Antonio Cartelli - Marco Palma

Luisa Miglio

L’altra metà della scrittura: scrivere il volgare
(all’origine delle corsive mercantili)
["Scrittura e civiltà", 10 (1986), pp. 83-114; riproduzione parziale delle pp. 83-86, 110-114]

      Nel 1983 Roberto Antonelli chiudeva la sua scheda di recensione ai volumi di Arrigo Castellani, La prosa italiana delle origini. I. Testi toscani di carattere pratico. 1. Trascrizioni. 2. Facsimili, Bologna 1982, con l’invito a salutare nell’opera "un evento importante anche al di là della filologia romanza e italiana".
      Sono passati ormai più di venti anni da quando Gianfranco Orlandelli [Osservazioni sulla scrittura mercantesca nei secoli XIV e XV, in Studi in onore di Riccardo Filangieri, I, Napoli 1959, pp. 445-460] nell’affrontare lo studio delle varie fasi della scrittura mercantesca poteva avvalersi solo di poche tavole edite "in fotografia od in facsimile in opere di carattere non strettamente paleografico", circostanza che rendeva ancora più arduo un compito già non facile perché, come lo stesso Orlandelli sottolineava, "il panorama delle scritture, in questo periodo di tempo praticamente quasi inesplorato dal punto di vista paleografico, è quanto mai vario". E quasi inesplorato continua ad essere se, come recentemente ricordava Alessandro Pratesi richiamando le tematiche trattate dagli studi di paleografia latina negli ultimi dieci anni, "soltanto la scrittura tardo-romana … e la beneventana … continuano a tenere banco".
      Ma oggi un validissimo aiuto a rischiarare il "gran cerchio d’ombra" che grava sulla scrittura usuale in Italia tra XII e XIII secolo viene appunto dalla fatica del Castellani che accompagna le solite magistrali edizioni con un altrettanto splendido e utilissimo volume di facsimili in cui sono raccolte e integralmente riprodotte testimonianze grafiche che vanno dal Conto navale pisano (sec. XII in.) fino all’ultimo quarto del secolo XIII.
      Per lo storico della scrittura utilizzarlo significa raccogliere, nei modi che gli sono propri, l’invito di Roberto Antonelli, e significa anche riprendere il discorso dell’Orlandelli nel tentativo, almeno, di delineare i vari piani del paesaggio che scaturiscono da una documentazione specifica, ma altamente significativa e finalmente accessibile con piena comodità anche se, naturalmente, per chi voglia servirsene come campione grafico, non priva, accanto ai vantaggi, di evidenti limitazioni. È chiaro infatti che un campione assoluto come quello preso in esame, costituito da tutta la documentazione di origine toscana fino al 1275 limitatamente però ai testi volgari in prosa e non letterari è anche un campione artificiale determinatosi non per naturale stratificazione, bensì per vicende storiche casuali ed esterne.
      La realtà grafica che esso riflette non sarà quindi una realtà globale, ma, sia per effetto della natura e tipicità del materiale che per i modi dell’accumulo, parziale e specifica. Non per questo, però, meno attraente, anzi gonfia di molteplici implicazioni e prospettive: i testi non letterari non sono infatti solo i documenti più fedeli dell’autentico, antico stato della lingua, sono anche, spesso, i testimoni di un uso non istituzionale della scrittura, di una sua circolazione in ambienti nuovi e diversi rispetto al passato, di una sua funzionalizzazione alle esigenze della vita quotidiana. Dunque, in massima parte, scritture di carattere familiare e mercantile – ma vale la pena di ricordare col Castellani che "nei secoli XII e XIII le organizzazioni affaristiche non sono che estensioni e perfezionamenti dell’organizzazione familiare" – vergate in piena libertà, con poche preoccupazioni formali da chi si poneva dinanzi al foglio bianco per trasmettergli, spesso con fatica, sentimenti, conti, prestiti, memorie, debiti, da chi insomma vedeva nella scrittura soprattutto e semplicemente un mezzo per comunicare – a se stesso più che agli altri – e per memorizzare.
      E vergate, quasi sempre, da uomini illetterati, ignari del latino, anzi spesso diffidenti verso chi conosceva la grammatica, ma anche consapevoli del potere della scrittura e desiderosi di utilizzare quel mezzo senza mediazioni per comunicare ai posteri le proprie volontà o registrare operazioni d’affari senza che queste uscissero dal chiuso della bottega o della famiglia. Uomini per cui il volgare, la "laica lingua" come la definisce un grammatico della fine del sec. XII, costituiva uno strumento disibinitorio nei confronti dello scrivere e che spesso, e precocemente, si mostrano in possesso di quelle conoscenze tecniche, di calcolo, di ragioneria, di merceologia che nella Firenze altamente alfabetizzata di Giovanni Villani saranno impartite ai fanciulli in sei scuole "d’abbaco" e "algorismo". Quelle stesse scuole in cui agli scolari veniva insegnata una scrittura particolare e ‘separata’, la mercantesca appunto, che resisterà fino a ben dentro il XVI secolo riuscendo, a volte, anche a rompere la barriera della separatezza.
      Ma nella Toscana duecentesca riflessa dalle carte del Castellani esisteva già il nesso mercante / scrittura mercantesca / lingua volgare? O, più largamente, è verificabile un legame tra individui dediti a particolari attività e/o appartenenti a determinati strati sociali e la scrittura utilizzata? E quali e a che livello di esecuzione sono i tipi grafici in uso? Gli stessi tradizionalmente riservati alla documentazione latina? Furono necessari adattamenti e modifiche per adeguare un sistema di segni fonologicamente funzionale al latino, alla nuova lingua scritta? E come ci si regolò con le abbreviazioni?
      Altri e altrettanto numerosi potrebbero essere gli interrogativi, ma è bene arginarne l’incalzare e addentrarci nell’analisi delle testimonianze da cui essi sono scaturiti. Molteplici le ragioni che rendono non facile simile operazione: la non professionalità degli scriventi, l’adozione di una lingua ‘nuova’, se non nell’uso almeno nella pratica scrittoria, la mancanza di qualsiasi disciplina formale imposta da tradizioni consolidate, sono tutti elementi che complicano – e arricchiscono – il quadro grafico.
      Di fronte a scritture come queste, per lo più in formazione e generate da esigenze pratiche e ‘sentimentali’ che le aprono alle tendenze e alle capacità individuali, non sempre gli strumenti più abituali e tradizionali dell’analisi grafica, come il confronto formale, si mostrano sufficientemente confortanti, mentre, di contro, cresce il bisogno di un’attenzione tutta particolare alla personalità socio-culturale degli scriventi ed al loro rapporto con il mezzo grafico.
Operazione non semplice, si diceva, ma anche troppo affascinante per non tentarla; proviamoci dunque ripercorrendo sparsamente la documentazione messa insieme dal Castellani.

* * *

       Il mio lungo vagabondaggio tra i primi testi italiani non letterari termina qui. Non si è trattato certo di una ricognizione sistematica che abbia puntualmente rispettato le tappe dell’itinerario proposto dal Castellani; alcune testimonianze sono state visitate solo superficialmente, altre, che pure per questo o quel motivo meritavano qualche sosta, del tutto tralasciate. Ma fermarsi davanti ad ogni pezzo, come pure sarebbe stato possibile trattandosi di materiale espressivo oltre che nel suo insieme nelle singole individualità, avrebbe significato allungare troppo il viaggio. Si è preferito allora scegliere qua e là un po’ disordinatamente testimonianze che sono sembrate le più adeguate a rispondere alle domande iniziali e, insieme, a descrivere un paesaggio grafico articolato e complesso, che credo forzato e semplificante costringere entro parametri troppo rigidi e schematici.
      Applicare alle espressioni grafiche di questi primi scriventi in volgare le terminologie che siamo abituati ad usare per il contemporaneo universo scrittorio latino è operazione che riesce solo in parte. Certo il sistema grafico in cui essi si inseriscono è lo stesso – e non potrebbe essere altrimenti – in cui operano gli scriventi in lingua latina; è il sistema grafico dell’età gotica che impera, ma i tipi all’interno di esso vengono interpretati da questi nuovi utenti con tale libertà, in modi così personali e ‘privati’ da ridurre spesso le nomenclature a puri fatti di comodo. Che poi tale libertà dipenda da imperizia, scarsa confidenza con il modello normale, mancanza di educazione scolastica, come in molte delle testimonianze esaminate, oppure, ed è il caso delle scritture mercantili, da una precisa volontà distintiva non disgiunta da una consapevole ricerca formale e senso di stile, complica ulteriormente il compito di chi, attraverso un delicato lavoro di analisi e confronto, cerchi riferimenti noti e rassicuranti.
      Se infatti per molte delle scritture esaminate ci si può, almeno, riferire al polo d’attrazione che con maggiore o minore aderenza richiamano, mi chiedo quanto sia storicamente legittimo un simile procedimento per scritture – come quelle che abbiamo visto più cariche di annunci mercanteschi – che rappresentano solo lo stadio iniziale di una futura tipizzazione.
      Definire tout court mercantesche queste scritture mi sembra eccessivamente anticipatorio e improprio così come sarebbe improprio chiamare notarili o cancelleresche o testuali scritture, per lo più di semialfabeti, che sono solamente atteggiate in modi notarili, colorite di librario o arricchite di elementi cancellereschi. Meglio allora rimanere genericamente nella tranquillizzante definizione di ‘scrittura usuale’, categoria ampia, ricca, vitale, l’unica capace di esprimere con chiarezza la vivacità e l’informalità della scena grafica volgare. È chiaro poi che all’interno di essa sarà facile riconoscere in una mano l’attrazione verso un modello posato o in un’altra verso uno corsivo, distinguervi livelli di capacità grafica, o scorgervi invitanti annunci di forme che verranno.
      Già più difficile definire quanto certi atteggiamenti posati – e non penso certo alle poche gotiche testuali, quasi un corpo estraneo al panorama grafico delineatosi – siano dipesi dalla faticosità della scrittura piuttosto che da una reale educazione grafica in scrittura libraria.
      Quello che sappiamo sui processi di apprendimento grafico del volgare è troppo poco per trinciare giudizi, ma l’impressione che si ricava a sfogliare le carte del Castellani è che per lungo tempo scrivere il volgare fu un’avventura personale e privata. Naturalmente perché la volontà di scrivere si tramutasse in capacità di scrivere c’era bisogno di una mediazione, ma, almeno all’inizio, dovette trattarsi di una mediazione non organizzata e istituzionalizzata bensì occasionale e precaria: un chierico disponibile e magnanimo, un notaio in cerca di rimpinguare i propri guadagni, se non addirittura il documento gelosamente conservato tra le carte di famiglia e trasformato, per necessità, in modello di scrittura. Se l’ipotesi è giusta vi troveranno semplice spiegazione certi reticolati notarili che abbiamo visto sottesi a tante delle realizzazioni grafiche analizzate ed anche certi ricalchi della produzione documentaria, quasi un motivo ispiratore per la maggior parte delle testimonianze prodotte. A sostegno si potrebbe aggiungere che i nuovi bisogni di scrittura sia che fossero finalizzati alla formazione di una cultura laica essenzialmente tecnica e specialistica, sia che si concretizzassero più modestamente in minime notazioni grafiche, provenivano sempre da ambienti in cui anche il contatto indiretto e passivo con la scrittura è più verosimile avvenisse attraverso prodotti di tipo archivistico-documentario che di tipo librario. Il libro, ancora legato alla sola cultura ufficiale in lingua latina, circolava poco tra gli ‘illetterati’, mentre più facile, anche per ragioni di pratica necessità, era la penetrazione del documento. Quindi anche di coloro che del documento erano estensori materiali, i notai appunto, che si connotano perciò come il tramite più probabile e naturale tra il mondo della cultura scritta e coloro i quali, rimasti per molto tempo ai margini di essa, aspiravano ora a possederla. Per artigiani, bottegai, piccoli proprietari, a lungo soggetti passivi di esclusioni molteplici – dal latino, dalla scrittura, dalla storia – il volgare è la molla liberatrice che scardina antichi divieti. Significa per essi la possibilità di accesso ad uno strumento delle classi dominanti, ma significa anche, per la scrittura, lo svincolamento da luoghi, ruoli e forme tradizionali.
      Se, come sempre si ripete, il secolo XIII fu l’età della laicizzazione della cultura il merito è, in parte, anche di questi "alfabeti liberi di scrivere" che coraggiosamente e faticosamente traducevano in inchiostro un linguaggio fino ad allora solo parlato.
      Ma un grande movimento innovativo come fu la conquista dello stato di scrittura da parte del volgare italiano ha bisogno di tempo per assestarsi entro coordinate precise e sicure che permettano classificazioni ed etichette. Naturale perciò che la situazione grafica riflessa da questi primi documenti in volgare sia ancora fluida, mossa, sfuggente, atipica, ma perfettamente intonata alle vicende umane intraviste al di là delle storie raccontate e che parlano di ambienti in crescita per cui la scrittura è una novità e una conquista, di uomini tesi al miglioramento anche attraverso l’appropriazione dello strumento grafico.
      In un tale quadro di instabilità anche le più semplici sistemazioni rischierebbero di essere se non vane per lo meno azzardate e correrebbero il duplice rischio di venire contraddette da futuri svolgimenti o di fermarsi al semplice rilevamento statistico.
      Sottolineare, per esempio, che le testimonianze scritte su pergamena superano quelle vergate su carta potrebbe leggersi come una preferenza accordata nei nuovi ambienti produttori di scrittura al primo materiale rispetto al secondo e non potremmo non meravigliarcene dato l’alto costo della pergamena e il tipo di documentazione che non richiedeva certo un supporto di prestigio. La circostanza è, invece, puramente casuale, non legata a scelte consapevoli, bensì ai modi occasionali e atipici della produzione che utilizzava materiali di scarto, carte bianche di codici, margini di registri notarili, quando non si avvaleva addirittura di tramiti ecclesiastici per i quali era più facile procurarsi pergamena che carta.
Insomma, il panorama disegnato dai primi testi di carattere pratico non cammina certo su binari lineari e scontati, né invita a facili generalizzazioni; unico elemento fondamentalmente unificante rimane, in essi, l’uso di un linguaggio ‘nuovo’ nella pratica scrittoria, popolare e quindi marginale.
      Sintetizzare nella marginalità il carattere più connotante del rapporto tra scrittura e volgare sarebbe però, ancora una volta, troppo semplificante e riduttivo; le scritture mercantili che, in anticipo sulla periodizzazione proposta dall’Orlandelli, abbiamo visto apparire già intorno alla metà del secolo non sono certo prodotte in ambienti degradati, anzi, al contrario, sono il portato di un insieme sociale emergente e a suo modo elitario. I Riccomanni o i Guicciardini non sono umili "laboratores", ma un’élite economica tanto in ascesa da crearsi una scrittura distintiva così come altre categorie di più antica e consolidata formazione – i notai, per esempio – avevano la loro. Riduttivo, inoltre, perché il paesaggio è illuminato, sia pure per lampi, anche da manifestazioni grafiche equilibrate ed eleganti ed, infine, perché costringere le espressioni grafiche degli illetterati sotto il segno schiacciante della subalternità vuol dire modificare aspirazioni ed azzerare sensibilità, capacità, livelli.
      Meglio forse definire le loro creazioni come scritture artigianali; non passerà molto tempo, del resto, perché Dante affermi: "lo volgare seguita uso, e lo latino arte" (Convivio, I, V, 76).

 

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