Antonio Cartelli - Marco Palma

("Studi medievali", s. III, 9 [1968], 1115-1126)
Armando Petrucci

Censimento dei codici dei secoli XI-XII (*)
Istruzioni per la datazione

      Poiché gli studi condotti finora sulle scritture di tipo carolino usato in tale periodo in Europa e soprattutto in Italia sono scarsi e frammentari, queste istruzioni non debbono ovviamente essere considerate come un complesso di rigide norme applicabili automaticamente in ogni caso, ma come una serie di suggerimenti volti a guidare o confortare l'esperienza dello schedatore, che, per stabilire la data di ciascun codice, potrà e dovrà utilizzare, al di là di quelli suggeriti dalla scrittura, anche tutti gli altri elementi offerti dal testo e dall'aspetto esterno dei singoli manoscritti.
      Le difficoltà che si frappongono all'accertamento della data dei codici in scritture di tipo carolino sono molteplici e dipendono in generale sia dalla già accennata scarsità degli studi paleografici, sia dalla ampiezza della zona geografica interessata, sia, infine, dalla vastità e diversificazione della produzione libraria soprattutto nei secoli XI e XII. Affinché le istruzioni qui pubblicate possano venire correttamente interpretate ed utilizzate, ci pare perciò opportuno accennare più particolarmente ad alcuni almeno dei problemi che la datazione dei manoscritti del nostro periodo pone al paleografo.
      Innanzi tutto occorre tenere presente che in questo, come e più che in altri periodi della storia della scrittura latina, diversità di forme grafiche può significare, anziché divario cronologico, lontananza geografica, cioè diversità di ambiente e di scuola. Inoltre, che la presenza di particolarità grafiche evidentemente conservatrici o comunque abnormi può essere dovuta alla diretta influenza dell'esemplare, o a vezzo dello scriba, e non costituisce perciò criterio di datazione. Infine, che in generale, e in ispecie almeno fino alla seconda metà del secolo XI, lo spessore del tratteggio, ora sottile, ora pesante, non può essere considerato valido elemento critico, in quanto può dipendere da fatti (quali il gusto personale dello scrivente, il tipo di strumento scrittorio adoperato, ecc.) puramente esteriori o casuali, e perciò non determinanti cronologicamente.
      Bisognerà anche tenere nel debito conto il fatto che soprattutto nell’XI e nel XII secolo l'aspetto, e perciò anche la scrittura, del libro erano soggetti a mutare a seconda del tipo di testo contenuto, e che in particolare i codici liturgici e biblici, di aspetto solenne e di scrittura accurata, presentavano di solito caratteristiche grafiche meno progredite di quelle riscontrabili in codici contenenti testi di genere diverso. Il confronto con le coeve scritture documentarie, che nell'Italia centrosettentrionale fra XI e XII secolo presentano una notevole analogia con quelle librarie, può fornire qualche utile insegnamento, ma deve essere utilizzato con molta cautela, sia perché il rapporto fra scritture documentarie e scritture librarie è rimasto, anche in questo periodo, limitato a determinati settori culturali; sia perché la scrittura documentaria, oltre a presentare forti diversità da zona a zona, ha adottato particolarità grafiche e segni abbreviativi nuovi con notevole anticipo rispetto alle analoghe scritture librarie.
      Da quanto abbiamo finora esposto risulta chiaramente la difficoltà di stabilire criteri di datazione validi basati esclusivamente sull'analisi morfologica delle singole lettere; le presenti istruzioni sono infatti fondate non soltanto sullo studio del disegno, del tratteggio, del modulo degli elementi costitutivi della scrittura, ma anche su dati meno opinabili e meglio collocabili nel tempo, quali quelli offerti dall'analisi delle abbreviazioni e dell'ortografia, i cui mutamenti dipendono in massima parte dal generale ed uniforme moto di progresso della scuola e della cultura.
      I dati esposti derivano dallo studio di più di duecentocinquanta manoscritti e facsimili di manoscritti datati, o per diverse ragioni databili, di origine prevalentemente italiana, francese e tedesca. Poiché lo studio di tali testimonianze è stato condotto, per ovvie ragioni di opportunità, prevalentemente su facsimili, non è stato possibile prendere in considerazione anche quegli elementi più propriamente codicologici , quali i sistemi di foratura e di rigatura (1), la natura, lo spessore e la lavorazione della pergamena, il colore degli inchiostri, che pure avrebbero potuto fornire qualche indicazione utile ai nostri fini.
      Anziché secondo una rigida, e necessariamente artificiale, divisione per secoli, si è preferito qui ordinare i vari elementi di datazione per sezioni cronologiche più o meno ampie, ma corrispondenti in realtà a periodi, ciascuno dei quali risulta, dal punto di vista grafico, relativamente omogeneo, e soprattutto abbastanza ben distinguibile dagli altri precedenti e successivi. Gli elementi di datazione suggeriti sono stati suddivisi per ciascun periodo in tre sezioni: nella prima compaiono le caratteristiche generali della scrittura, che permettono un primo, sommario orientamento; nella seconda vengono elencati gli elementi grafici che sono propri e caratteristici della scrittura di quel determinato periodo, ma che da soli non possono permettere la sicura attribuzione cronologica; nella terza le particolarità osservate nell'uso di alcune abbreviazioni e nell'ortografia.
      Non ci sembra a questo punto superfluo avvertire il lettore che i criteri di datazione qui suggeriti dovranno in ogni caso essere utilizzati con una certa dose di elasticità e con prudenza. Si tenga, infatti, sempre presente che non basterà il rinvenimento di uno solo degli elementi indicativi come tipici di un determinato periodo per giustificare l'attribuzione cronologica della scrittura, ma occorrerà che si verifichi la concomitanza di parecchi di essi. Il catalogatore, inoltre, dovrà adattare alle proprie esigenze tali criteri, assegnando per esempio ai secoli X-XI o alla prima metà del secolo XI i codici la cui scrittura presenta le caratteristiche enunciate per il periodo 970/980-1050, o al secolo XI seconda metà quelli in cui avrà riconosciuto i caratteri propri del periodo successivo, e così via.
      Mi sia qui permesso di esprimere un vivissimo ringraziamento a quanti hanno contribuito con consigli ed aiuti al miglioramento di questo testo; ricorderò in particolare Bernhard Bischoff, Giorgio Cencetti, Alessandro Pratesi e soprattutto Emanuele Casamassima, alla cui dottrina queste istruzioni debbono in verità moltissimo.

* * *

      Il periodo che va dai primi decenni del secolo IX sino all'870 circa può essere considerato quello in cui la minuscola carolina si diffonde e si afferma più o meno rapidamente nei centri scrittorii francesi, tedeschi, svizzeri e dell'Italia centro-settentrionale. In ciascuno di tali centri la scrittura viene elaborata secondo moduli formali ora più, ora meno vicini a quelli, costituenti norma ideale, dei massimi centri carolingi, ma può anche, in misura ora maggiore, ora minore, risentire, nel disegno e nel tratteggio delle lettere, dell'influenza di tradizioni grafiche locali. II risultato è costituito da un gran numero di varietà particolari, dalle quali si distaccano prepotentemente i tipi elaborati nei massimi centri carolingi, che producono, sin verso la fine del secolo, un notevolissimo numero di codici di lusso, scritti e miniati con grande accuratezza.

      Le caratteristiche generali della minuscola carolina sono costituite in questo periodo dal tratteggio graduale, che provoca lo caratteristiche aste ingrossate in alto "a fuso", e dalla mancanza di regolare intervallo tra le parole, che appaiono fra loro accostate. Vengono inoltre adoperate frequentemente le legature di tipo corsivo con r (ra, re, e soprattutto rt), tre diversi tipi di a (fig. I, 1, con forte inclinazione dell'asta, 2 e 3) e un unico tipo di y (fig. I, 4), con o senza puntino di coronamento, collocata al disopra del rigo e con l'asta di destra ridotta ad un apice ricurvo.

870 - 970/980

Caratteristiche generali

      Contemporaneamente alla diminuita attività dei grandi centri scrittorii di tradizione carolingia, che si verifica con l'ultimo quarto del secolo IX la produzione del libro si fa scarsa e di tono più dimesso in quasi tutti i centri europei. La minuscola carolina assume un aspetto poco curato, e a volte apertamente trascurato, con irregolarità nell'allineamento e nelle proporzioni dei singoli elementi grafici.
      La scrittura si irrigidisce, diviene meno fluida e spontanea nel disegno delle forme e nel tratteggio e assume un orientamento prevalentemente diritto, oppure appena inclinato a destra. Il modulo si fa più grande e il tratteggio più pesante rispetto agli esempi della prima metà del secolo: le aste sono di uguale spessore per tutta la lunghezza, oppure recano in cima un ingrossamento a spatola. Le singole lettere appaiono più accostate le une alle altre e le parole, invece, più decisamente separate.

Elementi tipici

      y in due forme: l'una alta sul rigo, come nel pieno secolo IX, e l'altra, con tratteggio inverso e l'asta di destra allungata sotto il rigo (y), che compare più frequentemente nel corso del secolo X.
      Il nesso et di formato più grande delle altre lettere, usato, come nel periodo antecedente, anche all’inizio, all'interno e in fine di parola (si badi però che tale nesso compare con analogo ingrandimento di modulo anche in alcuni codici della prima metà del secolo IX).
      Degli elementi propri del pieno secolo IX continuano ad essere adoperati, sia pure con minore frequenza:

      a) La a aperta e quella corsiva chiusa (fig. I, 2 e 3).
      b) Le legature corsive.
      c) La N maiuscola, anche all'interno di parola.
      d) La capitale rustica pura nei titoli e nelle rubriche.
      e) La f di tipo semionciale, con asta che scende notevolmente sotto il rigo.

 

Abbreviazioni e particolarità ortografiche

      Uso di abbreviazioni di solito più frequente rispetto al periodo antecedente.
      L'abbreviazione per rum (usata ancora soltanto dopo o) con il trattino di base della r a 2 a volte inclinato verso il basso come nei decenni precedenti, a volte diritto sul rigo (fig. II, 1 e 2).
      Uso di quattro tipi di abbreviazione per que: q. q: q; q>.
      Uso alternato, anche nello stesso codice, di dittonghi, in generale espressi dal nesso ae (fig. II, 3), e di e cedigliata.

970/980 - 1050

Caratteristiche generali

      In questo periodo la produzione del libro nei vari centri europei ritorna gradualmente a buoni livelli quantitativi e qualitativi. Le differenziazioni già da tempo in atto fra diverse categorie di libri (di lusso, di biblioteca, di scuola) si precisano e si accentuano: in particolare i codici liturgici, biblici, patristici acquistano, prima nei centri scrittorii della Germania meridionale (cfr. per es. Reichenau), poi anche nell'Italia centro-settentrionale, un aspetto proprio, caratterizzato dal grande formato, dallo scarso numero di abbreviazioni (tranne quelle proprie dell'uso liturgico), dallo stile artificioso della scrittura diritta e rotondeggiante. In Italia, nella zona laziale ed umbra, risulta adoperata la cosiddetta "romanesca" (o "tipo di Farfa") con caratteristiche proprie.
      La minuscola carolina presenta nel corso di questo periodo alcune tendenze generali, che consistono nell'andamento diritto della scrittura (si osservi la schiena della a, ormai non più inclinata), nella regolarizzazione della separazione fra le parole, resa pari allo spazio di una lettera, nell'accostamento fra loro delle lettere costituenti ciascuna parola, nel sempre meno frequente uso di elementi corsivi, ancora presenti nell'ultimo scorcio del secolo X, poi via via sempre più rari.

Elementi tipici

      Restringimento ed innalzamento dei nessi ct ed st: quest'ultimo compare spesso chiuso dall'asta orizzontale della t.
Il nesso et adoperato ancora, oltre che come congiunzione anche, ma raramente, all'interno e in fine di parola.
      Inizio dell'uso della z in forma di c cedigliata (fig. III, 1), soprattutto nei centri scrittorii tedeschi e svizzeri.
      Inizio, verso la fine del secolo X e in codici tedeschi e svizzeri, dell'uso del nesso us (fig. III, 2), soprattutto in fine di rigo.
      Inizio dell'uso del w con il secondo decennio del secolo XI in Germania.
      Uso occasionale della r a 2 dopo o in corso in parola.

Abbreviazioni e particolarità ortografiche

      Uso più frequente e variato di abbreviazioni fino a 5-7 circa per rigo (ma ancora scarso nei codici di lusso).
Uso di tre tipi diversi di abbreviazioni per que: q; (frequente); q> (frequente); q. (raro).
      Uso ancora raro dell'abbreviazione per rum scritta con la r e l'ultimo trattino tracciati in un tempo solo e formanti nodo (fig. III, 3).
      Uso regolare di e cedigliata e meno frequente del nesso ae.

1050 - 1110

Caratteristiche generali

      Con la seconda metà del secolo XI comincia ad affermarsi, soprattutto in Francia, Inghilterra e Germania, l'uso di un nuovo strumento scrittorio, la penna con taglio obliquo a sinistra, che muta radicalmente il tratteggio della scrittura, rendendo il chiaroscuro non più fluido e continuo, ma come diviso in tanti brevi tratti tracciati l'uno di seguito all'altro. L'uso di tale nuovo strumento scrittorio è riconoscibile sia dall'attacco dello aste in alto, di solito tagliato obliquamente verso sinistra (a meno che non sia stato falsato dal ritocco), sia soprattutto dallo spessore del tratto orizzontale della t non inferiore a quello dei tratti verticali. Nello stesso periodo anche nelle zone e negli ambienti in cui il nuovo strumento scrittorio non è ancora adoperato, si vengono precisando meglio le tendenze di stile già notate per i decenni precedenti e si regolarizza o si diffonde l'uso di nuove forme grafiche e di nuove abitudini ortografiche, che ben si prestano a costituire elemento di datazione. In funzione di alfabeto maiuscolo comincia ad essere adoperato (accanto a quello fondamentalmente di tipo capitale lapidario, ma arricchito di nessi e di sempre più complicati inserimenti di lettere l'una nell'altra, già in uso nel periodo precedente) un alfabeto misto, costituito da lettere di tipo capitale rustico e di tipo onciale, che sarà poi proprio del secolo XII e che prelude alle forme tipiche dell'alfabeto maiuscolo gotico.

Elementi tipici

      Uso regolare della r a 2 dopo o all'interno di parola.
      Uso della S di tipo maiuscolo in fine di rigo dal quarto decennio in Francia; dalla metà del secolo in Germania; verso la fine del secolo in Italia.
      Introduzione dell'uso della w in Francia e in Italia.
Introduzione nella Francia del Sud-Est e in Italia del "richiamo", ossia dell'uso di apporre nel margine inferiore del verso dell'ultima carta di ciascun fascicolo la prima o le prime parole del fascicolo seguente.

Abbreviazioni e particolarità ortografiche

      Uso della nota tironiana per et (fig. IV, 1) dal quarto decennio in Francia; dalla metà del secolo in Germania; verso la fine del secolo in Italia.
      Introduzione di un nuovo tipo di abbreviazione per quia (fig. IV, 2).
      Uso dell'abbreviazione per rum anche dopo la a (proprio della "romanesca" anche prima della metà del secolo XI).
      Uso del trattino disposto obliquamente per indicare il rinvio a capo di parte di parole in fine di rigo, dal terzo-quarto decennio del secolo in Italia.
      Uso del doppio apice sulla doppia i dalla stessa data.

1110 - 1170/1180

Caratteristiche generali

      Il processo di diversificazione della scrittura libraria, già iniziato nei secoli precedenti, si fa più generale e preciso nel secolo XII, nel quale si diffonde sempre più l'uso del nuovo strumento scrittorio a taglio obliquo a sinistra introdotto nel periodo precedente. In particolare si accentuano le differenze tra la gotica ormai tipizzata da una parte e le scritture ancora di tipo carolino dall'altra. Nell'Italia centrale (Lazio, Umbria e Toscana) si tipizza fra il secondo e il terzo decennio del secolo una minuscola di tipo carolino grande e rotondeggiante (che si potrebbe definire "antiqua tonda") adoperata prevalentemente per i libri liturgici e biblici, che si diffonde quindi anche nell'Italia settentrionale (Bologna). Da essa sembra derivare direttamente la gotica libraria italiana detta "rotunda", formata già nel terzo quarto del secolo. Nel Lazio e nell'Umbria continua inoltre per tutto il periodo ad essere adoperata la "romanesca", mentre anche l'Italia meridionale comincia ad accogliere scritture librarie di tipo carolino o gotico. Si noti inoltre che in ambito usuale e scolastico sono ovunque in Europa adoperate tipizzazioni individuali a base ancora carolina o già gotica, di formato ridotto, di aspetto trascurato, in genere ricche di abbreviazioni. Come caratteristiche generali di questi diversi tipi di scrittura libraria possono essere indicati soltanto: la disposizione del testo su due colonne, che diviene sempre più frequente e si estende ad ogni tipo di libro, e l'accresciuto uso di abbreviazioni, che possono giungere sino oltre le 10 circa per riga (anche di colonna); si noti però che i codici in "antiqua tonda" continuano ad avere poche abbreviazioni per tutto il secolo.

Elementi tipici

      Uso della S di tipo maiuscolo non solo in fine di rigo, ma anche in fine di parola, prevalente ovunque con la seconda metà del secolo.
      Uso per la congiunzione et sia della nota tironiana (fig. IV, 1), occasionale sino al 1140 circa, quindi frequente, sia del nesso et, adoperato sempre meno frequentemente, sia, infine, delle due lettere singolarmente espresse (frequente nell'"antiqua tonda").
      Uso (ancora occasionale) della rigatura ad inchiostro, a volte adoperata anche per rinforzo di quella a secco.

Abbreviazioni e particolarità ortografiche

      Uso di due diverse abbreviazioni per que: q> (prevalente in Italia) e q; (prevalente fuori d'Italia).
Uso di due diverse abbreviazioni per quia: qia (ereditata dai periodi precedenti) e q seguita da segno abbreviativo in forma di 2 (fig IV, 2; tale abbreviazione è propria della gotica primitiva e prevalente ovunque dal 1150 circa in poi).
      Uso regolare del segno abbreviativo in forma di 9 per indicare con.
      Uso normale di e cedigliata ed eccezionale sopravvivenza del dittongo in nesso (soprattutto in Italia) fino alla metà circa del secolo.
      Uso normale del trattino per indicare il rinvio a capo di parte di parola in fine di rigo.
      Uso normale del doppio apice sulla doppia i.

1170/1180 -1200

      Con il decennio 1170-1180 si verifica in tutti i centri scrittorii europei un evento estremamente significativo dal punto di vista grafico, quale l'affermazione decisiva della gotica; con tale data anche in Italia le scritture di tipo carolino scompaiono definitivamente. Il fenomeno è accompagnato dalla comparsa di alcune minori caratteristiche grafiche, che possono essere assunte come criteri di datazione per l'ultimo quarto del secolo XII.
      Esse sono:
      Il diffondersi dell'uso della d con asta obliqua verso sinistra, detta di tipo onciale, che tende a sostituire quella di tipo minuscolo con asta diritta.
      L'applicazione sempre più frequente della regola del Meyer sulla fusione delle curve contrapposte.
      La spezzatura dell'occhiello inferiore della g, non più rotondeggiante come nei periodi precedenti, ma eseguito in due o in quattro tratti.
      Per quanto riguarda il secondo termine cronologico del periodo in questione, non è certo facile indicare criteri utili a distinguere codici scritti sul finire del secolo XII da codici scritti all'inizio del secolo seguente. Eppure la produzione libraria europea, e quella italiana in modo particolare, soltanto con il secolo XIII acquistarono caratteristiche sostanzialmente nuove, ravvisabili nel formato del libro, nella sua ornamentazione, nell'aspetto stesso della scrittura, soprattutto per quanto riguarda i codici di ambiente e di natura scolastica. Al fine di fornire qualche indicazione utile ai nostri fini, si può dunque affermare che coi primi decenni del secolo XIII la scrittura si impiccolisce spesso di modulo, acquista un aspetto più fitto e compatto e un tratteggio più spezzato che non in precedenza; le abbreviazioni divengono assai più frequenti, variate e complesse che nel secolo XII; inoltre viene a cessare l'uso della e cedigliata per il dittongo, che ormai è espresso dalla e semplice, si afferma definitivamente l'uso di porre un apice distintivo anche sulla i singola e scompare del tutto l'uso del nesso et.

 

(*) Questo censimento rientra nelle Ricerche preliminari per una storia della cultura in Italia dal VII al Xll secolo avviate dall’Istituto di Studi mediolatini dell’Università di Roma con il concorso del C.N.R. Il censimento si limita ai codici delle biblioteche italiane non descritti in cataloghi a stampa. – Le schede sono redatte da Lidia Avitabile, Maria Clara Di Franco, Viviana Jemolo, Armando Petrucci.

(1) Cfr. per esempio quanto ha potuto stabilire il Ker circa i sistemi di rigatura nei manoscritti inglesi fra XI e XII secolo: N. R. Ker, English Manuscripts in the century after the Norman conquest, Oxford, 1960, pp. 41-4, nonché le osservazioni di Jean Vezin sull’uso della rigatura a piombo e di un nuovo metodo di foratura in alcuni manoscritti francesi del XII secolo; J. Vezin, Les manuscrits datés de l’ancien fond latin de la Bibliothèque Nationale de Paris, in Scriptorium, XIX (1965), pp. 84-5.

 

Nota bibliografica

      Le indicazioni contenute in queste istruzioni sono basate sullo spoglio delle maggiori raccolte di facsimili di codici latini, a tutti ben note e che perciò riteniamo superfluo enumerare qui; ricorderemo soltanto, perché particolarmente proficui ai nostri fini, i Monumenta di Anton Chroust (Monumenta palaeographica. Denkmäler der Schreibkunst des Mittelalters, I-III serie, München, 1902-1927) e i volumi I, II e V finora pubblicati del Catalogue des manuscrits en écriture latine portant des indications de date, de lieu ou de copiste, diretto da Ch. Samaran e da Robert Marichal (Paris, 1959; 1962; 1965), cui va ora aggiunto il "catalogue paléographique" dei Manuscrits datés conservés dans les Pays-Bas, di Gerard Isaac Lieftinck (I, Amsterdam, 1964). Molto utile è risultata la diretta consultazione di un certo numero di manoscritti datati o databili della Biblioteca Apostolica Vaticana (la cui segnalazione ho estratto dallo schedario apposito allestito dall’amico prof. Giulio Battelli, che la sua cortesia mi ha permesso di consultare), di altre biblioteche romane, nonché della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (su indicazioni fornite dal direttore prof. Emanuele Casamassima), dell’Ambrosiana di Milano, della Biblioteca Augusta di Perugia e della Bibliothèque Nationale di Parigi.
      Come è ben noto ad ogni studioso di paleografia, a Giulio Battelli si deve l’enunciazione di un certo numero di criteri di datazione per i codici in scrittura carolina, che risultano in parte tuttora validi, e dei quali ci siamo largamente avvalsi in questo nostro lavoro (cfr. le sue Lezioni di Paleografia, Città del Vaticano, 1949, pp. 193-196); in esso, d’altra parte, abbiamo anche tenuto presenti le giuste osservazioni del Cencetti circa i pericoli, le difficoltà e i forzati limiti di un’impresa del genere di quella da noi abbozzata (cfr. Lineamenti di storia della scrittura latina, Bologna, 1956, pp. 196-200). Si vedano anche i criteri enunciati da N. Denholm Young, Handwriting in England and Wales, Cardiff, 1954, pp. 25, 81-83.
      Fra i maggiori saggi di carattere particolare la cui consultazione ci è riuscita particolarmente utile (cfr. un elenco di studi su scrittorii attivi tra IX e XII secolo in Concetti, Lineamenti cit., pp. 198-199), ci pare doveroso ricordare almeno quello ben noto di Bernhard Bischoff sulla nomenclatura delle scritture tra IX e XIII secolo (La nomenclature des écritures livresques du IXe au XIIIe siècle, in Nomenclature des écritures livresques du IXe au XVIe siècle, Paris, 1954, pp. 7-14), la serie di studi dedicati da Vittorio Lazzarini e dai suoi allievi al centro scrittorio veronese (V. Lazzarini, Scuola calligrafica veronese del secolo IX, in Scritti di paleografia e diplomatica, Venezia, 1938, pp. 11-31); G. Ongaro, Coltura e scuola calligrafica veronese nel sec. X, in Memorie del R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, XXIX, 7, 1925; M. Venturini, Vita e attività dello scriptorium veronese nel sec. XI, Verona, 1930; M. L. Giuliano, Coltura e attività calligrafica nel secolo XII a Verona, Padova, 1933; cui si aggiunga A. Spagnolo, Abbreviature del minuscolo veronese (in Zentralblatt für Bibliothekswesen, XXVII, 1910, pp. 531-548; XXVIII, 1911, pp. 259-261), i due articoli di Leslie Weber Jones sulla scrittura turonense dal X al XII secolo (The script of Tours in the tenth century, in Speculum, XIV, 1939, pp. 179-198; The art of writing at Tours from 1000 to 1200 A.D., in Speculum, XV, 1940, pp. 286-298), nonché le osservazioni di Edward B. Garrison sulla scrittura nell’Italia centrale in Studies in the history of mediaeval Italian painting, I, 2, Firenze, 1953, pp. 37-41). Per l’uso del "richiamo" si veda ultimamente J. Vezin, Observations sur l’emploi des réclames dans les manuscrits latins, in Bibliothèque de l’Ecole des chartes, CXXV (1967), pp. 5-33.
      Per il rinnovamento della tecnica grafica fra XI e XII secolo, si veda lo studio di Jean Boussard, Influences insulaires dans la formation de l’écriture gotique, in Scriptorium, V (1951), pp. 238-264. Infine, per quanto riguarda il termine "antiqua tonda", si avverte che esso è qui adoperato per la minuscola rotonda e grande del XII secolo, al fine di porre in rilievo le somiglianze che la avvicinano alla umanistica rotonda del secondo Quattrocento, oggi abitualmente designata con lo stesso nome; si veda per questo anche G. Orlandelli, "Littera nova" e "Littera antiqua" fra glossatori e umanisti, Bologna, 1965, pp. 11-23.

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