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Armando Petrucci: una passeggiata
per i sentieri della scrittura
Intervista di Antonio Castillo Gómez,
professore all'Università di Alcalá de Henares
("Litterae. Cuadernos sobre cultura escrita", 2
[2002], pp. 9-37)
Nato a Roma nel 1932, Armando Petrucci
è una delle voci più autorevoli nel campo della paleografia
latina. Laureato in Paleografia e Diplomatica presso la Sapienza
di Roma nel 1955, è stato archivista di Stato e conservatore di
manoscritti presso la Biblioteca dellAccademia Nazionale
dei Lincei e Corsiniana. Dal 1962 al 1972 ha unito queste
attività con linsegnamento nella Scuola Speciale per
Archivisti e Bibliotecari dellUniversità di Roma. In
seguito ha insegnato Paleografia e Diplomatica presso le
Università di Salerno (1972-1974) e Roma (1974-1991),
concludendo la sua attività di docente di Paleografia Latina
presso la prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa (dal 1991
ad oggi). È stato anche invitato ad insegnare presso diverse
università e centri statunitensi e francesi: Newberry Library di
Chicago (1983, 1988, 1993, 2001, sempre in collaborazione con
Franca Nardelli), Michigan University ad Ann Arbor (1991, con
Franca Nardelli), Stanford University (1994), Collège de France
(1995), University of California a Berkeley (2002) e École des
Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.
È membro della Académie Royale de
Belgique. Oltre ad organizzare diversi congressi e incontri
scientifici, ha diretto due riviste fondamentali per gli studi
sulla cultura scritta: Scrittura e civiltà (1977-2002) e Alfabetismo
e cultura scritta (1980-1992).
Grande specialista per tutto ciò che
concerne le testimonianze scritte dellItalia medievale, la
sua produzione è indubbiamente tanto ampia quanto raffinata. Si
è occupato di problematiche relative alla scrittura,
allalfabetismo, alleducazione grafica, al libro, alla
lettura, alle biblioteche e alla conservazione della memoria
scritta dallepoca romana fino ai nostri giorni.
Lungi dal seguire i sentieri battuti
dalla paleografia tradizionale, ha da tempo cercato un proprio
percorso, intendendo questa disciplina come storia globale della
cultura scritta. Questo orientamento, secondo quanto ha scritto
di recente, comporta che la stessa debba articolarsi come
"storia della produzione, delle caratteristiche formali e
degli usi sociali della scrittura e delle testimonianze scritte
in una determinata società, indipendentemente dalle tecniche e
dai materiali impiegati" [1].
Insomma, Armando Petrucci è autore
di unopera imprescindibile per quanti si interessino di
storia della cultura scritta. I suoi lavori offrono numerosi
spunti di riflessione e aprono altrettante prospettive di
indagine. Forse per questo Roger Chartier e Jean Hébrard lo
considerano come una delle guide più lucide e generose in questo
campo; tanto che Francisco Rico si è riferito a lui come a uno
dei "grandi rinnovatori della storiografia europea"
[2].
Invitato dai responsabili di
"Litterae" a realizzare questa intervista, mi sono
proposto di fare in modo che essa servisse ad avvicinare
allopera di Petrucci il lettore meno specializzato e
interessato. Non potendo incontrarlo di persona e data la sua
ritrosia a utilizzare la posta elettronica, abbiamo concordemente
optato per un questionario scritto.
Un lettore "stravagante"
Antonio Castillo Gómez: Armando, se ti sembra opportuno, per
iniziare possiamo risalire ai tuoi anni da studente alla Sapienza
di Roma. Rileggendo la postfazione al tuo libro Alfabetismo,
escritura, sociedad (1999), edizione spagnola di
unantologia di tuoi lavori, non sembra che i ricordi di
allora ti siano particolarmente graditi. Parli di quella tappa
"con più tristezza che nostalgia" e definisci quella
istituzione come "chiusa, vecchia e povera".
Armando Petrucci: Nel 1949 lUniversità di Roma era
realmente povera e triste. Scelsi il curriculum di Filologia
classica, ma non incontrai i maestri che avevo immaginato (ad
eccezione del vegliardo, cieco e chiaroveggente, Gaetano De
Sanctis); inoltre Giorgio Pasquali insegnava a Firenze e qui,
alla Normale di Pisa; Carlo Dionisotti era a Londra. Avrei voluto
seguire i corsi di storia dellarte di Lionello Venturi e
quelli di filologia romanza di Angelo Monteverdi, ma non mi
riuscì.
ACG: In un simile ambiente, quali furono i tuoi primi maestri?
AP: Per quanto riguarda specificamente la paleografia e la
diplomatica, Franco Bartoloni, morto poi, nel 1956, a soli 42
anni, e Alessandro Pratesi, che mi insegnarono il metodo e il
mestiere; altri maestri indiretti furono Giorgio Cencetti (la cui
impostazione storicistica sarebbe risultata decisiva nella mia
formazione), Giulio Battelli, Jean Mallon e Robert Marichal, che
conobbi personalmente. Lincontro, che si sarebbe rivelato
importante, con Augusto Campana lo ebbi più tardi, anche se il
rapporto con lui fu sempre indiretto ed evasivo; e lo stesso
avvenne con Bernhard Bischoff. Per quanto riguarda gli storici,
mi sono formato alla scuola dei medievisti romani e del grande
Federico Chabod.
ACG: Unaltra tappa non meno fondamentale fu la tua
esperienza come archivista di Stato e bibliotecario. Fino a che
punto ha influito sul tuo modo di concepire la paleografia e lo
studio della cultura scritta?
AP: Il contatto quotidiano e diretto con migliaia di
testimonianze scritte, documenti e libri, manoscritti e a stampa,
di diverse epoche, è stato decisivo nella mia formazione. Con un
certo orgoglio posso dire che il lavoro di archivista e
bibliotecario mi ha impedito di diventare un "paleografo di
facsimili".
ACG: E la tua permanenza allIstituto Warburg di Londra nel
1968?
AP: Lì ho scoperto una visione della cultura completamente
originale e un ordo librorum rivoluzionario. Sicuramente,
dalla consultazione mattutina del ricchissimo fondo di
manoscritti della British Library (dove ebbi la fortuna di
conoscere Julian T. Brown, così come altri paleografi inglesi) e
da quella pomeridiana e notturna dei notevoli fondi librari
dellIstituto (il Warburg rimaneva sempre aperto per gli
ospiti, che disponevano delle chiavi) nacque in nuce
lidea di una storia globale della cultura scritta. Per
sfortuna (o per fortuna?) quella intensa esperienza durò
soltanto un mese!
ACG: Quali autori e quali opere hanno contribuito a definire la
tua educazione di lettore?
AP: Ho avuto e continuo ad avere molti "maestri di
carta": in primo luogo Arnaldo Momigliano, i cui scritti
leggo e rileggo religiosamente; quindi i già menzionati Pasquali
e Dionisotti; e anche, a partire dai miei primi approcci alla
filologia italiana, Gianfranco Contini, al quale giunsi su
indicazione di Emanuele Casamassima, altro amico e insieme
maestro.
ACG: Nomi come quelli di Marcel Cohen e V.A. Istrin (linguisti),
Alexander Gieysztor, Carlo Maria Cipolla e Lawrence Stone
(storici), o István Hajnal (paleografo) sono riferimenti
pionieristici nello studio sociale della scrittura e nella tua
opera. Più di qualcuno può notare che non menzioni altri
paleografi, eccetto lungherese Hajnal, e nessun italiano,
nonostante la notevole tradizione di questa disciplina nel tuo
paese. A che cosa si deve ciò?
AP: Al fatto che la mia curiosità di lettore era ed è onnivora,
e nel corso di quasi ventanni si è nutrita di una
biblioteca tanto ricca e varia quanto quella presso la quale ho
lavorato [quella dellAccademia Nazionale dei Lincei e
Corsiniana]. Non ho mai fatto distinzioni fra autori italiani e
stranieri, fra studiosi che avessero i miei stessi interessi o
altri.
Un congresso e due riviste
ACG: Nel marzo 1977, su iniziativa tua e di Attilio Bartoli
Langeli, si svolge a Perugia un congresso dal titolo Alfabetismo
e cultura scritta nella storia della società italiana [3]. Con quali fini?
AP: Per discutere le nostre impostazioni metodologiche con altri
studiosi, per verificare larea di interesse di una
rinnovata storia della scrittura, per ricavare suggerimenti, per
migliorare i nostri progetti. Nonostante il clima politico
italiano di quei tempi, gli "anni di piombo",
liniziativa di Perugia ebbe un successo che ci spinse a
proseguire.
ACG: Se cè qualcosa che sorprende positivamente nel vedere
i nomi dei partecipanti a questo congresso, è la loro diversa
provenienza: storici come Franco Cardini o Carlo Ginzburg;
linguisti come Giorgio R. Cadorna o Raffaele Simone; storici
dellistruzione e dellalfabetismo come Giuseppe
Ricuperati, Marina Roggero e Jacques Ozouf; o, infine, paleografi
come Bartoli, Cavallo e tu stesso.
AP: Storia, linguistica, alfabetismo, paleografia erano gli
stessi elementi fondanti del progetto che stavamo costruendo: una
storia globale della cultura scritta. Da qui le ragioni di quella
selezione e di quei partecipanti, che avrebbero potuto essere
anche altri, di più o di meno.
ACG: Perché insistere tanto sulla interdisciplinarità?
AP: Perché la storia della cultura scritta e dei suoi prodotti
è situata al centro di una vasta area nella quale confluiscono e
si giustappongono la storia, la filologia o la letteratura; oltre
alle discipline specialistiche più affini, come
lepigrafia, la codicologia quantitativa, larcheologia
del libro, la papirologia, la diplomatica medievale e moderna, la
storia dellalfabetismo e così via.
ACG: Sono gli stessi motivi che vi indussero a fondare Scrittura
e civiltà, sempre nel 1977?
AP: Scrittura e civiltà la fondammo, di comune accordo e
con la stessa filosofia, Alessandro Pratesi (maestro comune),
Guglielmo Cavallo e io, con unambiziosa dimensione
internazionale che mancò al congresso di Perugia. Però, questo
sì, e non avrebbe potuto essere altrimenti, con la stessa
volontà di rinnovamento e ampliamento di punti di vista, metodi
e prospettive.
ACG: Accanto a Scrittura e civiltà, unaltra rivista
di riferimento nel campo della scrittura è la belga Scriptorium.
Perché non spieghi al lettore non specialista della materia le
differenze tra luna e laltra?
AP: La differenza di base fra le due riviste si manifesta in
pieno nelle loro denominazioni come nei programmi pubblicati nei
volumi inaugurali. Mentre Scrittura e civiltà si
presentava come una rivista di storia della scrittura nel senso
più ampio, Scriptorium aspirava invece a diventare, e vi
è riuscita, la pubblicazione più autorevole nel vasto e
complesso campo dello studio del libro manoscritto medievale,
latino e greco.
ACG: Tornando al congresso di Perugia, esso servì anche come
punto di partenza per il seminario Alfabetismo e cultura
scritta, i cui atti o le loro sintesi furono pubblicati prima
in un bollettino dattiloscritto (1980-1987) e quindi
nellomonima rivista (1988-1992). Quali obiettivi si
volevano perseguire?
AP: Lidea era quella di creare uno strumento, il più
informale possibile, per coordinare le diverse e disperse
ricerche che si stavano realizzando in generale sul tema in
questione; e, soprattutto, di dare informazioni bibliografiche
attraverso schede, suggerimenti in forma di progetti, proposte,
interventi (documenti).
ACG: Questanno 2002, al compimento dei 25 anni di Scrittura
e civiltà, hai deciso di chiuderla. Quali ragioni ti hanno
portato a questa decisione?
AP: Lho spiegato in un Commiato pubblicato in
apertura dellultimo volume (25, 2001), apparso, con un
po di ritardo, nel settembre 2002. Da un lato, hanno
influito ragioni personali, dallaltro, la sensazione che la
rivista attualmente, anche se consolidata a livello
internazionale, non corrisponda del tutto al progetto esposto nel
volume iniziale, ma si sia trasformata in uno spazio ricco e
vario, privo tuttavia di coerenza interna.
Paleografia e storia della cultura
scritta
ACG: Dopo aver brevemente ripercorso alcune tappe della tua
biografia intellettuale, ti propongo di occuparci ora di alcune
delle idee che informano la tua opera. Fra il 1962 e il 1964
pubblichi studi sui graffiti romani rispettivamente di
Condatomagos e Magdalensberg, nei quali si trovano gli spunti di
molti dei tuoi percorsi successivi [4].
Mentre la paleografia, chiamiamola tradizionale,
continuava a dedicarsi alla lettura e alla trascrizione dei
documenti più solenni, quasi sempre i diplomi medievali, in
questi lavori tu hai posto in rilievo limportanza delle
scritture usuali e, in particolare, delle scritture murali nella
storia della scrittura latina. Dopo tutti questi anni, che cosa
rappresentano queste pubblicazioni nel complesso della tua opera?
AP: Moltissimo. In realtà grazie ad esse si è andato formando
un mio personale metodo di indagine, legato sia a una visione
integrale del mondo della scrittura e dei suoi protagonisti, gli
scriventi, sia allo stretto vincolo che, dal mio punto di vista,
esiste tra qualsiasi esperienza di scrittura e il contesto
sociale nel quale essa si svolge.
ACG: In questi lavori sostieni che la varietà della scrittura
romana dovesse essere posta in relazione con il grado di
educazione grafica degli scriventi e, quindi, con la diffusione
sociale della scrittura. Cosa ti fece giungere a tali
conclusioni, senza dubbio rivoluzionarie in relazione a come
allora veniva intesa la paleografia?
AP: Posso indicare due opere nate in contesti e tempi diversi. In
primo luogo, la geniale e monumentale Storia economica e
sociale dellImpero Romano di Michael Rostovzeff, che
lessi nella traduzione italiana pubblicata nel 1953 dalla Nuova
Italia di Firenze, con una prefazione di Gaetano De Sanctis (in
essa trovai la prima menzione dei graffiti di Condatomagos); e
poi gli atti di un insolito congresso svoltosi a Parigi nel 1960
sul tema, un po stravagante, La scrittura e la
psicologia dei popoli, al quale parteciparono paleografi,
filologi, linguisti, storici e sociologi fra i migliori
dEuropa [5]
ACG: Pochi anni dopo ritorni su questi argomenti nella prima
parte di Scrittura e libro nellItalia altomedievale,
un altro articolo non meno fondamentale [6].
Perché arrivi qui ad affermare che lanalisi paleografica
tradizionale era giunta a un punto di non ritorno?
AP: Quella che citi è unaffermazione estremista ed
estremizzata di cui oggi non condivido più il vigore polemico.
In realtà, lantico metodo mostrava ancora molta vitalità
e conservava una vasta e pratica utilità; tuttavia ciò che
allora desideravo mettere in rilievo era la sua inutilità al
momento di mettere in relazione e spiegare i fatti e i prodotti
della scrittura con la società e gli uomini che li avevano
generati, cosa che mi sembrava e continua a sembrarmi
indispensabile.
ACG: Quale accoglienza ebbero le tue tesi fra i colleghi
italiani?
AP: Interesse, rispetto, indifferenza, rifiuto. Vorrei comunque
ricordare i riconoscimenti di Guglielmo Cavallo, Attilio Bartoli
Langeli, Paola Supino Martini e di alcuni giovani studiosi, come
Carlo Romeo, mio diretto collaboratore per molto tempo, e Raul
Mordenti; così come la nascita, soprattutto in Spagna, di un
ampio consenso: in particolare penso a Francisco Gimeno e alla
sua scuola, a te, al gruppo della rivista Signo.
ACG: Sarebbe eccessivo affermare che allora stava nascendo una
"nuova paleografia" o, in ogni caso, un modo diverso di
concepirla?
AP: Forse sì, anche se senza dubbio non sono io che posso
affermarlo, a questo punto e alla mia età, pieno di dubbi come
sono.
ACG: Di qualsiasi tuo lavoro trattiamo, notiamo sempre un certa
volontà di "oltrepassare" i confini innalzati spesso
fra una disciplina e laltra. Perché?
AP: Le ragioni di questo modo di procedere sono molteplici: [a]
una certa mancanza di interesse nei confronti del mondo
accademico, al quale sono giunto dallesterno, che sempre ha
voluto e ancora vuole riconoscersi nelle etichette disciplinari;
[b] la concezione e la pratica di una storia globale della
cultura scritta che si veniva formando a poco a poco; [c] la
vicinanza, lamicizia e gli insegnamenti che ho ricevuto da
molti amici, colleghi e compagni né paleografi né diplomatisti:
da Tullio De Mauro e Alfredo Stussi, linguisti, ad Alberto Asor
Rosa, italianista; da Aurelio Roncaglia e Roberto Antonelli,
filologi romanzi, a Carlo Ginzburg, Roger Chartier e Roberto
Zapperi, storici; da Luciano Canfora, storico, filologo greco e
anche contemporaneista intrepido, a Sebastiano Timpanaro,
filologo classico più formale; fino ad arrivare
allindimenticabile (e sempre ricordato) Giorgio Raimondo
Cardona; da ognuno dei miei alunni; e da tanti e tanti altri,
tutti presenti nel mio patrimonio culturale; [d] e, infine, anche
per curiosità, per passione e per divertimento personale.
ACG: Ne deduco che questa disposizione abbia molto a che vedere
con il tuo costante appello allesame della cultura scritta
come un tuttuno (documenti, libri, epigrafi, graffiti,
ecc.). Quali rischi si posso correre nel rompere questa unità?
AP: Rompendo o, ancor peggio, ignorando questa unità si corre il
rischio di non comprendere le concrete "situazioni di
scrittura", che non si possono interpretare senza collocarle
nel loro tempo e nei loro rispettivi luoghi di realizzazione,
sempre, necessariamente, complessi e pieni di molteplici
esperienze grafiche.
ACG: Pertanto come dobbiamo regolarci?
AP: Parafrasando quello che ho scritto nella conclusione di Medioevo
da leggere un libretto didattico che mi è molto caro
posso rispondere affermando che soltanto lo studio
diretto, approfondito e critico (in senso totale)
dellinsieme delle testimonianze scritte, dei loro aspetti
formali, dei loro processi di produzione, della loro
considerazione nel contesto di una cultura scritta sempre
articolata e complessa, può fare dello storico, per quanto
possibile, un interprete attento al passato e alle sue tracce
visibili e leggibili.
ACG: Sempre in questa prospettiva, mi sorprende, per esempio, che
molti lavori sulla storia della lettura, inclusa lopera
eccezionale curata da Cavallo e Charter [7],
stabiliscano unassociazione quasi univoca fra libro e
lettura, come se questa non avesse nulla a che vedere con altre
manifestazioni scritte.
AP: Senza dubbio hai ragione. Quella eccellente raccolta, pensata
e diretta da due intellettuali di provenienza molto diversa,
seppur pieni di esperienze e curiosità, si orienta (compreso il
mio contributo) preferibilmente verso la lettura dei libri, che
per natura e tradizione sono stati considerati, soprattutto
allinterno della "classe dei colti", come
lunica forma di lettura; tuttavia, storicamente ne esistono
molte altre: a parte quella che riguarda le scritture esposte, si
devono ricordare anche le lettere, i ricordi, i conti, i numeri e
così via, ognuna con proprie regole e modalità specifiche.
ACG: Nella Prima lezione di paleografia svolgi tutta una
proposta teorica e metodologica riguardo a questa disciplina come
"storia globale della cultura scritta". Pensi che siano
la stessa cosa?
AP: No, paleografia e storia globale della cultura scritta non
sono la stessa cosa e lho spiegato nella Premessa a
quel libro, anche se ho lasciato nel titolo l
"antica" denominazione (su suggerimento di Guglielmo
Cavallo) con una certa volontà polemica nei confronti di coloro
che pensano che io non faccia propriamente paleografia; quando,
invece, secondo me è vero il contrario.
ACG: Che cosa risponderesti ai tuoi detrattori e a coloro che,
anche oggi, guardano con sospetto alle tue impostazioni?
AP: Penso che nel campo della paleografia si possano raggiungere
ottimi risultati seguendo metodi di indagine diversi dai miei;
comprendo le reticenze di alcuni rispetto al modo nel quale
impiego, sempre con la massima cautela, i miei strumenti
metodologici; personalmente lunica risposta che io possa
fornire alle critiche e ai dubbi sollevati da amici e colleghi è
contenuta nei risultati stessi del mio lavoro scientifico.
ACG: Ovviamente, come tu stesso hai confessato, questa maniera di
intendere la storia della cultura scritta è inscindibile da una
concezione sostanzialmente marxiana dellindagine storica.
Potresti ricordare i tuoi primi contatti con il marxismo?
AP: Data la mia età, devo risalire abbastanza indietro. Alla
fine della seconda guerra mondiale le mie posizioni politiche
erano quelle di un liberale di sinistra, le stesse di un
settimanale politicamente e culturalmente tanto importante e
innovatore come Il Mondo di Mario Pannunzio, che iniziò
le pubblicazioni nel 1949; in seguito, mi sono allontanato da
queste posizioni, avvicinandomi al movimento e alla cultura
socialista, anche per linfluenza di due riviste di
carattere politicoculturale, Società e Il Ponte,
di Piero Calamandrei; sono stato in seguito vicino al movimento
comunista formatosi intorno al Manifesto (quotidiano edito
dal 28 aprile 1971), al quale continuo ad essere politicamente
affine.
ACG: Quali autori ti hanno maggiormente influenzato?
AP: Di Marx a Engels ho letto poco e non in maniera sistematica.
Lintellettuale (e politico) che, per mezzo della lettura,
ho sentito sempre vicino e che considero un maestro è stato ed
è Antonio Gramsci. Allo stesso modo, ho imparato molto da mio
suocero, Adolfo Nardelli, e dalla sua esperienza di vita, e da
mia moglie Franca, alla quale sono legato dal 1948; e moltissimo
dalla (e nella) attività sindacale, svolta, fin dagli anni
50, prima nella CISL e poi nella CGIL, alla quale sono
tuttora iscritto.
ACG: Dato il conservatorismo che sempre ha caratterizzato la
paleografia, impostare uninterpretazione marxista della
storia della cultura scritta è stato allo stesso tempo un atto
di impegno e di rivolta scientifica. A quei tempi ricevesti per
questo motivo le critiche di colleghi come Cau e Pratesi, ma tu
hai sempre sostenuto il carattere paleografico del tuo metodo di
analisi. Perché?
AP: Perché per comprendere la storia di qualunque cultura
scritta in tutte le sue evoluzioni e vicissitudini, il metodo
dellanalisi formale dei segni grafici e del loro sviluppo
(dinamico o no) nel tempo è altrettanto indispensabile quanto il
punto di vista antropologico e sociologico.
ACG: E che cosa può apportare il metodo paleografico rispetto ad
altre concezioni della storia della cultura scritta?
AP: Il metodo "paleografico", basato sullanalisi
formale delle testimonianze scritte con lobiettivo di
ricostruirne i processi e le tecniche di esecuzione, è
lunico che permetta di affrontare criticamente e
interpretare storicamente una società produttrice di scrittura a
partire dai suoi prodotti materiali; e questo è, dalla mia
prospettiva, il nostro vero compito. Un piccolo esempio: non si
può fare la storia dellindustria manifatturiera moderna,
anche da un punto di vista "sociale", quando si
ignorino le tecniche e i concreti processi di produzione.
ACG: Ammettiamo pure che considerare i fatti relativi alla
scrittura e allo scritto come un semplice riflesso di ogni
ideologia sociale sia un autentico "delitto
storiografico" [8]. Ciò significa che
la teoria marxista ormai non serve più ad analizzare le
relazioni storiche tra la cultura scritta e la società?
AP: Questa affermazione non deve essere interpretata come
opposizione a un approccio marxista allindagine storica, ma
come un richiamo alla prudenza di fronte alla pura e semplice
possibilità di tradurre le categorie politiche nella cultura
scritta. A parte ciò, ho sempre considerato grandi storici Karl
Marx e Friedrich Engels.
ACG: È possibile concepire una storia della cultura scritta non
nellambito della storia sociale?
AP: Naturalmente sì. Soprattutto oggi, in unepoca di
eccessivi formalismi e postmodernismi; tuttavia non per me, che
mi considero ancora idealmente e politicamente
"comunista".
ACG: Non ti sembra che lultima moda degli studi
culturali abbia relegato il fatto sociale in secondo piano?
AP: Credo che tu abbia ragione; tuttavia il rifiuto del
"sociale" è assolutamente tipico delle correnti
culturali "postmoderniste", oggi in auge in tutti i
settori della cultura letteraria e storica del mondo occidentale.
ACG: Storia sociale della cultura scritta o storia culturale
della società?
AP: Le due definizioni sembrano coincidere, anche se, in realtà,
sono radicalmente diverse secondo il punto di vista adottato.
Personalmente preferirei la prima definizione, che corrisponde
maggiormente alla storia globale della cultura scritta; in ogni
caso, come ben sai, non mi piacciono le etichette.
Limportante è che lindagine si svolga in un ambito
ben definito e con un chiaro orientamento metodologico.
A proposito dellalfabetismo
qualitativo
ACG: Partiamo ora dal testo che presentasti al Congresso di
Perugina [9]. Potresti affermare che in esso
sono esposte molte delle prospettive, tematiche e questioni che
informano il tuo percorso scientifico?
AP: Direi di sì. Specialmente per quanto concerne il metodo, le
problematiche e gli interessi di fondo; anche se, a partire dagli
anni 80, i miei orizzonti di ricerca si sono andati
arricchendo e in parte modificando.
ACG: Rispetto alla metodologia quantitativa tanto praticata negli
anni Settanta e Ottanta, la tua si è concentrata sempre
sullanalisi formale delle testimonianze scritte.
AP: In ogni momento il mio punto di partenza è stato
rappresentato da determinate testimonianze scritte (libri,
documenti, lettere, iscrizioni, ecc.), analizzate
qualitativamente e formalmente per ciò che rappresentano; e lo
stesso metodo qualitativo lo applico agli scriventi, al fine di
identificarne i modi di utilizzazione della scrittura e le
capacità grafiche. Pur ammettendo che il metodo quantitativo
possa fornire risultati positivi in diversi campi di indagine (si
vedano lattività e la scuola di Ezio Ornato, a Parigi e in
Italia), ho sempre ritenuto che una storia della cultura scritta
capace di interpretare le diverse situazioni socioculturali sia
possibile solo a partire dallanalisi qualitativa dei
prodotti scritti.
ACG: E, a questo proposito, le forme come creatrici di senso
secondo la tesi di Donald F. Mckenzie.
AP: In un certo senso sì; alla condizione, tuttavia, che si
tenga conto, perlomeno nel nostro caso, del fatto che le forme
sono sempre prodotte da uomini e donne in carne ed ossa, e che
anche la nostra è una storia di uomini e donne.
ACG: Potresti spiegarlo con alcuni esempi in cui si possano
riconoscere le connessioni fra la materialità dei prodotti della
cultura scritta e il loro uso sociale?
AP: Gli esempi possono essere molteplici e disparati, e
concernono sia lepoca della scrittura esclusivamente a mano
sia quella della stampa, o anche la più recente della
comunicazione scritta informatica. Citerò soltanto il caso
rappresentato dalle caratteristiche del libro manoscritto in
volgare, nato in Italia nella seconda metà del secolo XIII e
che, durante i secoli XIV e XV, acquisì determinati tratti
formali, influenzati dai gusti e dal livello culturale degli
utenti ai quali era destinato; i caratteri grafico-formali della
epistolografia bassomedievale europea, derivati dallaccordo
di comprensibilità periodicamente stabilito fra il mittente e il
destinatario; o le pratiche editoriali moderno-contemporanee,
secondo le quali alcune categorie di libri (polizieschi, libri di
ricette, fumetti, testi specialistici di medicina o di
giurisprudenza e scienze affini, ecc.) adottano e conservano
alcune proprietà formali che rispondono alle aspettative dei
rispettivi pubblici.
ACG: Unaltra applicazione dellanalisi formale è
quella che hai sviluppato studiando le differenze grafiche che si
osservano nelle registrazioni del libro di conti di Maddalena, la
proprietaria di una pizzicheria a Trastevere [10].
AP: Come in molte altre delle mie ricerche, in questo caso
lobiettivo e quindi il metodo di analisi adottato mi sono
stati indicati dalla fonte stessa, che a prima vista costituiva
di fatto la documentazione diretta di una "situazione urbana
di scrittura".
ACG: Lobiettivo era, ed è, superare la semplice
contrapposizione fra chi sa scrivere e chi manca di questa
capacità; ma lalfabetismo qualitativo presupponeva
e presuppone molto di più [11].
AP: È proprio così: la competenza del paleografo e la
specificità del suo metodo di analisi della scrittura permettono
di individuare i livelli di educazione e di cultura grafica degli
scriventi allo stesso modo dei modelli scolastici e culturali,
collocandoli nel quadro definito da determinate
"situazioni" socioculturali, identificabili
storicamente e graficamente: ad esempio, come nel caso già
citato del libretto di Maddalena "pizzicarola", a Roma
al tempo del Sacco del 1527.
ACG: Qui parli dellesistenza di due "poli di
attrazione grafica". A cosa ti riferisci?
AP: Alla situazione per cui, in una società caratterizzata da un
processo di alfabetizzazione di massa, si possono formare tipi
distinti e contrapposti di scritture usuali, che è anche una
delle più feconde per lo studio dei riflessi sociali della
cultura grafica elementare. Mi sembra che lespressione
"poli di attrazione grafica" (di Robert Marichal)
definisca molto bene questo tipo di realtà.
ACG: E, oltre a ciò, lopportunità di distinguere i gradi
di educazione grafica. In quellarticolo ne individui tre:
pura, usuale ed elementare di base.
AP: Ovviamente la definizione terminologica dei tre livelli di
esecuzione e, in definitiva, di cultura grafica è qualcosa di
astratto e non ha ragione di essere applicata meccanicamente,
perché "non risulti falsata la concezione dinamica della
paleografia" (come notò Franco Bartoloni nel 1951). Il
proposito era, ed è, di dedurre dal modo di scrivere tutto il
possibile circa la cultura grafica degli scriventi, che ora
propongo di articolare in sei categorie (Prima lezione di
paleografia, pp. 19-21). Anche così, in ogni caso, il
"filo dArianna" che deve guidarci non può essere
altro che lanalisi formale delle tecniche di esecuzione
delle forme grafiche.
ACG: A questo fine si può ricorrere allo studio di talune
scritture autografe (come le registrazioni di un libro di conti,
i registri di certe confraternite o le ricevute e quietanze) o
alle sottoscrizioni di documenti, come hai fatto nelle tue
indagini sullalfabetismo altomedievale [12].
AP: Naturalmente sì. Per lepoca altomedievale le
sottoscrizioni autografe dei testimoni, che compaiono nei
documenti privati e nei placiti mi sono sembrate una fonte molto
ricca e inesplorata, che ha messo in luce un ampio strato di
semialfabeti funzionali e di alfabeti organici, sia laici sia
ecclesiastici, dei quali si ignorava letteralmente
lesistenza. Da questo punto di vista, il caso di Salerno,
studiato con Carlo Romeo, risulta esemplare.
ACG: Che cosa pensi oggi del valore della firma come paradigma
indiziario dellalfabetismo?
AP: Oggi sono più prudente circa il valore assoluto delle
sottoscrizioni testimoniali per la storia della cultura scritta
(per quelle altomedievali si possono vedere le osservazioni di
Paola Supino in Escribir y leer en Occidente, Valencia,
1995, pp. 47-61) [13]; e, senza dubbio, in
una situazione di ampia diffusione sociale della capacità
grafica, esse perdono il loro valore di testimonianza a confronto
di altri documenti grafici più complessi, come le lettere, i
conti, le memorie e altri ancora.
Scrittura e società
ACG: La diffusione e la funzione sociale della scrittura sono
due idee portanti del tuo procedimento scientifico. Come dobbiamo
intenderle?
AP: La scrittura, a differenza del linguaggio, non è una
facoltà innata nella specie umana. Costituisce un capacità
tecnica che si apprende e che, ancora oggi, a livello mondiale è
appresa solo da una parte degli uomini e delle donne. Nel passato
della nostra civiltà si sono alternate società caratterizzate
da unampia diffusione della capacità grafica e altre nelle
quali tale capacità è stata meno o molto poco estesa. Credere
che una paleografia "scientifica" (non ho mai capito
cosa voglia dire) possa ignorare questi aspetti, limitandosi allo
studio dei caratteri formali delle distinte tipologie o dei
processi di sviluppo di certe tendenze grafiche, è, secondo me,
un autentico ed evidente errore di metodo; fra laltro,
perché le caratteristiche formali delle diverse tipologie
derivano, direttamente o indirettamente, dalle loro funzioni in
rapporto alla diffusione sociale. Inoltre, in generale si può
affermare che lampiezza della diffusione sociale della
capacità grafica determina i modi stessi di realizzarla.
ACG: E in che misura essa si pone in relazione con gli aspetti
politici, sociali, economici, religiosi o culturali?
AP: La diffusione sociale dellistruzione (o
dellinformazione) è uno dei principali elementi di
sviluppo di un paese e, di conseguenza, della sua gestione
politica, oggi come nel II secolo d. C., nellAtene di
Pericle come nella Roma del Cinquecento. Inoltre rappresenta lo
strumento più diretto per il controllo ideologico dei sudditi e
dei cittadini da parte delle classi dominanti e dei gruppi
dirigenti, considerato che questi sono quelli che regolano,
secondo la propria convenienza, i flussi della trasmissione
educativa e culturale.
ACG: La relazione costante che si stabilisce nella tua opera fra
scrittura e società ti ha portato anche a studiare e valorizzare
tanto le testimonianze scritte dalle classi subalterne quanto
quelle ad esse indirizzate.
AP: Hai ragione. Ho sempre pensato che, nelle società
parzialmente alfabetizzate, il ruolo del semialfabeta sia (ed è)
molto importante, pur essendo egli solo un intermediario tra il
mondo della cultura orale e quello della cultura scritta.
Daltra parte, soprattutto nelle epoche di forte espansione
dei processi di alfabetizzazione, le testimonianze scritte dei
semialfabeti subalterni hanno messo in rilievo luso di
modelli grafici particolari, spesso di "lunga durata"
(come la A maiuscola con traversa triangolare), o anche di
alcune forme grafiche anticipatrici, come determinate
"minuscole" utilizzate nella scrittura capitale latina
(secoli I-II d. C.).
ACG: Ma non solo, perché la conquista popolare della scrittura
passa anche attraverso lattività dello "scrivere per
altri" [14]. Si può parlare di epoche
in cui tale pratica appare più importante?
AP: La pratica dello scrivere per altri risulta particolarmente
diffusa in quelle società e quei periodi in cui la progressiva
burocratizzazione dei poteri pubblici e degli apparati statali
esige determinate prestazioni di scrittura da parte dei
subordinati, per ragioni amministrative, fiscali, giuridiche o
giudiziarie. Ad esempio, nellEgitto romanobizantino
e, in Europa, nelle società di Antico Regime, fino al XIX e, in
taluni casi, anche al XX secolo.
ACG: In effetti, ancora ai giorni nostri non sono pochi i luoghi
nei quali si ricorre allo scrivano pubblico per sopperire
allincompetenza alfabetica. Ricordo adesso il caso,
studiato da Judy Kalman, degli scrivani della Piazza S. Domenico
a Città del Messico [15]. Si può parlare di
una certa continuità tra questi, la delega della scrittura
durante il Rinascimento o gli hypografeis dellEgitto
greco-romano?
AP: Più che di una continuità, di una ricorrenza di pratiche
simili in situazioni analoghe.
ACG: Che tipo di funzioni svolge chi scrive per altri?
AP: Chi soddisfa lesigenza di scrittura proveniente dal
basso può essere sia un professionista (pubblico scrivano), che
vende la sua capacità grafica e testuale, sia un familiare, un
vicino o un collega di lavoro, talora semialfabeta. Con ciò, non
si deve dimenticare che è sempre esistita una pratica dello
scrivere per gli altri che si è sviluppata e si sviluppa in seno
alle cancellerie e a quegli organismi nei quali alcuni
professionisti hanno scritto e scrivono i documenti in nome dei
sovrani e dei titolari di cariche pubbliche. In situazioni
analoghe si trova la funzione grafica e certificatrice dei notai
ed affini, dalla tarda antichità fino alletà
contemporanea.
ACG: La storia della scrittura è quindi un riflesso della
disuguaglianza strutturale delle diverse società?
AP: Naturalmente sì, se consideriamo la diffusione sociale della
capacità di scrivere come un elemento determinante per la
comprensione storica dei fenomeni grafici.
ACG: È anche la storia di una lotta?
AP: Certamente sì, tutte le volte in cui in una società
soltanto parzialmente alfabetizzata la capacità di scrivere
rappresenta un privilegio sul piano sociale, economico e,
chiaramente, culturale; e chi ne rimane escluso ne soffre e,
sempre che sia cosciente di ciò, tenderà a lottare per
conquistare tale capacità, individualmente o insieme ad altri.
Scrittura: ideologia e
rappresentazione
ACG: Insieme allanalisi sincronica delle scritture
utilizzate in un dato momento, la diacronia è unaltra
coordinata di cui ti servi nei tuoi lavori. Soprattutto è
presente in due opere di notevole ambizione intellettuale: La
scrittura. Ideologia e rappresentazione (1986) [16] e Le scritture ultime. Ideologia della
morte e strategie dello scrivere nella tradizione occidentale
(1995).
AP: La scrittura. Ideologia e rappresentazione fu un
incarico datomi da Federico Zeri per unopera collettiva;
pertanto, in questo caso, lampiezza dellarco
cronologico mi fu imposta. Nellaltro, Le scritture
ultime, che si occupa ugualmente di scritture esposte, mi
apparve naturale e opportuno seguire lintera traiettoria
del fenomeno, partendo dallVIII secolo a. C. fino a
giungere alla realtà contemporanea. Portare a termine le
indagini richieste per la realizzazione di entrambi i testi è
stato qualcosa che mi ha arricchito enormemente sul piano
culturale e mi ha molto gratificato, anche per il successo
notevole che tali opere hanno avuto in Italia e allestero [17].
ACG: Concentrandoci sulla prima delle due opere, quale relazione
si può stabilire fra le scritture esposte e la struttura del
potere sociale in un certo momento, per esempio nella Roma di
Sisto V?
AP: Sisto V era un politico di grande ambizione e forte volontà,
che volle "contrassegnare" la capitale della Chiesa
cattolica con il suo nome e il suo emblema; a tale scopo dispose
un ampio programma di ristrutturazione urbanistica di Roma,
finalizzato a creare monumenti e piazze recanti scritture esposte
di tipo solenne a lui dedicate. Ed ebbe ragione, in quanto la
maggior parte di tali segni, veri e propri "stigmi" di
notevole violenza, rimangono tuttora nella città.
ACG: E nellItalia fascista?
AP: Ovviamente Mussolini non era Sisto V; tuttavia, come lui,
abbatté il centro di Roma per trasformarlo mediante la
costruzione di monumenti scritti, dotati di messaggi o citazioni
(in italiano e in latino) inneggianti o celebranti il regime
fascista e il suo duce; e, come per Sisto V, i migliori
architetti e grafici dellItalia di allora contribuirono al
successo di questo ennesimo "rinascimento scrittorio",
impiegando la nuovissima capitale "bastone" di stile
novecentesco.
ACG: È evidente, come tu stesso hai sostenuto, che tali
scritture implichino qualcosa di più della mera trasmissione di
un determinato testo. A che cosa ti riferisci?
AP: Mi riferisco alla trasmissione, con e oltre il messaggio
verbale (spesso incomprensibile alla media dei lettori, sia per
luso frequentissimo di abbreviazioni sia per la
sottigliezza e la stringatezza del linguaggio), di un altro
messaggio, fortemente simbolico, di preminenza, autorità,
potenza e, soprattutto, presenza duratura.
ACG: Come influiscono la struttura e la composizione di una
iscrizione sulla sua ricezione, sulla sua leggibilità?
AP: In molte maniere: soprattutto mediante strategie specifiche
di occupazione degli spazi della scrittura e di realizzazione
delle forme grafiche; con particolari accorgimenti tecnici (per
esempio, lincisione triangolare dei tratti); e, infine, con
linserzione, ben visibile, di elementi figurativi e
modanature in grado di dare maggior risalto allo scritto.
ACG: La scrittura come rappresentazione. Si tratta di
questo?
AP: Sì, la scrittura è costituita da elementi tracciati e
ordinati nello spazio secondo le regole formali di un determinato
disegno; e, pertanto, è anche, ma non solo, una forma, con le
sue corrispondenti valenze estetiche.
ACG: Quale contributo apportano alla storia dellalfabetismo
e della cultura scritta le scritture monumentali o "di
apparato", quelle murali o spontanee, i graffiti?
AP: Luso improprio e criminale dei graffiti murali
spontanei, incisi, dipinti o disegnati, rappresenta un tipo di
espressione grafica abitualmente caratterizzato da forme
espressive innovatrici e "che richiamano
lattenzione", rispondenti a una chiara volontà
politica di occupazione violenta di spazi proibiti. Oggi esiste
comunque anche una produzione artistica di graffiti opera di
giovani professionisti del disegno urbano che obiettivamente
implica un abbellimento di zone urbane degradate. E nel passato
alcuni tipi usuali di graffiti (come nelle città antiche o nei
santuari medievali) furono tollerati, accettati e riconosciuti.
ACG: Nelle Scritture ultime la tua "audacia"
intellettuale risulta ancor maggiore. Elabori infatti tutta
uninterpretazione della funzione e delluso delle
scritture legate alla morte dalle sepolture paleolitiche fino ai
recenti "cimiteri giardino". Cosa ti ha portato a
intraprendere questo lavoro?
AP: Soprattutto il desiderio di studiare la diversa distribuzione
del "diritto alla morte scritta", dalla quale per
millenni furono escluse le classi subalterne (anche Mozart finì,
come un corpo anonimo, in una fossa comune). Inoltre, la
constatazione che i cimiteri rappresentano un vero e proprio
libro a cielo aperto. Infine, sul terreno personale, può essere
stato anche il desiderio di esorcizzare e razionalizzare il
timore della morte allingresso nella "terza
età".
ACG: In che misura le scritture funebri testimoniano diverse
ideologie ovvero politiche della morte?
AP: Direi complessivamente: nella scelta dei luoghi di
esposizione, nei modelli formali scelti, nella esecuzione
grafica, nella partecipazione personale dei sopravvissuti.
Ritengo che certamente non esista una categoria di testimonianze
scritte tanto carica di significati come questa.
ACG: Una strumentalizzazione della scrittura diretta più ai vivi
che ai morti. Perché?
AP: Perché ovviamente coloro che sopravvivono, secondo i propri
criteri, gestiscono la strategia della scrittura funebre e la
indirizzano a un pubblico di lettori indiscutibilmente vivi,
presenti e futuri, con finalità che corrispondono ai propri
interessi, desideri e ideologie. Perciò, nella Premessa a
quel libro, affermavo di aver raccontato una storia "fatta
insieme di orgogli e di esclusioni, di dominio e di ideologie, di
paure e di crudeltà, di affetti e di memorie, esattamente come
tutte le altre possibili".
ACG: Quando e perché avviene laccesso delle classi
popolari alla "morte scritta"?
AP: Fu soltanto fra i secoli XIX e XX, al fine di esorcizzare
lorrore provocato dalle stragi di massa causate dalle
grandi guerre, a cominciare da quella civile americana, che si
riconobbe il diritto alla morte scritta per tutti i caduti,
appartenenti in maggioranza alle classi subalterne. In questo
periodo il diritto andò estendendosi gradualmente a tutti, o
quasi, i civili. Allo stesso modo il processo di alfabetizzazione
di massa che ha caratterizzato la società occidentale
nellepoca contemporanea ha contribuito a creare una diffusa
coscienza del ricordo scritto e pubblico dei morti, di tutti i
morti, come una sorta di diritto comune.
Fra il manoscritto e Internet
ACG: La prospettiva diacronica ci aiuta a comprendere nella
sua giusta dimensione i cambiamenti avvenuti nello svolgimento
storico della cultura scritta. Tu stesso hai affermato che
"nella storia della cultura scritta sembra che non esistano
cambi o innovazioni, anche radicali, che non siano ispirati a
modelli probabilmente anteriori di alcuni secoli" [18]. È per questo motivo che in diversi tuoi
lavori hai sostenuto una continuità storica tra i secoli XI e
XVIII? [19]
AP: Le ragioni per le quali i cambiamenti dei modelli formali che
intervengono nella storia della cultura scritta occidentale si
ispirano a modelli precedenti sono dovute al fatto che essi
partono quasi sempre da intellettuali o artisti impregnati di
cultura umanistica o di culto del passato. Lunico
cambiamento importante di forme grafiche dovuto ad altri fattori
(comunque li si voglia definire) fu la trasformazione della
scrittura usuale latina tra il II e il III secolo d. C. da un
sistema capitale a un altro sostanzialmente minuscolo.
Daltra parte la continuità fra XI e XVIII secolo mi fu
imposta dalle circostanze e dagli argomenti.
ACG: A proposito di stabilità e rottura, cosa succede riguardo
alla stampa, un tema al quale hai ugualmente dedicato vari studi?
AP: Innanzitutto si deve ricordare che lepoca della stampa,
sia quella di Gutenberg (secoli XV-XVIII) sia quella posteriore,
è stata comunque un periodo di ampia e abbondante produzione
manoscritta: di libri, lettere e testimonianze documentarie e
quotidiane. Di fatto, nel mondo della scrittura latina
occidentale non si è mai scritto tanto a mano come fra il XVI e
il XX secolo. Per quanto concerne la stampa, tutti i cambiamenti
formali che essa ha sperimentato sono stati provocati dai
progressi tecnologici, dalla pressione di un pubblico di lettori
sempre più numeroso ed esigente e, insomma, da un crescente
processo di industrializzazione e diffusione di massa della
scrittura a stampa.
ACG: Per quanto riguarda il manoscritto, come valuti
limportanza che ha acquisito lo studio della sua
utilizzazione in epoca moderna?
AP: La presa di coscienza, nel secolo passato, del fatto che
esiste un enorme patrimonio manoscritto, che si è andato
accumulando dal Rinascimento alletà contemporanea, e che
finora era rimasto completamente al margine dellattenzione
dei paleografi e diplomatisti (medievisti e classicisti, per
formazione) ha costituito un evento critico di grande importanza,
dovuto tanto agli storici modernisti e contemporaneisti quanto ai
linguisti e studiosi della produzione letteraria. Ciononostante,
la differenza di interessi e tradizioni di studio di queste due
aree disciplinari e la scarsa attenzione data da entrambe agli
aspetti propriamente materiali e grafici di tale produzione ha
fatto sì che i risultati finora ottenuti appaiano parziali e un
po deludenti dal punto di vista di una storia globale della
cultura scritta. Si debbono tuttavia segnalare gli apporti di
alcuni studiosi, come Donald McKenzie, Roger Chartier, Francisco
Rico, Alfredo Stussi, Louis Hay e la sua scuola (ITEM di Parigi [20]), Donald H. Reiman, e altri anche del
settore filologico-letterario. Senza dimenticare la nascita di
unautentica e combattiva diplomatica politica della
documentazione contemporanea, alla quale, per esempio, si lega
parte dellattività scientifica di Luciano Canfora, un
filologo e storico dellantichità politica, politicamente e
civilmente impegnato.
ACG: Non ti sembra tuttavia che si rischi di incorrere in una
qualche commistione di pratiche di scrittura e in un indefinito
ed eccessivo uso del termine manoscritto?
AP: Indubbiamente sì. La categoria di produzione scritta che si
può designare come "manoscritta" è varia e vasta;
tuttavia, proprio per questo motivo, il suo studio non deve
basarsi soltanto sul principio della "globalità", ma
anche su quello della "distinzione": "distinguere
per comprendere", è una massima che mi piace molto.
ACG: Quali sarebbero quindi le principali manifestazioni moderne
di questa cultura manoscritta?
AP: Certamente moltissime, nellambito privato, pubblico o
documentario, e concernono tutte le attività che richiedano
"interventi" manuali (più o meno formalizzati) per la
registrazione scritta di qualsiasi tipo di testo: dai quaderni
scolastici ai conti, dalle memorie domestiche ai diari personali
e alle lettere, dalle ricette mediche e magiche alle minute di
testi scientifici e letterari e tanti altri.
ACG: Considerata la vastità del territorio da esplorare, dove
dovremmo indirizzare le nostre ricerche?
AP: Ricordando il noto appello di Jean Mallon al vagabondaggio
fra qualsiasi tipo di testimonianza scritta (e non solo
manoscritta, vorrei aggiungere), potrei risponderti: in tutte le
direzioni. Per ciò che riguarda il mondo moderno e
contemporaneo, i prodotti manoscritti non possono comprendersi e
interpretarsi storicamente se non nella loro relazione con quelli
stampati. E, sicuramente, una considerazione "globale"
della cultura scritta, di tutta la cultura scritta, include anche
le iscrizioni incise o dipinte, i graffiti, le
"leggende" delle monete o dei sigilli, e tutto il
materiale scritto che incontriamo casualmente o nel corso di una
meticolosa ricerca.
ACG: Passando al tema della scrittura epistolare, sulla quale
stai adesso lavorando, quali obiettivi persegui nello studiare
lepistolografia privata latina nellEuropa medievale?
AP: Iniziata formalmente nel 1993, questa ricerca ha due
obiettivi: il primo consiste nella pubblicazione, con
trascrizione diplomatica, edizione critica e riproduzione
facsimilare (recto e verso), di tutte le missive
originali dellOccidente latino dal secolo VII al 1250,
cioè dallalto medioevo fino alle prime testimonianze di
lettere su carta nelle lingue volgari europee. Per ora contiamo
di pubblicare una serie di volumi relativi agli esemplari più
antichi (secolo VII 1100) conservati nei diversi paesi
dEuropa. A questa impresa collaborano con me tre giovani e
competenti ricercatori pisani: Giulia Ammannati, Antonino
Mastruzzo ed Ernesto Stagni. Il secondo obiettivo consiste nella
redazione di un libro sulla storia della comunicazione scritta
delle origini più antiche ai giorni nostri, quando questa forma
di relazione tra gli uomini sembra prossima a esaurirsi. Da molto
tempo, a questo proposito, sto raccogliendo materiale ed
effettuando verifiche in Italia e allestero. Desidero
aggiungere che entrambi i progetti sono nati nellambito
dellattività didattica svolta, a partire dal 1991, presso
la Scuola Normale Superiore di Pisa; anno dopo anno li ho
discussi con gli straordinari studenti e pefezionandi
che studiano e lavorano con noi, dai quali ho sempre ricevuto
stimoli e validi suggerimenti.
ACG: Ci puoi anticipare i risultati di questo studio?
AP: Posso enumerarne alcuni fra i più rilevanti: lelevato
numero di minute di lettere, scritte (per conservarle?) sui
margini o sulle guardie dei libri manoscritti, soprattutto fra il
X e il XII secolo; lassenza di lettere originali in alcuni
dei grandi archivi monastici, come Cava dei Tirreni e
Montecassino, e invece la loro cospicua presenza in altri anche
di origine ecclesiastica, come quelli di S. Ambrogio a Milano, di
Spalato in Dalmazia, di Marsiglia per il secolo XII; o luso
di materiali scrittori "antichi", diversi dalla
pergamena (come ardesia e papiro), fino alla fine del secolo
VIII.
ACG: In termini sociologici quali cambiamenti si avvertono nella
condizione degli utenti della corrispondenza scritta?
AP: Prendendo in considerazione tutto il periodo, dal secolo VII
fino al 1250, le modificazioni socioculturali in quello che
potremmo chiamare il "pubblico epistolare" sono, come
è ovvio, molto significative. La prima lettera della serie,
quella già menzionata del secolo VII, è di un laico che si
rivolge a un ecclesiastico; in seguito, dallVIII al X
secolo, gli scriventi e i destinatari sono quasi esclusivamente
ecclesiastici; a partire dalla fine del secolo X, e per i secoli
XI e XII, i laici ricompaiono tra i mittenti e i destinatari; e
infine, nel corso della prima metà del secolo XIII, in tutta
lEuropa occidentale, i laici riprendono a scrivere lettere
facendolo nelle rispettive lingue madri e su materiale scrittorio
meno costoso: la carta.
ACG: Secondo quanto affermi nella Prima lezione di paleografia,
studiando gli usi epistolari, nel corso della storia si constata
una chiara contrapposizione tra luniformità della
struttura testuale e la diversità materiale dei supporti e delle
tecniche. In che senso?
AP: Nei suoi elementi essenziali la struttura fondamentale del
testo epistolare è già praticamente fissata negli esemplari
più antichi dellepoca classica: intestazione, con
indicazione del mittente e del destinatario, notizie, ragioni per
le quali si scrive la lettera, saluti finali, sottoscrizione del
mittente; sul verso: indirizzo. Al contrario, le
caratteristiche materiali sono molto diverse, sia per quanto
riguarda il supporto scrittorio (materiale duro, papiro,
pergamena, carta) sia nella disposizione del testo,
nellimpaginazione, nella scrittura, nelle procedure di
spedizione e di apposizione del sigillo.
ACG: Le-mail è un ulteriore esempio di scrittura
epistolare o qualcosa di sostanzialmente diverso?
AP: Credo che fra le due pratiche epistolari esistano differenze
di fondo e che la corrispondenza via e-mail si
allontanerà sempre più da quella tradizionale manoscritta. Ciò
soprattutto per ragioni tecniche, ma anche perché non riproduce
la struttura testuale della lettera tradizionale e tende a
innovare profondamente lintera prassi comunicativa.
ACG: Se dovessimo indagare le pratiche storiche della
corrispondenza scritta, tema altrettanto in voga, quali domande
dovremmo porci nellaffrontare questo argomento dal punto di
vista della storia della cultura scritta?
AP: Daccordo con il già ricordato Jean Mallon, il modus
operandi del paleografo dovrebbe essere il vagabondaggio
libero attraverso le testimonianze scritte. Noi pertanto possiamo
e dobbiamo sempre andare a caccia di diverse fonti scritte;
tuttavia, una volta che le abbiamo distinte, dobbiamo formulare
loro sempre le medesime canoniche domande: cosa, quando, come,
chi, perché, per chi. Esse infatti servono per rivelare gli usi
sociali sia dei libri e dei documenti, sia delle lettere e dei
conti, dei graffiti e delle iscrizioni, delle scritture
devozionali e magiche, degli appunti dei dotti e di quelli degli
studenti. In definitiva, lungo questo vagabondaggio si cammina
molto e si attraversano paesaggi sempre diversi, ma senza
cambiare calzature.
ACG: Sicuri che il libro non è morto né morirà, che funzione
riserviamo alla scrittura a mano nellera di Internet?
AP: La pratica della scrittura a mano continuerà almeno per un
certo periodo di tempo e per ragioni ogni volta più private e
marginali: penso in particolar modo alla scrittura a matita su
carta. Daltro canto, sono secoli che nessuno scrive su
pergamena (salvo casi eccezionali!) e sono alcuni anni che
nessuno scrive a macchina. E tuttavia si continua a scrivere!
ACG: Forse la scrittura a mano avrà un carattere di eccellenza
come certi usi del manoscritto dopo lintroduzione della
stampa?
AP: Sicuramente no. Fra il libro manoscritto e quello a stampa
cè stata una continuità; fra la scrittura informatica e
le scritture tradizionali cè soltanto rottura e rifiuto,
se non altro per ragioni generazionali oltre che socioculturali.
ACG: Cosa può significare (o sta significando) la scomparsa dei
manoscritti che attestano le diverse tappe della concezione di un
testo?
AP: Semplicemente la quasi totale scomparsa della critica
genetica, basata interamente sulle successive testimonianze su
carta che si sono conservate. Dora in avanti si potrà
lavorare soltanto sui processi genetici del passato, quelli di
cui si sono conservate tracce scritte.
ACG: Nella nostra epoca è evidente che la progressiva diffusione
di Internet ha alterato tempi, modi, tecniche e linguaggi della
comunicazione scritta. Siamo già in condizioni di poterli
studiare?
AP: Credo che ancora non sia possibile, almeno per ciò che mi
concerne. Potrebbero farlo altri o, forse, le generazioni future,
una volta che i processi e i procedimenti tecnici si siano
sviluppati abbastanza da poterne apprezzare tutte le
possibilità. Il futuro tuttavia non è nelle mani di nessuno e
nemmeno nelle nostre teste. Lo storico non può smettere di
guardarsi indietro e per questo molte volte fallisce miseramente.
ACG: Dovremo cambiare i nostri schemi di lavoro?
AP: Non lo credo necessario né probabile, soprattutto perché
gli storici della cultura scritta continueranno a occuparsi
preferibilmente delle testimonianze del passato, scritte secondo
i modi tradizionali.
ACG: Se si perdono taluni usi della scrittura a mano, perde
valore lanalisi formale delle testimonianze scritte?
AP: Certamente no. Anche se con metodi opportunamente modificati,
lanalisi formale dei prodotti scritti di tipo informatico
potrà sempre continuare.
ACG: Inoltre i cambiamenti nei supporti, nelle tecniche e nelle
pratiche della cultura scritta formano parte della sua stessa
storia.
AP: Certamente sì, anche se spesso si producono differenze più
o meno prolungate. E questo non fa che accrescere il fascino del
nostro lavoro di ricerca.
È ora di chiudere. Senza dubbio lampiezza dei temi,
materiali ed epoche analizzati da Armando Petrucci lungo la sua
estesa e ricca produzione scientifica richiederebbero molte altre
domande. Spero tuttavia di essermi avvicinato in queste pagine
allobiettivo prefissato: cioè ripercorrere i punti
salienti di un percorso tanto lungo quanto fruttifero e
impegnato, così come far emergere alcune delle questioni e dei
problemi che lo accompagnano. Per chi desideri approfondire
lopera di Petrucci aggiungo di seguito una selezione
bibliografica della stessa [21].
Bibliografia essenziale [22] [pp.
34-37, non riprodotte]
Note
- Armando Petrucci, Prima lezione di
paleografia, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. VI.
- Roger Chartier - Jean Hébrard, Prólogo.
Morfología e historia de la cultura escrita, in
Armando Petrucci, Alfabetismo, escritura, sociedad,
Barcelona, Gedisa, 1999, p. 20; Francisco Rico, Quién
escribía y quién no, "El País -
Babelia", 19 febbraio 2000, p. 14.
- Perugia, Università degli Studi, 1978; e
parzialmente in "Quaderni storici", 38 (1978).
- Per la storia della scrittura romana: i
graffiti di Condatomagos, "Bollettino dell
"Archivio paleografico italiano"", s. III,
1 (1962), pp. 85-132; Nuove osservazioni sulle origini
della b minuscola nella scrittura romana,
"Bollettino dell "Archivio paleografico
italiano"", s. III, 2-3 (1963-1964), pp. 55-72.
- La escritura y la psicología de los
pueblos [1963], a cura di Marcel Cohen e Jean Sainte
Fare Garnot, México, Siglo XXI, 1968.
- Scrittura e libro nellItalia
altomedievale. Il sesto secolo, "Studi
medievali", s. III, 10, 2 (1969), pp. 157-213.
- Historia de la lectura en el mundo
occidental [1995], a cura di Guglielmo Cavallo e
Roger Chartier, Madrid, Taurus, 1998, ²2001 (tascabile).
- Armando Petrucci, Dietro lo specchio.
Alcune riflessioni per non concludere, in Lesen
und Schreiben in Europa 1500 1900. Vergleichende
Perspektiven. Perspectives comparées. Prospettive
comparate, a cura di Alfred Nesserli e Roger
Chartier, Basel, Schwabe & Co. A. G.-Verlag, 2000, p.
617.
- Per la storia dellalfabetismo e
della cultura scritta: metodi materiali
quesiti [versione castigliana Para la historia del
alfabetismo y de la cultura escrita: métodos, materiales
y problemas, in A. Petrucci, Alfabetismo,
escritura, sociedad cit., pp. 25-39].
- Scrittura, alfabetismo ed educazione
grafica nella Roma del primo Cinquecento: da un libretto
di conti di Maddalena pizzicarola in Trastevere,
"Scrittura e civiltà", 2 (1978), pp. 163-207.
- Armando Petrucci, Para una istoria
qualitativa del alfabetismo [1989], in Alfabetismo,
escritura y sociedad cit., pp. 40-56; Attilio Bartoli
Langeli, Historia del alfabetismo y método
quantitativo [1988-1989], "Signo. Revista de
historia de la cultura escrita, 3 (1996), pp. 87-106.
- Buona parte di questi lavori sono riuniti
in "Scriptores in urbibus". Alfabetismo e
cultura scritta nellItalia altomedievale,
Bologna, Il Mulino, 1992 (con Carlo Romeo); e, in
traduzione inglese, in Writers and Readers in Medieval
Italy. Studies in the History of Written Culture, a
cura di Charles M. Radding, New Haven London, Yale
University Press, 1995.
- Paola Supino Martini, Alfabetismo e
sottoscrizioni testimoniali al documento privato
dellItalia centrale (sec. VIII), in Escribir
y leer en Occidente, a cura di Armando Petrucci e
Francisco M. Gimeno Blay, Valencia, Universitat de
València, Departamento de Historia de la Antigüedad y
de la Cultura Escrita, 1995, pp. 47-61.
- Armando Petrucci, Escribir para otros
[1989], in Alfabetismo, escritura y sociedad cit.,
pp. 105-116.
- Judy Kalman, Writing on the Plaza.
Mediated Literacy Practices Among Scribes and Clients in
Mexxico City, Cresskill (New Jersey), Hampton Press,
1999.
- Una prima versione apparve, con il titolo La
scrittura tra ideologia e rappresentazione, come un
capitolo della Storia dellarte italiana.
III. Situazioni, momenti, indagini. 2. Grafica
e immagine. I. Scrittura, miniatura, disegno,
Torino, Einaudi, 1980, pp. 3-123.
- A conferma di questa affermazione è
opportuno ricordare che la prima delle due opere è stata
tradotta in francese e in inglese [Jeux de lettres.
Formes et usages de linscription in Italie,11e20e
siécles, Paris, Éditions de lÉcole des
Hautes Études en Sciences Sociales, 1993; Public
Lettering. Script, Power, and Culture,
Chicago-London, The University of Chicago Press, 1993], e
la seconda in inglese [Writing the Dead. Death and
Writing Strategies in the Western Tadition, Stanford,
Stanford University Press, 1998].
- Il libro manoscritto, in Letteratura
italiana, a cura di Alberto Asor Rosa. II. Produzione
e consumo, Torino, Einaudi, 1983, p. 518.
- Storia e geografia delle culture
scritte (dal secolo XI al secolo XVIII), in Letteratura
italiana. Storia e geografia, a cura di Alberto Asor
Rosa. II, 1-2. Letà moderna, Torino,
Einaudi, 1988, pp. 1193-1292.
- Institut des Textes et Manuscrits
Modernes, Centre National de la Recherche Scientifique.
- Su questo punto non posso fare a meno di
citare alcuni saggi storici nei quali, ripercorrendo la
storia della paleografia o quella degli studi
sullalfabetismo e la cultura scritta, si analizzano
anche gli apporti di Petrucci: Paola Supino Martini, La
paleografia latina in Italia da Giorgio Cencetti ai
giorni nostri, in Un secolo di paleografia e
diplomatica (1887-1986). Per il centenario
dellIstituto di Paleografia dellUniversità
di Roma, a cura di Armando Petrucci e Alessandro
Pratesi, Roma, Gela editrice, 1988, pp.64-76; e,
modestamente, Antonio Castillo Gómez e Carlo Sáez
Sánchez, Paleografía versus alfabetización.
Reflexiones sobre historia social de la cultura escrita,
"Signo. Revista de historia de la cultura
escrita", 1 (1994), pp. 153-157. Si veda inoltre la
nota bibliografica di L. M. Cesaretti Salvi in Enciclopedia
Italiana. Appendice 2000, Roma, Istituto della
Enciclopedia Italiana, 2000, p. 429.
- Questa bibliografia comprende soltanto le monografie di
Armando Petrucci, le opere pubblicate sotto la sua
direzione e gli articoli tradotti in spagnolo. Per il
complesso della sua produzione si veda Marco Palma, Bibliografia
degli scritti di Armando Petrucci, Roma, Viella,
2002, consultabile anche nel sito della Facoltà di
Lettere e Filosofia dellUniversità di Cassino (http://www.let.unicas.it/links/didattica/palma/bibpetru.htm)
e periodicamente aggiornata.
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