[Versione italiana del
testo presentato alla 4th Conference of LIBER Librarians Group, Meeting
with manuscripts, today and tomorrow (Roma, 26-28 maggio 2010)]
Siamo tutti abituati a
vedere, di persona o in fotografia, delle lunghe file davanti
all’ingresso del
British Museum, del Louvre o dei Musei Vaticani. Migliaia di turisti si
accalcano sotto il sole o la pioggia per poter gettare un
inevitabilmente
rapido sguardo su quadri, sculture, opere d’arte di cui hanno in
qualche caso
sentito parlare ma che per gran parte di loro sono delle autentiche
scoperte,
delle prime visioni assolute.
File del
genere sono impensabili di fronte alla British Library, alla
Bibliothèque
nationale de France o alla Biblioteca Vaticana, anche se in
quest’ultimo caso
nel giugno-luglio del 2007 si assistette a un autentico assalto di
visitatori,
spaventati dalla prospettiva di tre anni di chiusura. La spiegazione di
questa
differenza potrebbe essere banale: le opere d’arte conservate nei musei
sono
più attrattive dei pur preziosi libri antichi custoditi dalle
biblioteche. La
Gioconda attira
evidentemente più di un evangeliario carolingio: della prima
tutti credono di
sapere abbastanza per comprenderne il fascino, del secondo pochissimi
hanno
un’idea anche semplice.
A favore
dell’osservazione diretta del grande capolavoro dell’arte di ogni tempo
gioca
l’ingannevole semplicità della rappresentazione della figura
umana, del fascino
del colore e del tratto, di quell’aura che spira dall’originale, come
afferma
in uno dei suoi più noti saggi Walter Benjamin: «Noch bei
der höchstvollendeten
Reproduktion fällt eines aus: das
Hier und Jetzt des Kunstwerks – sein einmaliges Dasein an dem Orte, an
dem es
sich befindet» (1). Nessuna riproduzione riesce infatti a dare la
sensazione
della presenza fisica dell’oggetto d’arte, del quale l’osservatore
ritiene di
comprendere in maniera sufficiente il significato a prescindere dalle
sue
conoscenze e dalla sua capacità di inserire il capolavoro nel
contesto storico generale
e in quello della produzione dell’autore.
Un fatto
simile difficilmente avviene quando si è ammessi alla visione di
un manoscritto
di età antica o medievale, per quanto famoso e studiato. Di
solito un codice
viene esposto, in occasione di una mostra, in una bacheca, aperto in
modo che
si vedano il verso di una carta e il recto della successiva. Una scheda
di
catalogo illustra almeno il contenuto, la data e l’origine
dell’esemplare: se
il visitatore ha la pazienza di leggerla, ne ricaverà le
informazioni di base
per capire di fronte a quale tipo di libro si trova. Dalla sua
formazione
dipenderà la capacità di contestualizzare il manoscritto,
del quale riuscirà
comunque a vedere non più di due pagine, magari illustrate da
splendide
miniature. Se poi, come accade nella stragrande maggioranza dei casi,
non
conosce la lingua del testo o la scrittura in cui è vergato, si
allontanerà
convinto di non aver potuto accedere altro che all’immagine di un
oggetto, il
libro, che non è stato creato per essere visto, ma piuttosto per
essere sfogliato
e letto.
Si
comprende quindi come il pubblico delle biblioteche di conservazione
sia
sostanzialmente ridotto agli specialisti del settore, studiosi provetti
o in
formazione. La tipologia delle garanzie che queste persone debbono
fornire ai
curatori delle collezioni manoscritte è infinita: chiunque abbia
una qualche
esperienza nel settore può riferire gustosi episodi sulle
formalità da
adempiere prima di accedere allo studio dei manoscritti. E altrettanto
ampia appare
la varietà delle modalità con le quali si possono
maneggiare i codici: si va
dall’uso dei guanti a quello del leggio, dalla totale libertà
alla proposta di
sostituire la consultazione dell’originale con un qualche tipo di
riproduzione.
La rete ha
perfezionato quest’ultima offerta: è ora possibile apprezzare
gratuitamente, da
casa propria, dettagli grafici, decorativi e materiali difficili da
distinguere
a occhio nudo o anche con una buona lente. Perché spendere tempo
e denaro in
viaggi e soggiorni in sedi lontane quando buona parte delle ricerche
codicologiche si può fare a distanza?
Le
biblioteche di conservazione stanno convincendosi
dell’opportunità di mettere a
disposizione gratuitamente le immagini dei loro codici, cominciando
ovviamente
da quelli più noti e consultati. Questo percorso richiede
comunque un notevole
impegno finanziario e la disponibilità di una certa
quantità di personale che
si dedichi alla riproduzione e alla messa in rete del materiale.
Inoltre, ciò
che viene offerto è nella maggior parte dei casi quasi
esclusivamente
l`immagine delle pagine dei manoscritti, che servono soprattutto a
coloro che
già li conoscono o sono abituati a studiare materiale simile.
Sono pochi i siti
che si preoccupano di fornire un apparato bibliografico e di corredo
sufficiente ad orientare gli utenti desiderosi di entrare nel mondo dei
libri
medievali.
Il pubblico
del libro antico in rete è insomma costituito quasi soltanto
dagli utenti
abituali delle biblioteche di conservazione, che ne traggono un
indubitabile
vantaggio, abituati com`erano a difficoltà molto superiori
nell’approccio all’oggetto
dei loro studi.
Il problema
da affrontare per chi custodisce i manoscritti riguarda ora la
definizione dei
pubblici ai quali rivolgersi. Le soluzioni cui accennerò sono
ovviamente
diverse, ma non necessariamente alternative.
La prima
possibilità consiste nel rafforzare e perfezionare la strategia
finora seguita:
riprodurre il maggior numero possibile di codici, potenzialmente tutti
quelli
posseduti da ogni biblioteca. Il modello è quello della
digitalizzazione
integrale, tipo Google Books per intenderci, dove però la
ricerca non potrà
avvenire per parola, almeno finché non si troverà un
software capace di leggere
e trascrivere ogni tipologia grafica.
Si può certamente
pensare a corredare le immagini di un apparato indicizzabile che
fornisca le
informazioni necessarie a inquadrare il singolo esemplare nel contesto
storico-grafico che l’ha prodotto, ed è quanto gli illuminati
gestori di alcuni
siti hanno fatto. Quello che risulta difficile immaginare è
un’utenza molto più
ampia dell’attuale, che comunque possiede una spiccata abitudine alla
ricerca
nonché gli strumenti culturali per valutare le immagini
così generosamente
offerte.
Se invece
le biblioteche di conservazione desiderano allargare la platea di
quanti si
interessano al loro patrimonio, pur senza auspicare la coda degli
utenti fuori
delle loro porte, la strategia dovrebbe essere diversa. Il punto di
partenza
dovrebbe essere sempre la rete, che costituisce oggi l’accesso primario
a ogni
ente produttore e depositario di informazioni. Nei loro siti dovrebbero
essere
fornite le notizie essenziali sulla tipologia dei manoscritti
posseduti, sulla
loro importanza nella storia delle diverse discipline, sul modo in cui
sono
entrati nelle biblioteche che li conservano. A complemento di queste
informazioni andrebbero offerti esempi di trascrizioni di alcune pagine
dei
propri codici, vergate nelle principali tipologie grafiche, con il
rinvio ai
siti e ai sussidi bibliografici in cui è possibile trovare
materiali che
insegnino o almeno aiutino a leggere quelle scritture. Ciò di
cui ci si
dovrebbe preoccupare, insomma, è di avvicinare un pubblico
più ampio e
variegato alla fruizione di beni che si ritengono normalmente
accessibili
soltanto ai pochi fortunati possessori di una cultura superiore e
comunque già
personalmente interessati al loro studio.
Non è certo
possibile fornire strumenti anche semplici per lo studio delle lingue
classiche
né per l’apprendimento di alfabeti diversi dal latino a un
pubblico
occidentale, ma non dovremmo considerare irraggiungibile l’obiettivo di
seminare almeno la curiosità di entrare un po’ più in
profondità nel mondo
ritenuto arcano e segreto del libro antico.
Un sito ben
organizzato per servire pubblici di diversa o nessuna competenza non
appare
tuttavia sufficiente ad avvicinare un pubblico significativamente
più ampio, al
quale mancherà comunque la famosa ‘aura’ di cui parlava
Benjamin. Occorrerà
quindi offrire, con tutte le garanzie immaginabili per la
conservazione, un
approccio diretto agli originali. Si è già detto quanto
poco possono offrire in
proposito le mostre di manoscritti: perché non immaginare una
formula diversa, utilizzabile
dalle biblioteche per i propri codici?
La proposta,
del tutto sperimentale e adattabile alle esigenze delle diverse sedi,
prevede
di mostrare a rotazione, in una sorta di esposizione permanente, i
manoscritti
che i conservatori ritengono più significativi, cambiando a
intervalli regolari
le pagine esposte e fornendo contemporaneamente le immagini degli
interi
esemplari in riproduzioni ad alta definizione e corredate da tutte le
informazioni possibili. Nell’occasione è anche possibile
immaginare delle
conferenze o lezioni tenute dagli stessi conservatori in primo luogo, o
eventualmente anche da esperti esterni, sempre in presenza dei codici
di cui si
parla.
Certo non
basterà esporre i codici e illustrarli in questo modo per
conquistare un
pubblico più ampio al libro antico: è molto lunga la
strada per far crescere la
consapevolezza che uno strumento vecchio di circa duemila anni (e
tuttora in
ottima salute) può dire molto, per le sue fasi più
antiche, a tante persone che
non ne hanno alcuna idea.
Sono sicuro
che i bibliotecari preferiranno correre il rischio, peraltro molto
teorico, di
una fila fuori delle loro sale che limitarsi a esporre il cartello: Sala riservata.
Note
1.Walter
Benjamin, Das Kunstwerk im Zeitalter
seiner technischen Reproduzierbarkeit (Dritte Fassung), in Gesammelte Schriften, I, 2, a cura di Rolf
Tiedemann e
Hermann Schweppenhäuser, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1974 (Suhrkamp Taschenbuch Wissenschaft, 931),
pp. 471-508: 475.