Antonio Cartelli - Marco Palma

Marco Palma

Manoscritti e nuove tecnologie
Appunti per un seminario 

(Padova, 26 maggio 2004; Roma Tor Vergata, 16 dicembre 2004;
Siracusa, 14 gennaio 2005; Cremona, 27 ottobre 2005)

    

       Il titolo di questo seminario può sembrare molto di moda: l’espressione "nuove tecnologie" possiede una valenza amplissima, che copre sia gli apparati tecnici sia la filosofia che li fa funzionare. Non è questa la sede per discorsi di tipo epistemologico sul valore della tecnologia per l’approfondimento e la diffusione delle conoscenze, anche perché mi sembra più utile illustrare preventivamente quello che si può fare attualmente grazie alla tecnologia nel nostro settore e poi trarne le eventuali conclusioni sul piano del metodo.
      Il punto di partenza è un assioma elementare: la ricerca non può vivere e crescere senza che i suoi risultati vengano diffusi nel modo più ampio e rapido. Chi studia per aprire dei nuovi percorsi alla conoscenza ha sempre sentito la necessità di confrontarsi con chi si dedica alla stessa attività, se non altro per verificare i frutti del proprio lavoro con quanti possiedono gli stessi interessi e competenze. Certo, arrivare primi piace a tutti, ma gareggiare da soli non dà particolare soddisfazione. Di qui la necessità di far sapere ciò che si è trovato, da parte dello scopritore, e il riconoscimento o la critica, da parte di chi apprende e utilizza la novità.
      Prima di Gutenberg la diffusione delle conoscenze avveniva attraverso la produzione di manoscritti nei quali si copiavano testi vecchi di secoli oppure appena concepiti. I tempi di circolazione variavano ovviamente secondo momenti e luoghi durante il medioevo, ma erano certo assai più lunghi di quelli consentiti dalla stampa. Non sembra comunque che esistesse la regolare preoccupazione di accertare, preventivamente alla fruizione, la genuinità dei testi che si leggevano. Un manoscritto medievale è sempre concepito come un contenitore aperto, nel quale il proprietario, o chi ne ha la possibilità, si ritiene in diritto di aggiungere, togliere, commentare, modificare. Si pensi alle glosse che costellano i margini o le interlinee, giungendo a codificarsi nel basso medioevo in apparati complessi che circondano in forme visivamente strutturate il testo base: anche in questo caso il lettore poteva intervenire riportando variae lectiones o introducendo brani di commento provenienti da altre fonti o prodotti in proprio.
      A questa libertà la stampa ha posto da oltre 550 anni un limite feroce. Il testo è quello impresso, al quale si può ovviamente aggiungere o togliere ciò che più aggrada, ma mediante interventi chiaramente visibili e gerarchicamente subordinati. Un libro stampato può essere corretto o commentato, ma l’intervento risulta comunque secondario rispetto al testo ‘ufficiale’, quello che l’autore o l’editore hanno riconosciuto come esatto e autorizzato. La glossa moderna, quella che si trova ad esempio nei libri appartenuti a personaggi famosi, come Manzoni o Croce, si presenta come altro dal testo, tanto che può essere oggetto di interesse e anche di pubblicazione a parte, per l’autorità del commentatore più che per l’opera commentata. Quest’ultima circola in ogni caso in un numero potenzialmente illimitato di copie tutte uguali e quindi di per sé individualmente indifferenti. Si tratta di una garanzia indispensabile per il lettore, che può agevolmente prescindere dall’esemplare che ha tra le mani: proviamo a pensare quali problemi potrebbe creare una legge stampata ‘a testo variabile’ sulla Gazzetta Ufficiale o a un articolo di codice che potesse leggersi diversamente a seconda dell’edizione che abbiamo tra le mani. Qualche difficoltà può sorgere anche in campi meno importanti: ricordo di aver letto diversi anni fa di una sanzione comminata da un’autorità di controllo etico sulla stampa britannica a un quotidiano che nella cronaca di una partita di calcio fra una squadra londinese e una del nord dell’Inghilterra aveva espresso, a proposito di un episodio contestato, due opinioni diverse, una nell’edizione destinata a Londra e un’altra in quella che circolava nel resto del paese.
      Il prezzo della diffusione, infinitamente più ampia, consentita dalla stampa è consistito insomma nella cristallizzazione del testo, che siamo ormai da secoli abituati a considerare uno e invariabile, come l’autore ce lo ha consegnato. Eppure non è stato sempre così, come dimostra con una serie di illustri esempi, riguardanti testi originariamente concepiti per la stampa, il lavoro, apparso nell'aprile 2005, di Roger Chartier, Inscrire et effacer. Culture écrite et littérature (XIe-XVIIIe siècle), Paris, Gallimard-Seuil. Certo, esistono le edizioni critiche, anche di opere recenti, ma il fine appare in ogni caso lo stesso: fornire un testo ne varietur, quello che l’editore scientifico ritiene che l’autore abbia veramente scritto o comunque riconosciuto come proprio dopo modifiche e ripensamenti. La filologia ci ha abituati a considerare un’opera come ‘chiusa’ anche quando i suoi progressi impongono un cambiamento nel testo: quello che varia è infatti il dettaglio e la sua interpretazione, non la necessità di disporre di una lezione approvata, anche se nuova.
      La nascita dell’informatica e soprattutto la diffusione della rete hanno cambiato nettamente la situazione. I testi che ora si producono e circolano assomigliano di nuovo a quelli dell’epoca pre-Gutenberg: si possono modificare a piacimento in ogni loro parte, li si può corredare di qualsiasi forma di paratesto (si pensi alle immagini e ai suoni raggiungibili attraverso un link), li si può semplicemente sopprimere. Un solo clic riesce a ottenere un risultato più duraturo di un rogo di libri. Di nulla vi è più sicurezza, nemmeno di quella che sembrava fino a poco fa la certezza assoluta, almeno per gli storici contemporanei, ovvero la fotografia. L’immagine digitale si modifica a piacimento, come dimostrano le foto che circolano sugli organi di stampa, in televisione o in rete, ma anche, per rimanere nell’ambito della produzione manoscritta medievale, i procedimenti adottati nell’ambito del progetto europeo Rinascimento virtuale per lo studio dei palinsesti greci.
      Nel caso della rete il prezzo di una diffusione infinitamente veloce e ampia è stato opposto a quello pagato con l’invenzione della stampa: invece di cristallizzarsi, il testo si è come liquefatto, è divenuto malleabile e variabile secondo la volontà dell’utilizzatore. Non a caso la difesa del diritto d’autore è divenuto un tema tanto caldo negli ultimi anni, data la crescente difficoltà di proteggere commercialmente i cosiddetti frutti dell’ingegno. Sta infatti di nuovo emergendo un’attitudine libertaria rispetto ai testi in circolazione, che ricorda l’atteggiamento del lettore medievale di fronte al manoscritto, o meglio al testo in esso contenuto: ciò che si legge è il punto di partenza potenziale per ogni genere di trattamento, dopo il quale il prodotto modificato può liberamente circolare. E testo non significa solo una sequenza di parole, ma anche, come abbiamo visto, tutto il corredo che l’accompagna. Per noi, abituati da oltre mezzo millennio alla fissità inalterabile del libro a stampa, questa rivoluzione risulta talmente profonda e perturbante che stentiamo a rendercene conto anche quando la viviamo in prima persona.
      Un fatto soprattutto ci sembra istintivamente inaccettabile, l’impossibilità di ‘fermare’ in qualche modo questa immagine in perenne movimento. Se usciamo per un istante dall’eterno presente in cui siamo immersi, ci rendiamo conto che di tutto quello che leggiamo e scriviamo rischia di non rimanere traccia, perlomeno nella forma che abbiamo conosciuto e apprezzato. Un testo che può cambiare attimo per attimo, anche se è nostro come creatori o utilizzatori, non sarà più reperibile come ce lo ricordiamo, a meno di non fermarlo in qualche modo, in una sorta di istantanea. Ma di istantanee ce ne vorrebbero tante quante modifiche apportiamo, un po’ come quelle identificabili dalla cosiddetta ‘filologia degli scartafacci’, che consente di riconoscere i cambiamenti apportati a mano, o magari sulle bozze di stampa, da un autore moderno fino a qualche anno fa.
      Un libro recentissimo di Stefano Vitali, Passato digitale (Bruno Mondadori, Milano 2004) si conclude con un capitolo pieno di dubbi e interrogativi sul salvataggio a futura memoria dei materiali disponibili in rete. La pur meritoria iniziativa americana dell’Internet Archive, che conserva tutto ciò che trova nei siti di tutto il mondo, visitati a cadenza regolare (a distanza comunque di parecchi mesi), ci rende disponibile in realtà solo delle fotografie periodiche della situazione, assolutamente insufficienti a documentarne i costanti cambiamenti. Ed anche sul modo di mantenere in vita i materiali digitali le opinioni sono contrastanti, suddivise fra chi vorrebbe far funzionare all’infinito software obsoleti e chi propone di far migrare in ambienti sempre nuovi i contenuti di siti, CD ROM e file, accettando quindi di distruggerne l’aspetto originale. In realtà, allo stato attuale, il metodo più sicuro di tramandare dei testi, intesi nel senso più stretto del termine, è ancora quello di stamparli: anche in questo caso c’è un prezzo da pagare nella perpetua oscillazione fra conservazione e diffusione, e il pendolo oscilla verso il primo corno del dilemma.
      I progetti che sto per illustrare attraverso la concreta realizzazione visibile in rete rispondono quindi primariamente alla necessità di diffondere le conoscenze, ma pongono altresì una serie di serissimi problemi, generali e specifici a ciascuno, che sono ben lontani dall’essere risolti. Questa occasione consente di fare il punto sulla situazione e cercare di immaginare le soluzioni più opportune.

      Il progetto più ampio appare senz’altro quello del Catalogo aperto dei manoscritti Malatestiani (http://www.malatestiana.it/manoscritti), in linea dal febbraio 2003 con il fondamentale apporto, scientifico e organizzativo, della storica Biblioteca cesenate. Ricordo i nomi delle persone impegnate fin dall’inizio nell’impresa (che nel frattempo ha acquisito numerose altre collaborazioni): il collega di Cassino Antonio Cartelli (al quale si deve la concezione di questo, come degli altri progetti che illustrerò), la direttrice e la conservatrice dei manoscritti della Malatestiana, Daniela Savoia e Paola Errani, i creatori della base dati e del sito, Andrea Daltri e Paolo Zanfini. L’idea di fondo del catalogo aperto risponde alla constatazione che, se c’è un settore in cui il libro a stampa non riesce a soddisfare l’esigenza di un continuo aggiornamento, questo è quello della catalogazione scientifica del patrimonio manoscritto antico. Alcuni decenni fa lo aveva affermato con decisione Gilbert Ouy, proponendo una sorta di catalogo mobile, in cui alcune sezioni (in particolare descrizione interna e bibliografia) erano programmaticamente votate alla provvisorietà. La tecnologia di allora consentiva dei dossier cartacei, con schede regolarmente sostituite per registrare ogni novità della ricerca. Ora è stato possibile realizzare uno strumento assai duttile, che combina testi e immagini per fornire la più ampia informazione all’utilizzatore del catalogo, il quale a sua volta, conscio di non potervi trovare tutto quello che cerca, è invitato a contribuire personalmente all’impresa di cui sta utilizzando i risultati.
      Il catalogo Malatestiano si compone sostanzialmente di tre sezioni. La prima, riservata ai testi che illustrano la Biblioteca e le sue raccolte, si propone di fornire l’informazione di base a quanti si avvicinano per la prima volta alla collezione manoscritta cesenate. Nella seconda, che costituisce il nucleo fondamentale del catalogo, i 429 codici Malatestiani sono presentati con un corredo di bibliografia, descrizioni e immagini che ne danno un’idea assai concreta a chi voglia studiarli a distanza, possibilmente prima di consultarli direttamente. La terza, la più innovativa, è un forum aperto a tutti quanti vogliano chiedere, fornire, scambiarsi informazioni sui manoscritti ed è disponibile alla pubblicazione di contributi scientifici ancora inediti a stampa. Uno spazio particolare è dedicato a due ‘cantieri aperti’, uno sul Malatestiano più antico, l’Isidoro S. XXI . 5 (unanimemente datato al nono secolo), e l'altro sull'evangeliario Piana 3.210 (datato 15 agosto 1104), sui quali sono in corso studi complessivi cui ci si augura che vogliano dare il loro apporto i ricercatori interessati. Per partecipare al forum occorre registrarsi, con tutte le garanzie per la privacy e il diritto a ricevere una periodica newsletter di aggiornamento.
      La Biblioteca, oltre a impegnare il proprio personale, ha affidato a un certo numero di studiosi esterni la redazione di nuove descrizioni e la raccolta della bibliografia, provvedendo inoltre alla riproduzione digitale di nuovi esemplari con cadenza approssimativamente mensile. La risposta del pubblico è stata piuttosto incoraggiante: il 18 ottobre 2005 gli iscritti al forum erano 167 (fra i quali numerosi studiosi stranieri), mentre le visite del settembre precedente superavano la media quotidiana di 74 unità. Gli iscritti sono stati inoltre invitati a prendere parte a un esperimento di 'bibliografia partecipata', dando notizia in forma strutturata delle nuove citazioni di codici Malatestiani di cui vengano a conoscenza. E' stato infine lanciato un sondaggio fra i visitatori del sito per conoscerne critiche e desiderata, orientando di conseguenza la strategia del catalogo aperto.

      Donne e cultura scritta nel medioevo (http://edu.let.unicas.it/womediev) è impresa programmaticamente diversa. Risponde all’esigenza di documentare l’attività femminile nella scrittura di libri fino a tutto il quindicesimo secolo, mediante il censimento, la descrizione e la riproduzione parziale dei codici. Nasce dalla pionieristica dedizione di Luisa Miglio, da sempre interessata a questo tipo di ricerche, e si avvale della collaborazione di Paola Busonero, Elisabetta Caldelli e Belinda Della Valle. Nella base dati, interrogabile per nome di copista e segnatura di manoscritto e costituita in seguito allo spoglio di cataloghi e letteratura specialistica, sono finora registrati 219 codici, dall’ottavo secolo al basso medioevo (con ovvia, schiacciante prevalenza degli ultimi secoli), e 203 copiste (quelle cioè di cui è documentato il nome negli esemplari trascritti, con esclusione delle semplici attribuzioni su base grafica). Questi numeri sono ovviamente destinati ad aumentare col progredire degli spogli bibliografici, così come le riproduzioni delle mani e le descrizioni risultanti dall’esame diretto dei manoscritti, ora pari a circa un quinto delle segnature censite. È il caso di notare che i dati sono inseribili e modificabili da parte delle persone autorizzate da qualunque sede sia possibile l’accesso alla rete. Ciò significa in concreto che i testi delle descrizioni e la bibliografia, così come nomi e segnature, possono essere resi immediatamente pubblici dalle sedi stesse in cui vengono acquisiti, biblioteche o centri di ricerca. Il lavoro, dovuto alla collaborazione fra il Dipartimento di Filologia e Storia dell’Università di Cassino e la Scuola speciale per archivisti e bibliotecari della Sapienza romana, durerà prevedibilmente ancora a lungo. Quando la ricerca avrà prodotto una documentazione completa (se è possibile usare questo aggettivo) degli esemplari reperiti e verosimilmente reperibili, si porrà il problema di cosa fare dei risultati: un sito non aggiornato è una contraddizione in termini, né sembra pensabile tenerlo in piedi per aggiungervi solo nuova bibliografia.

      La Bibliografia dei manoscritti in scrittura beneventana (http://edu.let.unicas.it/bmb) è il progetto più antico, nato nel 1992, quindi prima della diffusione della rete, ma già in epoca informatica, tanto che il programma che ne ha consentito il funzionamento fino all’anno scorso (una variante di BIBMAN dell’ICCU) era stato concepito in DOS. Si tratta della raccolta di tutte le citazioni dei codici interamente o parzialmente scritti nella grafia nazionale dell’Italia meridionale contenuti in pubblicazioni apparse dal 1990 in poi. Vi hanno contribuito alcune decine di giovani studiosi, anche stranieri, prevalentemente allievi o ex-allievi della Scuola di specializzazione per conservatori di beni archivistici e librari della civiltà medievale dell’Università di Cassino. La redazione centrale è attualmente assicurata da Lidia Buono ed Eugenia Russo. Con cadenza annuale, dal 1993 al 2005 sono stati pubblicati in 13 volumi a stampa i dati raccolti nell’anno precedente, i quali costituiscono attualmente, almeno finché non sarà stata portata a termine la verifica dei dati riversati nel nuovo archivio, l’unica fonte consultabile da parte del pubblico interessato. Il caso offre un ottimo esempio della difficoltà di passare dalla vecchia a una nuova tecnologia digitale: si è preferito adeguarsi agli standard e alle possibilità, incomparabilmente superiori, offerte dalla rete, rinunciando in un primo momento a travasare nel nuovo contenitore i dati raccolti in precedenza. A tutt'oggi sono quindi consultabili i risultati degli spogli effettuati, dal luglio 2003, su monografie, periodici, CD ROM e, per la prima volta, anche siti specializzati. Come per l’archivio femminile, l’aggiornamento è effettuabile direttamente dai redattori da qualunque accesso alla rete. La bibliografia è consultabile per nome di autore o segnatura di manoscritto, ma anche per nome di redattore. Un elenco dei codici beneventani, costantemente aggiornato in seguito alla scoperta di nuovi esemplari in stato perlopiù frammentario, consente di conoscere e localizzare la produzione libraria in questa tipologia grafica. L’offerta informativa è completata da una rubrica di novità, nella quale vengono documentati con descrizioni e immagini i frammenti recentemente individuati, anche qui nella speranza che gli studiosi interessati vogliano portare il proprio contributo, ovviamente riconosciuto, all’ampliamento delle conoscenze. Una serie di link permette infine di collegarsi a importanti centri di ricerca e alle principali biblioteche in cui si conservano esemplari beneventani. Sembra superfluo ricordare che è prevista la continuazione della pubblicazione annuale della versione a stampa di BMB.

      Più modesti sono gli obiettivi dei Materiali didattici per la paleografia latina (http://www.let.unicas.it/links/didattica/palma/paldimat.html), un grande contenitore di tavole e testi concepito per agevolare il lavoro degli studenti della disciplina. Le tavole (184 fino al 18 ottobre 2005), offrono, suddivise per tipologia grafica (attualmente beneventana, cancelleresca, carolina, mercantesca, textualis e umanistica), delle immagini di esempi di scrittura corredati da datazione, localizzazione, bibliografia essenziale e trascrizione effettuata per l’occasione. I testi, anch’essi raggruppati per sezione (tipi grafici e temi, come ad esempio catalogazione, cultura scritta, storia della paleografia), presentano un’antologia minima della letteratura paleografica, scaturita dalla necessità didattica di fornire strumenti imprescindibili per l’apprendimento, ma anche inediti recenti. Tutti i materiali sono in italiano: per quelli originariamente in lingua straniera (a titolo puramente indicativo: la legge di Gregory, le norme di Meyer, le nuove direttive tedesche per la catalogazione dei manoscritti) si è provveduto alla traduzione. Inutile dire che l’incremento di tavole e testi è costante. Da poco è stata aggiunta una sezione Lavori in corso, che contiene attualmente le notizie essenziali sugli esemplari datati per anno descritti nei primi dodici volumi della serie dei Manoscritti datati d'Italia. La finalità principale di questo elenco è quella di stimolare la discussione intorno alle definizioni delle tipologie grafiche bassomedievali, ma se ne possono immaginare molte altre possibilità di utilizzazione. Questi brevi cenni fanno comprendere come i Materiali didattici siano legati all’esistenza della disciplina e a un certo modo di insegnarla presso la sede di Cassino, anche se possono essere ovviamente utilizzati da chiunque. La sede istituzionale, per concludere, non assicura la loro sopravvivenza oltre le attuali necessità didattiche: è il prezzo, pagabile tutto sommato volentieri, della libertà di insegnamento.

      I quattro progetti illustrati rispondono tutti alle esigenza sopra esposte di rapidità e fluidità nella produzione e diffusione dell’informazione. Si pensi, per fare un esempio al tempo che avrebbe richiesto la realizzazione di un catalogo a stampa dei manoscritti Malatestiani o di un repertorio, corredato da descrizioni e immagini, dei codici vergati da mani femminili nel corso del medioevo: un numero di anni imprecisabile dal momento della concezione alla produzione di un volume che avrebbe poi lentamente circolato fra gli addetti ai lavori, magari dopo l’apparizione di un certo numero di recensioni. Dati come descrizioni o bibliografie, ma anche testi di contributi originali (questo anche per BMB e i Materiali didattici) sono apparsi ormai da tempo e continuano ad apparire in rete, a disposizione di tutti, e, perfettamente utilizzabili e citabili, possono esercitare la loro funzione primaria di stimolo a nuove ricerche. Il corredo illustrativo inoltre non teme confronti: quale catalogo di fondo manoscritto può contenere più di qualche immagine (nel migliore dei casi una per esemplare), pena l’impennarsi dei costi, e quindi dei prezzi, a livelli insostenibili? La rete mette in condizione di sfogliare interi codici in riproduzioni a colori di livello dal buono all’eccezionale, comunque nettamente superiori per qualità e quantità a qualunque prodotto stampato.
      Alla contropartita si è accennato più volte: quali sono le garanzie di sopravvivenza di questi progetti? Cosa resterà di loro se verranno meno le condizioni che ne hanno consentito la nascita e, finora, il costante accrescimento? Prima di tentare una risposta a queste domande è opportuno chiedersi se esse si possano formulare soltanto riguardo alle imprese telematiche. Nascono e muoiono riviste e collane, in conseguenza delle normali vicende biografiche dei personaggi che le hanno ideate o ne hanno permesso lo sviluppo. Da questo punto di vista non mi sembra esistere alcuna differenza legata al mezzo con cui circolano i prodotti dell’ingegno umano. Il discrimine legato al supporto è invece decisivo quando si tratta di perpetuare il risultato delle ricerche: un’annata di periodico estinto o una monografia apparsa nell’ambito di una serie interrotta continuano a esistere in almeno centinaia di esemplari che giaceranno nelle biblioteche pubbliche e private finché la carta e la cura degli uomini ne consentiranno la sopravvivenza: basti pensare al grandissimo numero di incunaboli arrivato fino a noi. Altrettanto non si può dire per progetti naturalmente provvisori come quelli che circolano in rete: per questi la volontà degli uomini, e delle istituzioni di cui fanno parte, gioca un ruolo decisivo. Ci si può augurare che una prestigiosa biblioteca come la Malatestiana abbia interesse a proseguire senza limiti di tempo il catalogo aperto dei propri manoscritti, adeguandolo progressivamente, attraverso il lavoro del personale che man mano si succederà, ai cambiamenti imposti dalla tecnologia. Si può sperare che l’Università di Cassino consideri BMB, che compare in rete e a stampa sotto la sua egida, un prodotto degno di continuare a esistere, garantendo le energie umane e finanziarie necessarie alla sua sopravvivenza. Ma per progetti legati a ricerche specifiche, come il sito femminile, o addirittura a necessità didattiche contingenti, come i Materiali, quale può essere il futuro prevedibile, una volta che vengano meno i fattori che ne hanno determinato la nascita? Allo stato attuale non sembra possibile pensare ad altro che non sia una versione a stampa della parte più facilmente riducibile al formato tipografico di quanto adesso si trova in rete.
      Come si vede, la dialettica stampa/rete finisce per ricomporsi, almeno in gran parte dei casi, in una sintesi dei supporti, che ne renda possibile l’utilizzazione secondo le migliori caratteristiche di ciascuno. La pubblicazione, nel senso primordiale del termine (vale a dire il rendere accessibile un determinato prodotto a tutti gli interessati), trova la sua sede privilegiata nella rete, che è in grado di diffondere l’informazione in tempo reale e senza limiti di spazio; la conservazione della novità, ossimoro particolarmente gradito a chi esercita la sua attività in campo storico, viene garantita dalla stampa. Tutto sommato, per concludere tornando al titolo di questo incontro, le nuove tecnologie non hanno mai eliminato, ma si sono aggiunte o sovrapposte alle vecchie, quando queste ultime dimostravano di mantenere una loro utilità: il libro a stampa non ha fatto scomparire il manoscritto, la televisione non ha determinato la scomparsa della radio, la posta elettronica non ci ha fatto rinunciare alla lettera cartacea. Per chi si interessa di libri antichi mi sembra una constatazione promettente.

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