere tale
scuola in assenza di un congruo numero di codici datati e
localizzati, poiché sicuramente le premesse culturali e le
condizioni politiche hanno favorito, una volta e dove che sia
formatosi il canone, la sua rapida diffusione. Allora soltanto
poté essere recuperata la consapevolezza del modello normale
comune e dallapplicazione di tale modello secondo leggi
precise poterono muovere le tipizzazioni che distinguono, pur
nellunità della scrittura carolina, i prodotti di talune
province scrittorie nei secoli X e XI. Allora, e allora soltanto,
la minuscola carolina si presenta come il mezzo tipico di
espressione grafica dellimpero latino-germanico,
uniformemente diffuso in tutto il suo territorio e come questo
limitato da precisi confini paleografici rappresentati dalle
scritture insulari, dalla visigotica, dalla beneventana:
scrittura di unEuropa germanocentrica che afferma e
conferma il carattere unitario dello svolgimento del fenomeno
grafico atteggiando le proprie strutture morfologiche,
nellarmonica linearità del tracciato rotondo, a notazioni
formali di gusto che avevano caratterizzato in passato e
caratterizzeranno ancora in futuro la civiltà scrittoria
mediterranea.
Penso però di aver già troppo tediato gli
uditori presentando loro niente più che la visione personale di
un problema anziché la soluzione: ma non avevo e non ho la
presunzione - sarebbe stato assurdo averla- di chiudere una
disputa protrattasi per lunghissimi anni; ho invece la speranza
di aver ridestato in chi mi ha pazientemente seguito fin qui
linquietudine e il turbamento che si manifestano, in chi
aspira alla verità, per un enigma non risolto, inquietudine e
turbamento che sono pur sempre impulso vivace al progresso
continuo della ricerca.
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