Antonio Cartelli - Marco Palma

Marco Palma

La definizione della scrittura nei cataloghi di manoscritti medievali *

La catalogazione dei manoscritti miniati come strumento di conoscenza:

 esperienze, metodologie, prospettive

 Convegno internazionale di studi (Viterbo, 4-5 marzo 2009)

        «Dixit quoque Dominus Deus: Non est bonum esse hominem solum; faciamus ei adiutorium simile sibi. Formatis igitur Dominus Deus de humo cunctis animantibus terrae et universis volatilibus caeli, adduxit ea ad Adam, ut videret quid vocaret ea; omne enim quod vocavit Adam animae viventis, ipsum est nomen eius. Appellavitque Adam nominibus suis cuncta animantia et universa volatilia caeli et omnes bestias terrae» (Gn 2, 18-20)

        Non sembri troppo strano iniziare con una così illustre e fondante citazione la presentazione di qualche considerazione sull’applicazione ai cataloghi di manoscritti della terminologia paleografica. Il passo del Genesi viene citato da Gerard Isaac Lieftinck nell’introduzione al catalogo dei manoscritti datati conservati in Olanda e riservato agli esemplari di origine straniera [1]. Lieftinck riteneva infatti indispensabile che il paleografo disponesse di una nomenclatura almeno per il basso medioevo, rinunciando a definire in linea di massima le scritture anteriori al XIII/XIV secolo. Le sue scelte provocarono polemiche assai vivaci, alle quali cercò di rispondere quasi un quarto di secolo dopo il suo allievo J. Peter Gumbert nel secondo volume del catalogo dei datati olandesi, dedicato ai manoscritti di origine neerlandese, difendendo le scelte terminologiche del maestro, a suo parere adeguate a descrivere la situazione grafica dei Paesi Bassi settentrionali nei secoli finali del medioevo, ma riconoscendone anche le difficoltà di applicazione alla generalità degli esempi: «Un certo numero di manoscritti, è vero, non rientra appieno in questo sistema, o meglio, rifiuta di farsi descrivere da questo sistema; questi codici rimangono, per così dire, ‘fuori sistema’. Ma è possibile sperare di costruire un sistema veramente privo di lacune? Ci saranno sempre degli scribi aberranti e, quale che sia il sistema progettato per descriverle, delle mani non descrivibili» [2]. Gumbert proponeva poi tre criteri utili a precisare la terminologia di Lieftinck, basati rispettivamente sulla morfologia della lettera a, delle aste di l (ma anche b, h, k) e della s alta: grazie al loro uso la terminologia adottata potrà definirsi ‘cartesiana’ [3].

        Molta acqua è passata sotto i ponti della ricerca paleografica e della catalogazione dei manoscritti in quasi mezzo secolo, tanta anche per un settore che non brilla per rapidità di aggiornamento e individuazione di nuovi percorsi. Il problema terminologico tuttavia rimane in piedi, determinando piccoli bella palaeographica dietro i quali si intravvedono spesso posizioni ideologiche e contrasti umani. Ma siamo qui per parlare di terminologia applicata ai cataloghi, non di filosofia, anche se la speculazione teorica entra inevitabilmente nel discorso. Partiamo dunque da un’impresa in pieno svolgimento che, anche se riguarda non codici ma documenti, si presenta particolarmente adatta al tema in esame.

        Nella seconda serie delle Chartae Latinae Antiquiores, diretta da Guglielmo Cavallo e Giovanna Nicolaj, in cui appaiono documenti del solo secolo IX, diretta da Guglielmo Cavallo e Giovanna Nicolaj, dopo i 49 della prima, la casa editrice Urs Graf di Zurigo ha pubblicato a partire dal 1997 ben 31 volumi, di cui 29 dedicati all’Italia e 2 alla Svizzera, e ne prevede ancora 33 soltanto per coprire il resto dell’Italia (21) e della Svizzera (12) [4].

        Le ChLA presentano in vedetta, subito dopo la data cronica e topica una vera e propria etichetta, che identifica con espressioni a scelta libera del redattore la grafia del rogatario. Nella scheda vengono poi descritte, con notevole dovizia di particolari, la mano di chi ha vergato la carta e anche quelle dei sottoscrittori in forma autografa. Il lettore ha quindi la possibilità di rendersi conto attraverso la riproduzione del documento di quale sia il livello del professionista della scrittura che roga il documento, ma anche di quello dei sottoscrittori, anche più importante per comprendere lo stato delle conoscenze e delle abilità grafiche di un determinato ambiente: è il materiale che ha consentito di aprire un filone di studi che ha avuto momenti di notevole successo negli ultimi decenni del secolo scorso, quello cosiddetto dell’alfabetismo e della cultura scritta.

        Proviamo a verificare in concreto le conseguenze di simili scelte, prendendo in considerazione in primo luogo le carte finora pubblicate nella seconda serie delle ChLA [5]. Nella tabella che segue figurano, in ordine alfabetico, le definizioni registrate:

Beneventana

1

 
Beneventana cancelleresca

15

 
Beneventana cancelleresca con retaggi di corsiva nuova

1

 
Beneventana con elementi di corsiva nuova

1

 
Beneventana con impostazione cancelleresca

1

 
Beneventana corsiva

4

 
Beneventana di impostazione libraria

2

 
Beneventana di tipo cancelleresco

2

 
Beneventana documentaria

21

 
Beneventana documentaria con retaggi di corsiva nuova

3

 
Cancelleresca di origine merovingica

1

 
Cancelleresca di tipo beneventano

2

 
Carolina

6

 
Carolina diplomatica

3

 
Carolina libraria

1

 
Corsiva cancelleresca

1

 
Corsiva con atteggiamento cancelleresco

1

 
Corsiva con elementi curiali

1

 
Corsiva con elementi di curiale

2

 
Corsiva di atteggiamento curiale

1

 
Corsiva nuova

402

 
Corsiva nuova cancelleresca

4

 
Corsiva nuova con atteggiamento curiale

1

 
Corsiva nuova con elementi di beneventana

1

 
Corsiva nuova con influenze caroline

2

 
Corsiva nuova di atteggiamento cancelleresco

1

 
Corsiva nuova di tipo ravennate

8

 
Corsiva nuova di tipo ravennate con atteggiamento curiale

1

 
Corsiva nuova italiana

317

 
Corsiva nuova italiana con elementi cancellereschi

7

 
Corsiva nuova tarda

13

 
Curiale ravennate

5

 
Curiale romana

2

 
Minuscola

1

 
Minuscola alamannico-carolina

1

 
Minuscola cancelleresca

1

 
Minuscola cancelleresca di base carolina

1

 
Minuscola cancelleresca di base merovingica

2

 
Minuscola carolina

25

 
Minuscola carolina con elementi di corsiva italiana

1

 
Minuscola carolina libraria

7

 
Minuscola di base carolina

4

 
Minuscola di classe carolina

2

 
Minuscola diplomatica

25

 
Minuscola diplomatica di base carolina

2

 
Minuscola diplomatica di base merovingica

6

 
Minuscola documentaria alamannica

50

 
Minuscola documentaria alamannica d’imitazione

1

 
Minuscola documentaria alamannico-carolina

                                         2

 
Minuscola documentaria retica

12

 
Minuscola precarolina

2

Minuscola semicorsiva

3

Precarolina documentaria

37

Protobeneventana

1

Protobeneventana di tipo cancelleresco

1

Protobeneventana documentaria

2

Protobeneventana semicorsiva

3

Scrittura corsiva nuova con elementi protobeneventani

14

Scrittura mista di corsiva nuova e beneventana

10

Scrittura protobeneventana di tipo librario

1

Scrittura protobeneventana documentaria

2

Semicorsiva italiana con influenze caroline

7

Semicorsiva orientata in senso beneventano

2

       

        Si tratta di 63 definizioni per 1062 documenti che coprono in maniera piuttosto regolare tutto il secolo IX.  Oltre alla tipologie classiche come beneventana, carolina, curiale e l’ampiamente maggioritaria corsiva nuova (con la variante, puramente linguistica, della corsiva nuova italiana), si trovano decine di espressioni che tentano di circoscrivere il mare magnum di grafie irriducibili alle categorie della manualistica. Di qui termini come «atteggiamento», «di base», «di tipo», «elementi», «influenze», «in senso», «retaggi», grazie ai quali viene sfumato il nome del tipo grafico di riferimento, cercando al contempo di graduarne la consistenza nell’esempio preso in esame. Appare anche evidente la difficoltà di contemperare l’inserimento in una tipologia nota con la volontà di precisare la distanza del concreto esempio dalla sua idea platonica, la mitica «scrittura normale», che sfocia talora nella resa dell’equidistanza: «scrittura mista di corsiva nuova e beneventana». Proviamo a pensare la difficoltà di chi volesse costruirsi un’immagine di scrittura a partire da queste definizioni, senza l’ausilio delle riproduzioni.

        Torniamo ora a Lieftinck e alla terminologia da lui usata nel primo volume del catalogo dei datati olandesi, le cui espressioni sono registrate nella tabella che segue:

Calligraphie tardive 

2

Écriture cursive

1

Écriture de transition

1

Écriture factice

1

Écriture hors système

22

Écriture livresque de l’époque de transition

1

Écriture livresque de transition

1

Écriture personnelle

2

Écritures des diplômes et cursives

1

Lettre bourguignonne

16

Littera beneventana

1

Littera bononiensis

1

Littera cursiva (hybrida currens?)

1

Littera cursiva diplomatica

1

Littera cursiva formata

2

Littera cursiva libraria

5

Littera diplomatica

1

Littera diplomatica cursiva

1

Littera diplomatica formata

3

Littera fere humanistica cursiva

2

Littera fere humanistica textualis

4

Littera fere hybrida

7

Littera fere hybrida currens

1

Littera gothica cursiva

41

Littera gothica cursiva formata

5

Littera gothica cursiva libraria

17

Littera gothica cursiva libraria + fere hybrida

1

Littera gothica textualis

44

Littera gothica textualis currens

1

Littera gothica textualis (formata)

1

Littera gothica textualis formata

19

Littera gothica textualis formata + hybrida

1

Littera gothica textualis italiana

2

Littera gothica textualis > notularis

1

Littera humanistica cursiva

10

Littera humanistica cursiva formata

5

Littera humanistica cursiva formata (cancellaresca formata)

1

Littera humanistica textualis

8

Littera humanistica textualis formata

2

Littera hybrida

50

Littera hybrida (currens)

1

Littera hybrida (montrant l’influence humanistique)

1

Littera hybrida currens

23

Littera hybrida formata

1

Littera hybrida, hybrida currens

1

Littera notularis

4

Littera prae-gothica textualis

7

Littera textualis fere humanistica

1

Littera textualis parisiensis

1

        Anche in questo caso la varietà è grande: si danno 327 definizioni di scritture per 277 manoscritti fra il XIII e il XVI secolo; le tipologie grafiche riconosciute sono 49. Vi figurano un buon numero di termini tradizionali, come ad esempio littera gothica textualis, lettre bourguignonne (la bastarda francese dei manuali italiani), littera humanistica cursiva. Ma colpiscono soprattutto le definizioni più lontane da quelle canoniche, dei veri e propri ossimori in sé, come littera gothica cursiva libraria o littera humanistica textualis (con la sua variante formata). Molto alto è il numero di hybridae, termine cui può aggiungersi la specificazione currens, che tuttavia non esauriscono le possibilità di grafie irriducibili, come avverte Gumbert, a ogni tipo di incasellamento in tipologie anche ampie: sono le scritture hors système o addirittura personnelles.

        Negli stessi anni del secolo scorso Viviana Jemolo lavorava al primo volume della prima serie dei datati italiani, dedicata alla Biblioteca Nazionale di Roma. L’esempio di Lieftinck le suscitava notevole diffidenza, ma non fino al punto da dissuaderla dalla definizione della scrittura. Preferì quindi «inserire ogni scrittura … in un filone grafico … dal quale lo scriba per influenze diverse o per oscillazioni personali si sia più o meno allontanato» [6], evitando inoltre di porre in vedetta i termini scelti. Le sue definizioni appaiono nella tabella che segue:

Antiqua

11

Antiqua del tipo della “littera S. Petri” della cancelleria pontificia

1

Antiqua del tipo fiorentino

1

Antiqua tonda

1

Antiqua tonda d’imitazione

1

Bastarda posata

1

Bastarda posata tedesca

1

Bastarda tedesca

5

Carolina

1

Corsiva

1

Corsiva con influenze dell’italica

1

Corsiva del tipo della minuscola cancelleresca

1

Corsiva del tipo della semigotica

1

Corsiva del tipo dell’italica

1

Corsiva del tipo dell’italica con elementi della semigotica

1

Corsiva di carattere personale del tipo dell’italica

1

Corsiva di tipo semigotico

2

Gotica

4

Gotica calligrafica

1

Gotica di tipo documentario

1

Gotica d’imitazione

1

Gotica incipiente italiana

1

Gotica italiana di ambiente universitario

2

Gotica italiana di tipo scolastico

1

Gotica non italiana

1

Gotica rotunda

5

Gotica rotunda d’imitazione

1

Italica

20

Italica corrente

2

Italica di tipo cancelleresco

6

Italica su base mercantesca

1

Littera de forma

2

Mercantesca

1

Mercantesca corrente

1

Mercantesca posata

1

Minuscola cancelleresca

3

Minuscola carolina

6

Minuscola di tipo farfense

2

Minuscola romana di tipo farfense

1

Minuscola romanesca di tipo farfense

1

Precarolina nonantolana

1

Scrittura corsiva di tipo semigotico

1

Scrittura del tipo della “semigotica delle carte”

9

Scrittura di tipo mercantesco

1

Scrittura di tipo semigotico

4

Scrittura di tipo semigotico ricca di elementi corsivi

1

Scrittura di tipo semigotico tendenzialmente corsiva

1

Scrittura di tipo umanistico con elementi corsivi e influenze delle scritture documentarie

1

Scrittura di tipo umanistico ricca di elementi corsivi

1

Scrittura d’imitazione di tipo gotico-umanistico

1

Scrittura personale di tipo mercantesco

1

Scrittura personale di tipo semigotico

1

Semigotica

14

Semigotica con elementi e a volte ductus corsivi

1

Semigotica con elementi umanistici

3

Semigotica con influenze ed elementi della bastarda

1

Semigotica corsiveggiante

1

Semigotica di base corsiva

1

Umanistica corsiveggiante

4

        Delle grafie di 127 manoscritti si danno 146 definizioni, raggruppabili in 59 tipologie, più di quelle di Lieftinck, che riguardano all’incirca lo stesso periodo storico, e meno di quelle delle ChLA, che si riferiscono a materiale datato nell’arco di un solo secolo. I termini risentono della formazione della redattrice, nella quale pesa chiaramente l’insegnamento di Giorgio Cencetti.

        Pochi anni dopo Francesca Di Cesare, nell’introduzione al catalogo dei datati della Biblioteca Angelica, dà conto dell’evoluzione del suo lavoro con parole che vale la pena di riportare per spiegare il dilemma davanti al quale si trova chi si prova a dar conto formalmente di un concreto esempio di grafia medievale: «In un primo momento … attraverso l’analisi paleografica si era ritenuto opportuno definire le diverse mani ed inserirle entro una rete di filoni grafici sottolineando magari le particolarità di ciascuna. … Successivamente, però, è sembrato preferibile rinunciare ad ogni tentativo di definizione e di sistematica correlazione fra le varie grafie, limitandosi a un generico accenno al tipo di scrittura seguito da un esame sistematico dei vari elementi, più o meno approfondito a seconda delle epoche» [7].

        La nuova serie dei Manoscritti datati d’Italia ha rinunciato esplicitamente a definire e descrivere le scritture. Con la consueta e franca chiarezza ne spiega le ragioni Stefano Zamponi nella premessa al primo volume, che recensisce i codici della provincia di Trento: «Solo nei Paesi Bassi, con la nomenclatura coniata da Lieftinck, e in Italia, con un’ampia analisi della scrittura, la scheda dei manoscritti datati si arricchisce di un giudizio paleografico. L’esclusione di una valutazione paleografica da tutti gli altri cataloghi, compreso questo, non deriva da un giudizio di valore ma da ragioni di opportunità: essa presenta una informazione del tutto non normalizzata, inutilizzabile a fini comparativi, che spesso è efficace soprattutto per illustrare le concezioni paleografiche di chi ha redatto la scheda. Peraltro anche importanti cataloghi analitici, a partire da quelli della Bibliothèque Nationale di Parigi e della Biblioteca Vaticana, omettono la definizione di scrittura» [8].

        La prassi tradizionale dell’analisi paleografica, riflessa nei cataloghi esaminati, prevede l’individuazione di una definizione che costituisce una vera e propria etichetta applicata alla scrittura. Le espressioni che abbiamo finora elencato si presentano nella loro individualità allo stesso livello, a prescindere dalla qualità, quantità e complessità dei termini usati; in altre parole, una definizione come «beneventana cancelleresca con retaggi di corsiva nuova» è formalmente messa alla stessa altezza di «corsiva nuova», allo stesso modo in cui la «semigotica con elementi umanistici» non costituisce un sottoinsieme della «semigotica», ma si colloca in apparenza in una posizione di pari dignità con quest’ultima.
        Questo modo di procedere comporta una grande proliferazione di termini e un assemblaggio pressoché illimitato di espressioni che si sforzano di fornire delle definizioni onnicomprensive, chiare di solito soprattutto a chi le formula e si è interrogato a lungo sull’aspetto di un particolare documento grafico. Chi legge queste definizioni può in sostanza adottarle acriticamente oppure coniarne delle altre in base alle sue conoscenze di storia della scrittura o al suo particolare modo di interpretare la paleografia. In questa situazione nascono i già citati bella palaeographica, dovuti a diverse maniere di guardare al segno scritto che nascondono a loro volta profonde differenze ideologiche su forma e funzione della scrittura.
        Non è questa la sede per proporre soluzioni a divergenze che, se spogliate dagli orpelli polemici, costituiscono il terreno normale per lo sviluppo di ogni disciplina. Come non notare tuttavia la scarsa attenzione metodologica a una questione di fondo, quella dell’essenza stessa di una tipologia grafica? Le definizioni che siamo abituati a dare da quando la paleografia esiste hanno una corrispondenza con la realtà delle diverse scritture? Esiste insomma un’ontologia dei tipi grafici? Oppure li definiamo così soltanto per capirci quando ne parliamo? E, in questo secondo caso, siamo sicuri di riferirci alla stessa tipologia?
        Proviamo ad applicare al nome di un qualsiasi tipo grafico un celebre passo di Agostino (Confessiones, XI, 14): «Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio», che Ludwig Wittgestein glossa così nelle sue Philosophische Untersuchungen: «Ciò che si sa quando nessuno ce lo chiede, ma non si sa più quando dobbiamo spiegarlo, è qualcosa che si deve richiamare alla mente. (E si tratta evidentemente di qualcosa che, per una ragione qualsiasi, è difficile richiamare alla mente)» [9]. Abbiamo una mente così sottile e articolata da saper distinguere, ad esempio, 63 diverse tipologie grafiche nelle ChLA? Possiamo trovarci d’accordo nel riconoscerle?
        A questa domanda retorica la risposta negativa è obbligata: le definizioni servono a chi le formula per chiarire a se stesso la natura dell’oggetto descritto, nel nostro caso un esempio di scrittura, prima ancora che per comunicarla agli altri, con i quali manca molto spesso una conoscenza e una terminologia condivise. Di qui la necessità di cesellare le espressioni, condendole di sfumature di difficile comunicazione: in realtà il paleografo si esercita in un ‘gioco linguistico’ (altra espressione di Wittgenstein), in cui il vero, unico giocatore è egli stesso.

        Aboliremo dunque le definizioni? Annegheremo le tipologie grafiche nel magma indistinto del tempo, che pure ne ha viste tante e molto diverse? Come spiegheremo a chi si avvicina a questi studi che la scrittura ha avuto una storia e numerose manifestazioni, parecchie delle quali altamente formalizzate e riconoscibili? Come al solito, almeno sul piano della comunicazione didattica, una via di mezzo potrebbe esistere, quella di utilizzare le definizioni più tradizionali per indicare le forme canonizzate delle diverse tipologie, rinunciando a etichettare l’infinito numero di grafie ibride o comunque non pienamente corrispondenti alle caratteristiche enunciate nei manuali, ma soprattutto insinuando costantemente nelle menti la precarietà dei nomi e ricordando il modo in cui questi stessi sono nati e si sono sviluppati prima e dopo che la paleografia vedesse la luce come disciplina autonoma. Nella comunicazione scientifica, e in particolare in una scheda di catalogo, se il caso e la natura del lavoro lo richiedono o ne presentano l’opportunità, in luogo della definizione, si potrebbe, oltre a fornire il maggior numero possibile di riproduzioni, descrivere liberamente la scrittura, utilizzando le competenze che la formazione del redattore e lo stato degli studi consentono.
        Certo la soluzione non entusiasma, ma infine riconosceremo, parafrasando il pallido principe di Danimarca, che «Vi sono più scritture in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua paleografia».

Note

* Sullo stesso tema, ma con particolare attenzione alle ricadute sul piano didattico, ho parlato al convegno Greci, Latini, Musulmani, Ebrei: la coesistenza culturale in Sicilia (Palermo, 16-18 novembre 2006). La relazione è in corso di pubblicazione sulla rivista online «Mediaeval Sophia».
[1] Manuscrits datés conservés dans les Pays-Bas, a cura di G. I. Lieftinck. I. Les manuscrits d’origine étrangère (816 – c. 1550), I (Texte) – II (Planches), Amsterdam, North-Holland Publishing Company, 1964, p. xiii.
[2]  Manuscrits datés conservés dans les Pays-Bas, a cura di J. P. Gumbert. II. Les manuscrits d’origine  néerlandaise (XIV-XVI siècles) et supplément au tome premier, I (Texte) – II (Planches), Leiden, Brill, 1988, pp. 24-25. 
[3] Manuscrits datés conservés dans les Pays-Bas, II, cit., pp. 27-28.
[4] Il programma è reperibile, sotto il titolo Chartae Latinae Antiquiores, all’indirizzo http://www.urs-graf-verlag.com/prospekte/prospekt_10.pdf.
[5] Fra i documenti conservati in Italia non sono stati considerate le copie e le carte non originali, anche se redatte nel corso del secolo IX. Sono stati utilizzati i seguenti volumi (Dietikon-Zürich, Urs Graf Verlag; seguono i nomi dei curatori e l’anno di pubblicazione): 50 (Cava dei Tirreni 1; M. Galante; 1997), 51 (Cava dei Tirreni 2; F. Magistrale; 1998), 52 (Cava dei Tirreni 3; M. Galante; 1998), 53 (Montecassino, Trani, Barletta, Benevento; F. Magistrale, P. Cordasco, C. Gattagrisi; 1999), 54 (Ravenna 1; G. Rabotti, F. Santoni; 2000), 55 (Ravenna 2, Roma, Città del Vaticano; R. Cosma; 1999), 56 (Asti; G. G. Fissore; 2000), 57 (Novara, Torino; G. G. Fissore, A. Olivieri; 2001), 58 (Pisa, Volterra; A. Mastruzzo; 2001), 59 (Verona 1; F. Santoni; 2001), 60 (Verona 2; F. Santoni; 2002), 61 (Siena 1; V. Matera; 2002), 62 (Siena 2; R. Cosma; 2003), 63 (Siena 3; A. Mastruzzo; 2004), 64 (Piacenza 1; C. Mantegna; 2003), 65 (Piacenza 2; C. Mantegna; 2004), 66 (Piacenza 3; C. Carbonetti Vendittelli; 2005), 67 (Piacenza 4; P. Radiciotti; 2005), 68 (Piacenza 5; P. Degni; 2006), 69 (Piacenza 6; F. De Rubeis; 2006), 70 (Piacenza 7; F. De Rubeis; 2007), 71 (Piacenza 8; C. Mantegna; 2007), 72 (Lucca 1; C. Gattagrisi; 2002), 73 (Lucca 2; F. Magistrale; 2003), 74 (Lucca 3; F. Magistrale, C. Gattagrisi, P. Fioretti; 2004), 75 (Lucca 4; F. Magistrale, P. Cordasco, C. Drago; 2005), 76 (Lucca 5; C. Gattagrisi, F. Magistrale; 2007), 77 (Lucca 6; F. Magistrale, C. Gattagrisi, P. Fioretti; 2008), 88 (Modena, Nonantola 1; G. Feo, M. Modesti, M. Al Kalak, M. Mezzetti), 100 (Sankt Gallen 1; P. Erhart; 2006), 101 (Sankt Gallen 2; P. Erhart, B. Zeller; K. Heidecker; 2008).
[6] Catalogo dei manoscritti in scrittura latina datati o databili per indicazione di anno, di luogo o di copista. I. Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, a cura di V. Jemolo, Torino, Bottega d’Erasmo, 1971, p. 26.
[7] Catalogo dei manoscritti in scrittura latina datati per indicazione di anno, di luogo o di copista. II. Biblioteca Angelica di Roma, a cura di F. Di Cesare, Torino, Bottega d’Erasmo, 1982, pp. 10-11.
[8] S. Zamponi, Presentazione, in I manoscritti datati della provincia di Trento, a cura di M. A. Casagrande Mazzoli, L. Dal Poz, D. Frioli, S. Groff, M. Hausbergher, M. Palma, C. Scalon, S. Zamponi, Firenze, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, 1996 (Manoscritti datati d’Italia, 1), p. xii n. 28.
[9] La citazione è dall’edizione italiana delle Ricerche filosofiche, a cura di M. Trinchero, Torino, Einaudi, 1999 (Biblioteca Einaudi, 55), p. 60.

 

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