Antonio Cartelli - Marco Palma


Marco Palma
Digitalizzazione, non solo

Convegno Il sapere in rete.
I manoscritti scientifici tra digitalizzazione e fruizione (Scandiano, 23 ottobre 2010)

[versione italiana del testo presentato alla 4th Conference of LIBER Librarians Group, Meeting with manuscripts, today and tomorrow (Roma, 26-28 maggio 2010), con il titolo Which Audiences for Manuscripts?]

Siamo tutti abituati a vedere, di persona o in fotografia, delle lunghe file davanti all’ingresso del British Museum, del Louvre o dei Musei Vaticani. Migliaia di turisti si accalcano sotto il sole o la pioggia per poter gettare un inevitabilmente rapido sguardo su quadri, sculture, opere d’arte di cui hanno in qualche caso sentito parlare ma che per gran parte di loro sono delle autentiche scoperte, delle prime visioni assolute.

File del genere sono impensabili di fronte alla British Library, alla Bibliothèque nationale de France o alla Biblioteca Vaticana, anche se in quest’ultimo caso nel giugno-luglio del 2007 si assistette a un autentico assalto di visitatori, spaventati dalla prospettiva di tre anni di chiusura. La spiegazione di questa differenza potrebbe essere banale: le opere d’arte conservate nei musei sono più attrattive dei pur preziosi libri antichi custoditi dalle biblioteche. La Gioconda attira evidentemente più di un evangeliario carolingio: della prima tutti credono di sapere abbastanza per comprenderne il fascino, del secondo pochissimi hanno un’idea anche semplice.

A favore dell’osservazione diretta del grande capolavoro dell’arte di ogni tempo gioca l’ingannevole semplicità della rappresentazione della figura umana, del fascino del colore e del tratto, di quell’aura che spira dall’originale, come afferma in uno dei suoi più noti saggi Walter Benjamin: «Noch bei der höchstvollendeten Reproduktion fällt eines aus: das Hier und Jetzt des Kunstwerks – sein einmaliges Dasein an dem Orte, an dem es sich befindet». Nessuna riproduzione riesce infatti a dare la sensazione della presenza fisica dell’oggetto d’arte, del quale l’osservatore ritiene di comprendere in maniera sufficiente il significato a prescindere dalle sue conoscenze e dalla sua capacità di inserire il capolavoro nel contesto storico generale e in quello della produzione dell’autore.

Un fatto simile difficilmente avviene quando si è ammessi alla visione di un manoscritto di età antica o medievale, per quanto famoso e studiato. Di solito un codice viene esposto, in occasione di una mostra, in una bacheca, aperto in modo che si vedano il verso di una carta e il recto della successiva. Una scheda di catalogo illustra almeno il contenuto, la data e l’origine dell’esemplare: se il visitatore ha la pazienza di leggerla, ne ricaverà le informazioni di base per capire di fronte a quale tipo di libro si trova. Dalla sua formazione dipenderà la capacità di contestualizzare il manoscritto, del quale riuscirà comunque a vedere non più di due pagine, magari illustrate da splendide miniature. Se poi, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, non conosce la lingua del testo o la scrittura in cui è vergato, si allontanerà convinto di non aver potuto accedere altro che all’immagine di un oggetto, il libro, che non è stato creato per essere visto, ma piuttosto per essere sfogliato e letto.

Si comprende quindi come il pubblico delle biblioteche di conservazione sia sostanzialmente ridotto agli specialisti del settore, studiosi provetti o in formazione. La tipologia delle garanzie che queste persone debbono fornire ai curatori delle collezioni manoscritte è infinita: chiunque abbia una qualche esperienza nel settore può riferire gustosi episodi sulle formalità da adempiere prima di accedere allo studio dei manoscritti. E altrettanto ampia appare la varietà delle modalità con le quali si possono maneggiare i codici: si va dall’uso dei guanti a quello del leggio, dalla totale libertà alla proposta di sostituire la consultazione dell’originale con un qualche tipo di riproduzione.

La rete ha perfezionato quest’ultima offerta: è ora possibile apprezzare gratuitamente, da casa propria, dettagli grafici, decorativi e materiali difficili da distinguere a occhio nudo o anche con una buona lente. Perché spendere tempo e denaro in viaggi e soggiorni in sedi lontane quando buona parte delle ricerche codicologiche si può fare a distanza?

Le biblioteche di conservazione stanno convincendosi dell’opportunità di mettere a disposizione gratuitamente le immagini dei loro codici, cominciando ovviamente da quelli più noti e consultati. Questo percorso richiede comunque un notevole impegno finanziario e la disponibilità di una certa quantità di personale che si dedichi alla riproduzione e alla messa in rete del materiale. Inoltre, ciò che viene offerto è nella maggior parte dei casi quasi esclusivamente l`immagine delle pagine dei manoscritti, che servono soprattutto a coloro che già li conoscono o sono abituati a studiare materiale simile. Sono pochi i siti che si preoccupano di fornire un apparato bibliografico e di corredo sufficiente ad orientare gli utenti desiderosi di entrare nel mondo dei libri medievali.

Il pubblico del libro antico in rete è insomma costituito quasi soltanto dagli utenti abituali delle biblioteche di conservazione, che ne traggono un indubitabile vantaggio, abituati com`erano a difficoltà molto superiori nell’approccio all’oggetto dei loro studi.

Il problema da affrontare per chi custodisce i manoscritti riguarda ora la definizione dei pubblici ai quali rivolgersi. Le soluzioni cui accennerò sono ovviamente diverse, ma non necessariamente alternative.

La prima possibilità consiste nel rafforzare e perfezionare la strategia finora seguita: riprodurre il maggior numero possibile di codici, potenzialmente tutti quelli posseduti da ogni biblioteca. Il modello è quello della digitalizzazione integrale, tipo Google Books per intenderci, dove però la ricerca non potrà avvenire per parola, almeno finché non si troverà un software capace di leggere e trascrivere ogni tipologia grafica.

Si può certamente pensare a corredare le immagini di un apparato indicizzabile che fornisca le informazioni necessarie a inquadrare il singolo esemplare nel contesto storico-grafico che l’ha prodotto, ed è quanto gli illuminati gestori di alcuni siti hanno fatto. Quello che risulta difficile immaginare è un’utenza molto più ampia dell’attuale, che comunque possiede una spiccata abitudine alla ricerca nonché gli strumenti culturali per valutare le immagini così generosamente offerte.

Se invece le biblioteche di conservazione desiderano allargare la platea di quanti si interessano al loro patrimonio, pur senza auspicare la coda degli utenti fuori delle loro porte, la strategia dovrebbe essere diversa. Il punto di partenza dovrebbe essere sempre la rete, che costituisce oggi l’accesso primario a ogni ente produttore e depositario di informazioni. Nei loro siti dovrebbero essere fornite le notizie essenziali sulla tipologia dei manoscritti posseduti, sulla loro importanza nella storia delle diverse discipline, sul modo in cui sono entrati nelle biblioteche che li conservano. A complemento di queste informazioni andrebbero offerti esempi di trascrizioni di alcune pagine dei propri codici, vergate nelle principali tipologie grafiche, con il rinvio ai siti e ai sussidi bibliografici in cui è possibile trovare materiali che insegnino o almeno aiutino a leggere quelle scritture. Ciò di cui ci si dovrebbe preoccupare, insomma, è di avvicinare un pubblico più ampio e variegato alla fruizione di beni che si ritengono normalmente accessibili soltanto ai pochi fortunati possessori di una cultura superiore e comunque già personalmente interessati al loro studio.

Non è certo possibile fornire strumenti anche semplici per lo studio delle lingue classiche né per l’apprendimento di alfabeti diversi dal latino a un pubblico occidentale, ma non dovremmo considerare irraggiungibile l’obiettivo di seminare almeno la curiosità di entrare un po’ più in profondità nel mondo ritenuto arcano e segreto del libro antico.

Un sito ben organizzato per servire pubblici di diversa o nessuna competenza non appare tuttavia sufficiente ad avvicinare un pubblico significativamente più ampio, al quale mancherà comunque la famosa ‘aura’ di cui parlava Benjamin. Occorrerà quindi offrire, con tutte le garanzie immaginabili per la conservazione, un approccio diretto agli originali. Si è già detto quanto poco possono offrire in proposito le mostre di manoscritti: perché non immaginare una formula diversa, utilizzabile dalle biblioteche per i propri codici?

La proposta, del tutto sperimentale e adattabile alle esigenze delle diverse sedi, prevede di mostrare a rotazione, in una sorta di esposizione permanente, i manoscritti che i conservatori ritengono più significativi, cambiando a intervalli regolari le pagine esposte e fornendo contemporaneamente le immagini degli interi esemplari in riproduzioni ad alta definizione e corredate da tutte le informazioni possibili. Nell’occasione è anche possibile immaginare delle conferenze o lezioni tenute dagli stessi conservatori in primo luogo, o eventualmente anche da esperti esterni, sempre in presenza dei codici di cui si parla.

Certo non basterà esporre i codici e illustrarli in questo modo per conquistare un pubblico più ampio al libro antico: è molto lunga la strada per far crescere la consapevolezza che uno strumento vecchio di circa duemila anni (e tuttora in ottima salute) può dire molto, per le sue fasi più antiche, a tante persone che non ne hanno alcuna idea.

Sono sicuro che i bibliotecari preferiranno correre il rischio, peraltro molto teorico, di una fila fuori delle loro sale che limitarsi a esporre il cartello: Sala riservata.

 

 
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