|
Armando
Petrucci
Scritture
di folle
(versione
italiana [2006] del testo che sarà pubblicato in Crowds,
a cura di
Jeffrey T. Schnapp e Matthew Tiews, Stanford University Press)
[redazione del testo a cura di Libera Giachino]
Nel
settembre del 1966 lo storico italiano Delio Cantimori indicava
fra i compiti della ricerca storica quello di indagare
"complessi di fatti e di azioni consapevoli e particolari o
fenomeni di lunga durata" che fossero comunque concreti e
documentabili.
Il fenomeno che intendo studiare qui, evocando una serie di
diverse situazioni all'interno delle quali esso si è manifestato
nel passato e continua a manifestarsi ancora oggi, è costituito
dall'uso di testi scritti pubblicamente esposti da parte di masse
umane, o folle, presenti ed attive all'interno di realtà urbane.
In effetti esistono, e sono sempre esistite in società più o
meno parzialmente alfabetizzate, situazioni in cui masse
organizzate e più o meno numerose di uomini e di donne
partecipano o assistono ad un evento pubblico portando con sé,
singolarmente o in gruppo, e usando in vario modo oggetti
(quadri, cartelli, drappi, striscioni e simili) coperti di testi
scritti leggibili a distanza.
Finora l'attenzione degli studiosi si è concentrata di
preferenza sulle cosiddette "scritture esposte"
immobili, cioè affisse o iscritte in modo stabile in qualche
luogo pubblico, su muri, monumenti, pareti; così è stato finora
e così continua ad essere per tutte quelle di carattere
comunicativo, politico, pubblicitario, che hanno popolato e
popolano gli spazi delle città, da Pompei a New York. Ma non mi
sembra che finora si sia preso in esame un fenomeno del tutto
diverso, quale quello costituito da scritture esposte autonome,
prodotte spontaneamente ed esibite ostentatamente da masse umane
in movimento, attraversanti un luogo abitato o sostanti in un
luogo aperto come una piazza o uno stadio, o anche in luoghi
chiusi, come sale sufficientemente vaste.
Dirò subito, per chiarire ai lettori gli scenari su cui intendo
soffermarmi, che penso ad eventi pubblici come le processioni, i
cortei, le manifestazioni da una parte e ad eventi sportivi o a
riunioni cerimoniali e politiche dall'altra. Di tali eventi sono
protagoniste, per ricorrere alle categorie interpretative
enunciate a suo tempo da Elias Canetti, "masse ferme",
come quelle concentrate in piazze concluse, in stadi sportivi, in
sale e così via, e "masse in movimento", lento o
rapido. Nel primo caso le "masse ferme", pur rimanendo
tali, possono muovere più o meno ritmicamente le scritture
esibite, e nel secondo caso le masse mobili possono trasformare
il loro movimento, la loro marcia in carica aggressiva,
utilizzando proprio i supporti stessi delle scritture esibite
(bastoni, pali, spranghe, mazze) come armi contundenti contro
schieramenti avversi (oppositori politici o sportivi, forze
dell'ordine) che intendano contrastarli o fermarli.
Se prendiamo in considerazione soprattutto il periodo
contemporaneo, dall'Ottocento ad oggi, mi sembra che si possa
procedere ad un'ulteriore distinzione, e cioè a quella tra
"folle celebranti" e "folle manifestanti", in
quanto l'atteggiamento dei protagonisti, assai diverso nei due
casi, modifica radicalmente anche l'uso e perfino la natura delle
scritte esibite. Una folla celebrante, che partecipi ad una
processione religiosa o ad un corteo ufficiale (per esempio, nel
passato, l'"ingresso" di un sovrano, di un papa, di un
ambasciatore e così via, in una città), esibisce scritte,
composte e preparate, anche materialmente, da altri e ad essa
fornite o imposte dai veri "domini" della situazione
rituale: si pensi ai cortei pubblici in situazioni di regimi
dittatoriali, interamente ritualizzati e militarizzati, in cui
non soltanto lo svolgimento dell'azione è, dal principio alla
fine, organizzato e controllato da una precisa coreografia, ma
anche, se non soprattutto, i simboli esibiti, figurali e scritti,
sono rigidamente programmati secondo un immutabile programma
preventivo.
Del tutto diverso, anzi opposto, mi sembra sia, da questo punto
di vista, la natura delle scritte esibite da una folla
manifestante, che ostenta in modo esplicitamente aggressivo e
fortemente individualizzato, a seconda dei gruppi partecipanti,
distinti in differenti segmenti del corteo, i propri prodotti
scritti, di solito elaborati dagli stessi partecipanti per
l'occasione. Nel primo caso, dunque, potremmo dire di trovarci di
fronte alla esibizione di scritte elaborate per la folla;
nel secondo caso, al contrario, di scritte elaborate dalla folla.
Un ultimo aspetto che vorrei prendere in esame è quello
costituito dall'impatto che queste scritte, i cui testi sono di
solito ripetuti ossessivamente a voce dai partecipanti,
esercitano sullo spazio pubblico (strade e piazze di una città)
che attraversano. Si tratta, in genere, dei settori più nobili,
significativi ed antichi del singolo centro abitato, quelli dove
si trovano i "palazzi del potere", i monumenti storici
e religiosi più importanti, tradizionalmente riservati ai riti
pubblici delle istituzioni e della classe dominante, dalle
passeggiate, alla partecipazione agli spettacoli, allo
"shopping". È indubbio che l'impatto è di natura
ostile, psicologicamente teso a spaventare l'ipotetico avversario
e a comunicargli un'impressione terrorizzante di forza
soverchiante, mediante un'azione fisica di attraversamento
"armato", che si configura simbolicamente come un atto
di esplicita violenza: non tanto, dunque, di attraversamento,
quanto di "penetrazione", di cui le scritte esibite e
agitate costituiscono il messaggio simbolico e dichiarativo.
A parte va considerato, da questo punto di vista, il fenomeno,
tutto contemporaneo, delle scritte esibite dalle folle costituite
dalle tifoserie sportive organizzate, soprattutto all'interno dei
luoghi a ciò deputati (stadi, palestre, campi); e ciò sia per
la sua contiguità formale con la produzione scrittoria spontanea
di natura politica, sia per l'appartenenza dei protagonisti a una
fascia di età quasi totalmente giovanile.
In queste situazioni altamente ritualizzate le scritte, esibite o
su cartelli rigidi o su grandi, a volte enormi striscioni di
stoffa, costituiscono vere e proprie opere d'arte di
realizzazione anonima, o meglio di gruppo, il cui linguaggio è
fortemente espressivo ed aggressivo, intinto di
autorappresentazione gergale, sesso, violenza. Poiché il
pubblico protagonista è costretto nel luogo ove si svolge la
rappresentazione sportiva, di cui è spettatore e partecipe, a
muoversi sono proprio le scritte, che, accompagnate da slogan
cantanti o urlati in coro, si alzano, si abbassano, si arrotolano
e si srotolano, configurando uno spettacolo nello spettacolo
nella forma di una vera e propria danza guerriera, cui spesso
segue, nel momento del parossismo finale, un duro scontro fisico,
che conclude la rappresentazione.
In conclusione mi sento di affermare che proprio questo più
recente tipo di situazione, nella sua esplicita mistione di gioco
e di violenza, tramite il movimento ritmico di migliaia di corpi
e di centinaia di scritte, costituisce un uso originale e del
tutto nuovo della esibizione di scrittura di folle urbane.
Segnalazioni
bibliografiche
La
citazione iniziale è tratta da D. Cantimori, Galileo e la
crisi della Controriforma, in Id., Storici e storia,
Torino, Einaudi, 1971, pp. 637 ss.; quelle di E. Canetti da Id., Masse
e potere, Milano, Rizzoli, 1972, pp. 27-41. Più in generale
cf. A. Petrucci, La scrittura. Ideologia e rappresentazione,
Torino, Einaudi, 1986; A. Pinelli, Feste e trionfi:
continuità e metamorfosi di un tema, in S. Settis (ed.), Memoria
dell'antico nell'arte italiana. II. I generi e i temi
ritrovati (con ulteriore bibl.). Per le scritture sportive
italiane cf. A. Ricci, Graffiti. Scritte di scritti. Dalle
epigrafi fasciste alla bomboletta spray, Manziana,
Vecchiarelli, 2003.
|