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Wilhelm Meyer
Die Buchstaben-Verbindungen der sogennanten gothischen Schrift
Berlin, Weidmannsche Buchhandlung, 1897
(Abhandlungen der Königlichen Gesellschaft der Wissenschaften
zu Göttingen.
Philologisch-historische Klasse. Neue Folge, Band 1, Nro.
6)
[versione italiana parziale; sono indicati i numeri delle pagine
del testo originale]
(Dissertazione presentata nella seduta del 5
dicembre 1896)
[p. 3] La ricchezza e la bellezza delle
forme artistiche del medioevo costituisce da decenni oggetto di
diligenti e multiformi ricerche. Secondo le mie possibilità ho
cercato di documentare la molteplicità, la bellezza e la
naturale formazione della poesia mediolatina. Desidero qui invece
tentare di individuare alcune leggi che regolano la minore tra le
arti figurative, la scrittura del medioevo. Si tratta soltanto di
poche norme, poiché ogni inizio è difficile; ma sono convinto
che altri, proseguendo nella via qui indicata, potranno fare
ulteriori scoperte. Così, mentre a me è riuscito di offrire
alcuni spunti, forse si arriverà in seguito a un panorama
complessivo nel campo della scrittura, importante in sé e per
sé, ma anche per comprendere lorigine della nostra stessa
grafia.
La scrittura in caratteri piccoli, la cosiddetta minuscola,
affermatasi in epoca carolingia, si mantenne senza grandi
variazioni fino alla fine del secolo XII. Tuttavia nelletà
in cui le arti figurative dai semplici modelli romanici passarono
alle poliedriche e audaci forme, cosiddette gotiche, si verificò
anche nella scrittura un forte cambiamento. [p. 4] Nacquero molte
nuove forme di lettere che nel secolo XV, soprattutto in Francia,
svilupparono bizzarri tipi di angoli, punte, apici e svolazzi. In
Italia invece si preferirono forme tonde e piene. Se per le arti
figurative dellepoca 1200-1500 non si è trovata altra
definizione rispetto al termine gotico, spero che mi
si perdoni se chiamerò la scrittura di questo periodo
scrittura gotica, la cui importanza è sottolineata
dal fatto che la maggior parte dei manoscritti pervenutici è
databile in questepoca e che la nostra scrittura, quella
della stampa come quella a mano, deriva appunto da essa.
La scrittura gotica è considerata temibile
soprattutto per le molte abbreviazioni. Ciò non è affatto vero.
[...] Altre particolarità sono invece caratteristiche della
gotica e si trovano contemporaneamente in testi scritti in
diverse lingue. Innanzitutto la r a forma di 2, che
dallepoca di Carlomagno si trovava solo dopo la o,
amplia la propria presenza sempre più a partire dal secolo XIII,
fino a scalzare completamente la forma ordinaria in molti esempi
della fine del secolo XV. Quindi la d tonda, che a partire
dallepoca carolingia era stata dimenticata o [p. 5] assai
parzialmente impiegata, viene sempre più preferita nei secoli
XII e XIII. In molti manoscritti latini la si trova spesso
accanto a quella diritta, mentre nella maggior parte dei codici
contenenti testi tedeschi, francesi e italiani finisce per
soppiantarla completamente.
Infine molte lettere, che per la loro
morfologia dovrebbero essere scritte separatamente, si trovano
invece unite o strettamente vicine. Che ciò avvenga con lettere
come g f r e t corrisponde alla norma in ogni epoca, e di
ciò non si tratterà qui. Diverso è il caso di lettere come b
o h p, che dovrebbero essere chiaramente separate dalla
lettera seguente e che invece sono scritte insieme o vicinissime
ad essa. Lunione fra le lettere è così stretta da creare
difficoltà di lettura. Il numero di questi nessi raggiunge in
qualche codice le centinaia di migliaia, mentre quello delle d
tonde e delle i a forma di 2 è naturalmente ancora più
alto: gli esempi cospargono migliaia di codici e molti libri a
stampa. Nulla di ciò si trova prima del 1200, mentre
successivamente il fenomeno dilaga, tanto che il potente assalto
degli umanisti e dei tipografi riuscirà ad aver ragione di
queste caratteristiche della scrittura gotica solo alla fine del
secolo XVI.
Fu soltanto un cieco impulso a spingere i
copisti gotici alladozione di questi particolari
morfologici oppure vi contribuirono lumano pensiero e forse
unidea fortunata?
Nellautunno del 1896 ho avuto
occasione di vedere nella biblioteca di Bamberg il manoscritto
Ed. IV. 6 [Lit. 115], contenente inni latini e francesi, anche di
contenuto profano, e, grazie alla cortesia del direttore, il dr.
F. Leitschuh, ho potuto studiarlo per qualche tempo a Göttingen.
È composto da due diverse parti, scritte da mani differenti
allinizio del secolo XIV. La sezione principale contiene
una raccolta di mottetti latini e francesi con notazione musicale
completa. [...]
[p. 6] La seconda sezione presenta la Practica
artis musicae magistri Ameri (o Aumeri). [...]
Affascinato dal contenuto del codice
musicale di Bamberg, ne ho analizzato più in dettaglio la
scrittura. Mi sono quindi accorto che vi si trovavano molte r
tonde, che la d diritta vi era assente, sostituita da
quella tonda, e che questultima e molte altre lettere erano
scritte una dentro laltra. Sapevo che dallepoca di
Carlomagno spesso la r tonda si trova dopo la o, o
meglio che la si trova soltanto dopo la o. Ho raccolto i
casi di r tonda nel codice (i gruppi di lettere br dr
hr or pr vr yr) e mi sono reso conto che questa particolare
forma della lettera veniva usata dopo le lettere che si chiudono
con un tratto simile a quello della o. Un audace copista,
dotato di conoscenze geometriche, aveva quindi quindi trasformato
il vecchio uso della r tonda dopo la o in una
regola, secondo la quale dopo tutte le lettere che si chiudono
con la stessa curva della o, la r
non si scrive diritta ma tonda. La regola nel manoscritto di
Bamberg (a parte qualche eccezione nei rari gruppi vr e yr)
era osservata strettamente.
Sorpreso dal fatto che
nellapparentemente primitiva selva della morfologia delle
lettere si manifestassero tracce così chiare di una preciso
intendimento, ho verificato i nessi evidenti. Ho quindi
constatato che in una pagina del codice le lettere be
erano scritte unite 5 volte, bo una volta, de 4
volte, be una volta, po una volta, e non erano mai
separate. In queste forme la prima delle due lettere in nesso si
chiudeva sempre con la stessa curva della o, la seconda
era una e o una o, che quindi iniziava con la
stessa curva della o. Gli altri [p. 7] nessi nel codice
sono dello stesso tipo. Le prime lettere dei nessi sono b d h
p v y o e il segno tachigrafico per con, quindi solo
lettere che si chiudono con la stessa curva della o; le
seconde, che legano per davanti, sono o e c d g q, quindi
solo lettere che iniziano con la stessa curva della o. Da
ciò deriva per questo manoscritto la seguente regola: se una
lettera si chiude con la stessa curva con cui si chiude la o
e la lettera seguente inizia con la stessa curva con cui inizia
la o, le due curve che si incontrano non
vengono scritte separatamente, ma luna dentro laltra.
Anche questa regola può essere stata evidentemente concepita
soltanto da un copista dotato di una formazione geometrica.
Qual è il motivo di queste due regole? La
scrittura è una faccenda così privata e legata
allistruzione scolastica, che innovazioni come quelle
descritte avrebbero dovuto essere ordinate dallautorità
governativa centrale e ciononostante non sarebbero riuscite a
imporsi. Poiché invece queste regole sono state in vigore per
oltre 300 anni in molte scuole scrittorie, debbono aver rivestito
un particolare valore pratico. E così è infatti. Né deve
essersi trattato soltanto di risparmio di spazio. Nel manoscritto
musicale di Bamberg infatti, a causa della presenza della
notazione, le lettere di una parola sono spesso molto lontane le
une dalle altre; sappiamo anche che molti dei codici liturgici
più grandi e belli sono scritti con grande spreco di spazio, ma
le norme che regolano i nessi delle lettere vi sono ugualmente
osservate. Il risparmio dello spazio non può quindi costituirne
il motivo.
Tutti noi siamo stati educati a scuola a
usare i cosiddetti trattini per connettere in modo sicuro e
chiaro le lettere di una parola; se il collegamento manca, ciò
indica la separazione dei gruppi di lettere, cioè delle parole.
Anticamente questo fine non era così chiaramente riconosciuto e
apprezzato come oggi, ma se ne aveva coscienza e ad esso si
tendeva. La scrittura corsiva della tarda antichità e ancor più
quella del medioevo hanno sostanzialmente ottenuto questo
risultato, tanto che in alcuni documenti del secolo XV le lettere
allinterno delle parole sono così ben legate e le singole
parole a loro volta così chiaramente separate da non
distinguersi dalluso odierno. Le cose sono andate
diversamente nella scrittura libraria. Nella capitale e nella
onciale le grandi lettere angolose o tonde venivano scritte
separate una accanto allaltra e toccava [p. 8] al lettore
colto comprendere quali parole si nascondessero in queste
sequenze di lettere morfologicamente simili. Con una certa dose
di superflua vanità dotta si tenne fermo questo ostacolo
allingresso nel tempio dellerudizione.
Con larrivo della minuscola, il senso
pratico finì anche qui per imporsi. Dapprima furono separate le
singole parole mediante appositi spazi, quanto a dire che fu
introdotta la separazione delle parole. Si cercò poi di unire i
gruppi di lettere che formavano una parola in modo tale che non
potessero essere letti come 2 o 3 parole. Ciò funzionava
facilmente con la maggior parte delle lettere minuscole. Lettere
come c e f g l r t si legavano alle lettere seguenti in
modo conforme alla norma grafica, evitando il collegamento
soltanto nel caso in cui costituissero lultimo elemento di
una parola. Altre lettere, come s t u n m e la s diritta
alta, potevano attuare il collegamento soltanto mediante trattini
di prolungamento per basso o per alto verso le lettere seguenti.
Le difficoltà sorgevano con le lettere che
si chiudevano con una curva, che è naturalmente restia al
collegamento. Era già difficile distinguere fra ablato e ab
lato; se poi dopo una curva di chiusura seguiva una lettera
che si apriva con unaltra curva, il nesso fra le due curve
risultava impossibile e si correva il rischio di individuare una
fine di parola nel luogo sbagliato. Fatti del genere capitano
tuttora a noi, quando vogliamo scrivere una sequenza di cifre
senza separarle con trattini o punti. Nella moderna scrittura a
mano lostacolo del nesso fra le lettere si evita perlopiù
aprendo le curve di b p h v o e collegandole per basso.
Nel medioevo una parte dei copisti accettò tranquillamente le
difficoltà derivanti dalla forma delle lettere; laltra
parte, che divenne maggioranza a partire dal 1200, collegò le
curve in maniera tale da collocarle vicinissime o infilarle
luna dentro laltra. I nessi delle lettere avevano
quindi un fine importante e lo raggiunsero in un modo tanto
semplice quanto chiaro. Si comprende quindi il motivo per cui a
partire dal 1200 circa si diffusero in tutta lEuropa.
Anche luso di or br dr hr pr vr wr
yr può, a mio giudizio, aver avuto lo stesso fine di
collegare meglio le lettere. I due estremi della r a forma
di 2 [p. 9] riempiono lo spazio rimasto vuoto in alto e in basso
accanto alla curva precedente in modo tale che locchio
riconosce subito lappartenenza di entrambe le lettere alla
stessa parola.
La preistoria delle regole
Le regole che ho presentato avevano una
funzione assolutamente pratica, ma la loro affermazione nelle
scuole scrittorie dEuropa intorno al 1200 fu facilitata dal
fatto che non erano interamente nuove. Ebbene sì, luovo di
Colombo delle curve non collegabili che venivano inserite
luna dentro laltra deve essere stato trovato molto
prima. [...]
Il nesso delle curve era infatti già noto
nell816 a uno scriba di Fulda. Il problema è capire se si
è trattato di un tentativo isolato o se siamo di fronte a un
anello della catena. Ho cercato puntigliosamente altri esempi da
confrontare con quello di Fulda, ma finora senza risultato.
Di lunga durata, ricca e multiforme è la
storia dei nessi fra le lettere nellItalia centrale e
meridionale e [p. 10] in particolare a Montecassino nei secoli X,
XI e XII. [...] Siamo qui di fronte soprattutto alla scrittura
longobardo-beneventana, ma incontriamo anche presto e in misura
rilevante la minuscola ordinaria. [...] Alcune particolarità
presentano i documenti urbani di Roma. In alcuni esempi si
distingue dallusuale beneventana la scrittura cassinese dei
secoli XI e XII [...]: ad esempio, manca quasi del tutto la d
diritta, lh presenta la curva rivolta
allindietro e non si collega quindi con la curva
successiva; altrettanto avviene fra la e e la curva
precedente.
In seguito allintroduzione della
separazione delle parole, in queste zone il nesso fra le singole
lettere allinterno della parola, e quindi fra due curve
opposte successive, diviene sempre più frequente. Gli scriventi
non si limitano a determinate lettere, ma conoscono evidentemente
la regola generale, secondo la quale due curve opposte successive
debbono essere collegate. Così a Montecassino b ed e
non formano nesso, poiché prive di curve adatte, mentre altrove
si verifica lopposto; inoltre i nessi della longobarda e
della minuscola ordinaria appaiono diversi per quanto riguarda le
singole lettere, ma identici rispetto al principio generale e
alla forma dei tratti delle lettere da connettere. I nessi
vengono tralasciati spesso in alcuni esempi, mentre in altri,
come nelle belle grafie cassinesi della fine del secolo XI e del
secolo XII, raramente mancano senza un giustificato motivo.
Importante è un ulteriore sviluppo di
questa solerzia nel formare nessi fra lettere. La regola finora
illustrata riguarda principalmente il caso che a una curva che si
chiude segua una curva che si apre, ciò che rende difficile il
collegamento fra le lettere. Ma il collegamento è difficile
anche quando a una curva che si chiude segue un tratto verticale:
non si possono effettuare nessi fra lettere come bl ol pb pl.
Al tempo dellintroduzione della fusione delle curve risale
una serie di esempi in cui una curva che si chiude appare quasi
in nesso con un successivo tratto verticale. [...]
[p. 11] Tuttavia il nesso di una curva con
un successivo tratto verticale non è divenuto una regola
scolastica generale come quello fra due curve. Fanno eccezione
soltanto il nesso ampiamente diffuso fra due b e due p
successive [...], come anche quello, più raro, fra due d
susseguentisi. [...]
Così i nessi fra curve si sono formati e
diffusi nellItalia centrale e meridionale, e sono stati
usati anche a Roma e nella minuscola ordinaria. [...] A questi
esempi se ne aggiungono del tutto naturalmente altri
dellItalia settentrionale e, ciò che appare importante,
anche in documenti pontifici. [...] Dovunque le curve
contrapposte si presentano più o meno frequentemente in nesso;
la r a forma di due è del tutto assente o si presenta
più o meno raramente dopo o.
La preistoria della r a forma di 2 e
della d tonda
La r a forma di 2 e la d
tonda ricoprono a partire dal 1200 in questa ricerca un ruolo
considerevole. Già nellonciale ogni tanto, particolarmente
in fine linea, a causa della mancanza di spazio, nel gruppo OR
lasta della R viene meno, trasformandosi in un
tratto curvo posto a fianco della curva della O. Questa
forma viene ripresa nella semionciale [...] e nella minuscola.
Nei manoscritti databili dal IX al XII secolo la r diritta
è molto più frequente della tonda dopo la o, ma vi sono
esemplari in cui la forma tonda appare quasi lunica e altri
in cui le due r compaiono insieme. [...] In
questultimo caso sono riuscito raramente a cogliere una
differenza nelluso. Tuttavia in alcuni dei codici più
antichi mi è sembrato di individuare con maggiore o minore
chiarezza una singolare [p. 12] norma: la r a forma di 2
dopo la o si usa prima delle vocali, quella diritta prima
delle consonanti. [...] È importante conoscere questa singolare
regola di origine grammaticale, perché in epoca posteriore,
quando la forma delle lettere risponderà a principi di carattere
più geometrico, essa causerà notevoli problemi. In ogni modo
risulta chiaro che nel corso del XII secolo va crescendo
luso della r a forma di 2 dopo la o.
Diversa è la storia della d tonda.
Raramente ammessa nella carolina pura, la forma tonda riesce
comunque a farsi strada accanto a quella diritta. [...] Ho
notato qua e là una piccola differenza, secondo la quale essa è
usata esclusivamente o preferibilmente allinizio o alla
fine di parole o linee. [...] Anche luso della forma tonda
cresce significativamente nel XII secolo.
Nel contempo si afferma un altro uso. Come
alcune scuole scrittorie già prima dellepoca carolingia
avevano usato solo la forma tonda, mai quella diritta, così
proprio nella longobarda dellItalia meridionale, nella
quale la fusione delle curve diviene una norma di scuola, la d
tonda si fa sempre più strada, fino ad essere lunica forma
utilizzata nella scrittura dellepoca doro di
Montecassino.
Così si erano sviluppati i nessi fra le
lettere in Italia, questo era luso della r a forma
di 2 e della d tonda intorno allanno 1200.
La regola al suo apice
I nessi si erano già formati nel corso
del XII secolo ed erano piuttosto diffusi in Italia. Luso
della r a forma di 2 si allarga nel corso del XIII secolo
[...]; verso la metà del secolo gli esempi si fanno più
numerosi e diffusi. Lutilizzazione della nuova forma di r
appare dapprima solo nei codici in cui si trovano i nessi fra le
lettere: è evidente il collegamento fra queste due innovazioni,
poiché la forma a 2 [p. 13] segue la curva che chiude la o.
Nellepoca in cui tutti gli aspetti dellarte andavano
mutando o rinnovandosi completamente, una qualche mente ingegnosa
apprese quella regola grafica italiana, secondo la quale le curve
contrapposte potevano unirsi, e si accorse inoltre che spesso
nella scrittura dopo la curva con cui si chiude la o si
trovava la r a forma di 2, che a quella curva si adattava
e aderiva bene, mentre la r diritta non si legava bene
alla o. Gli venne quindi la sensata idea che, come
accadeva da tempo dopo la o, così da allora in poi, dopo
le lettere che si chiudevano con la stessa curva, si sarebbe
potuta usare la r a forma di 2 anziché quella diritta
(cioè nei gruppi or br dr hr pr vr wr yr e dopo il segno
tachigrafico per con) e che questo uso, come per la
fusione delle curve, avrebbe potuto essere regolare, al fine di
compattare lintero aspetto delle parole.
Questa doppia regola fu praticata a partire
dallinizio del XIII secolo in un numero sempre crescente di
manoscritti. Di quale nazionalità fosse questa mente ingegnosa
non è possibile finora dire con sicurezza, ma certamente si
dovette trattare di un italiano o di un francese. Infatti le
regole da me presentate sono applicate con straordinaria
regolarità e accuratezza in Italia e Francia e molti dei più
importanti e magnifici codici, in cui si manifesta in pieno il
gusto artistico di questi popoli fra XIII e XVI secolo, le
osservano.
Entrambe le regole traggono origine dalla
curva con cui si chiude la o, mentre la norma relativa ai
nessi riguarda la curva con cui la o si apre. Dobbiamo
quindi approfondire lo studio di entrambe le curve della o
(ma anche della d). Non si tratta qui della figura
geometrica, un cerchio, che presenta il massimo spessore nel
punto centrale delle curve e va quindi diminuendo regolarmente
verso lalto e verso il basso fino a toccare il minimo
spessore nel punto più in alto e in quello più in basso, uniti
da un asse verticale. Siamo di fronte a una figura circolare o
allungata, il cui spessore è massimo nella parte anteriore in
basso e in quella posteriore in alto, tanto da trasformarsi nella
più tarda, angolosa scrittura beneventana in un [p. 14]
quadrilatero che poggia su un angolo e presenta i lati spessi
davanti in basso e dietro in alto e quelli sottili davanti in
alto e dietro in basso. La o ad asse verticale si trova
nella nostra scrittura, come anche, seppur raramente, già nella
capitale e nellonciale [...], ma soltanto la o ad
asse obliquo è usuale nella maiuscola e domina chiaramente nella
minuscola. Se si divide lungo lasse questa forma di o
e si separano le estremità delle due parti [...], si possono
rendere entrambi gli elementi con un solo tratto spesso. Così si
formano abitualmente i nessi delle curve nei manoscritti gotici.
Nella scrittura più accurata le curve della
o vengono frequentemente spezzate in tre tratti diritti
[...], dei quali il centrale è verticale, lungo e ugualmente
spesso, mentre dei due obliqui brevi, se la curva è anteriore,
il superiore è sottile, linferiore spesso; se la curva è
posteriore, il contrario. Nei nessi di questa scrittura le due
curve da unire hanno in comune il tratto lungo verticale centrale
[...]. Alcuni copisti, in particolare i tedeschi, scrivono per
intero in simili nessi la seconda lettera, danneggiando
gravemente la forma della prima (in particolare quella della d)
[...].
Se le curve sono tracciate regolarmente e
quindi unite, il numero dei nessi possibili diventa molto alto.
[...]
[p. 15] In Italia e Francia i copisti non
imparavano a memoria particolari lettere da unire in nessi, ma il
principio della fusione delle curve: sceglievano loro caso per
caso quando applicarlo. Troviamo quindi in molti manoscritti
lettere onciali collegate alla curva successiva allinizio
di un verso o di una sezione del testo, come anche per
evidenziare determinati titoli nei documenti pontifici.
Copisti particolarmente ardimentosi si sono
talora permessi dei giochi che non hanno nulla a che fare con le
mie regole, formando, sul modello degli scribi merovingi, dei
nessi fra lettere di forma diversa da quella consentita. [...]
Nelle iscrizioni, secondo la norma, si
trovano frequentemente in nesso b d h p v con e e o
(non con a), come anche o con c e g;
lo stesso avviene (ma può anche non avvenire) con la r a
forma di 2 dopo o b d p v. Tuttavia n m u si
trovano così spesso legate alla e seguente che non può
trattarsi di un capriccio dei lapicidi: leccezione alla
regola appare quindi sicura. Bisogna comunque ricordare che si
tratta di iscrizioni, anche con valore documentario. Non possiamo
ancora [p. 16] valutare ciò che significano le iscrizioni
medievali per la storia della scrittura, dal momento che finora
abbiamo raccolto e studiato solo iscrizioni extraeuropee e
classiche; ma verrà anche qui il giorno che potremo farlo.
Limiti delle regole
Il numero dei nessi teoricamente
possibili supera i 100. Tutti insieme non si trovano in nessun
codice, anche se scritto con grande regolarità: al massimo ci si
può avvicinare a questa cifra. A ciò contribuiscono molti
fattori. Innanzitutto, nonostante le abbreviazioni, alcune
lettere non si trovano mai vicine: come potrebbe infatti ciò
accadere ad esempio fra h v w r e d (nelle due
forme) g q? Altre lettere non si usano in alcune zone. La v
non si trova quasi mai in codici italiani; la w si
trova raramente in manoscritti italiani e francesi. La y è
comunque una lettera assai rara.
Ancora più importante è il fatto che in
alcune zone si usano forme di lettere che impediscono i nessi. Ad
esempio la r soltanto in manoscritti francesi tardi mostra
la curva [...] che ne consente il collegamento a unaltra
lettera. Anche v w y vengono scritte in molte zone con
tratti verticali che impediscono il nesso delle curve [...]. La h
della scrittura cassinese presenta un apice, non una curva, verso
la lettera che segue; anche in gotica la lettera si chiude in
modi differenti: particolarmente in Francia e ancor più in
Germania la sua forma è ambigua [...].
La lettera d si chiude perlopiù con
un tratto obliquo verso lalto e può quindi, come la stessa
o, formare nesso anteriormente o posteriormente, come ad
esempio in odor. Ma in Italia il tratto in questione si
presenta orizzontale nella maggior parte dei casi e impedisce il
nesso con le lettere che precedono: quindi in Italia o
b p non formano nesso con questo tipo di d. La a
è sempre stata una lettera multiforme. In Italia e a Bologna in
particolare mostra in alto una sorta di apice, che spesso chiude
anche il piccolo occhiello [...]; in alcuni manoscritti questi
apici, o almeno quello inferiore, toccano regolarmente la lettera
che precede, anche se chiusa da una curva. Daltra parte
locchiello della a viene scritto [p. 17] in forma
così spessa e chiusa da formare una curva collegabile in nesso
[...]. Nella scrittura formale la a presenta anteriormente
uno spesso tratto verticale che si collega facilmente con il
tratto verticale mediano derivante dallinterruzione della
curva [...]. La forma corsiva della a, costituita da una
sorta di sacca, presenta una curva anteriore facilmente
collegabile [...]. Si comprende in questa situazione come la a
sia una lettera ambigua, che in Italia nella maggioranza dei
casi, in Germania spesso e in Francia abbastanza frequentemente
non forma nesso con la lettera precedente [...]. Cambia forma
anche la s finale, che non viene scritta da molti copisti
in nesso con la curva che precede.
La d tonda e la d diritta nella
scrittura gotica
Come abbiamo visto, la d tonda
aveva prevalso completamente già prima del 1200 nella scrittura
cassinese, mentre in altre zone aveva grandemente limitato
luso della forma diritta. La scrittura gotica dimostra una
preferenza quasi assoluta per la d tonda. Nei codici in
volgare italiano, francese e tedesco la forma diritta scompare
quasi del tutto fino allUmanesimo. Forti oscillazioni si
registrano nei manoscritti contenenti testi latini; la forma
diritta scompare dai documenti in latino, ma si trova nella
scrittura libraria latina.
Quando nella scrittura latina si trovano
entrambe le forme, manca ogni tipo di regola [...]. Ho invece
constatato losservanza in molti codici di una regola
grafica di tipo geometrico, che per la sua semplicità si colloca
degnamente al fianco di quelle sul nesso delle curve e luso
della r tonda dopo una curva: si usa la d
tonda prima delle lettere tonde a e o r
[questultima appunto nella forma tonda], si usa la d
diritta prima delle lettere diritte s u n (m r)
[questultima appunto nella forma diritta]. La terra di
origine di questa notevole regola sembra essere lItalia. In
Francia ho trovato buoni, ma non numerosi esempi [...].
[p. 18] Nello sviluppo ulteriore della
regola si registrano alcune novità. Anche più tardi la d
diritta si usa quasi soltanto prima di lettere diritte, perlopiù
tuttavia in presenza di circostanze favorevoli. Ciò avviene in
primo luogo se locchiello anteriore della d diritta
può formare nesso con una curva precedente, come in modi [...].
Avviene inoltre se precedono lettere come e r g t, perché
i loro tratti orizzontali risulterebbero ostacolati dalla forma
tonda di d. Queste particolarità vanno osservate con
particolare cura se si vogliono apprezzare i numerosi e bei
prodotti delle importanti scuole grafiche bolognesi [...].
[p. 19] I copisti, che si mantenevano fedeli
anche in epoca tarda allantica scrittura liturgica con i
nessi delle curve e luso della d tonda prima delle
curve, trovavano forse proprio in Italia un motivo per luso
singolare della d diritta, cui avevano rinunciato gli
scribi stranieri. Gli umanisti vollero riformare anche la
scrittura secondo il modello più antico; essi eliminarono
innanzitutto la prevalente d tonda e scrissero o fecero
scrivere la d diritta: di fronte a loro i difensori della
scrittura liturgica vollero dimostrare di essere anche loro in
grado di usare la forma diritta. La nostra attuale d tonda
deriva dalla scrittura gotica, quella diritta è stata introdotta
dagli umanisti.
La r a forma di 2 nella scrittura gotica
La storia della r a forma di 2 è
importante, perché nella stampa è stata usata spesso ancora nel
XVI secolo e nella scrittura a mano aveva quasi completamente
soppiantato la forma diritta fra XV e XVI secolo; ancora oggi la
usano alcune persone. Tuttavia linsufficienza del mio
materiale consente di tracciarne lo sviluppo soltanto in maniera
sommaria. Come già detto, la r a forma di 2 è stata
allinizio usata soltanto dopo la o, e questo sempre
più spesso nel corso del secolo XII. Subito dopo il 1200 una
mente acuta inventò la regola: se scriviamo la r a forma
di 2 dopo la o, facciamolo anche dopo tutte le lettere che
si chiudono con la stessa curva, come b d p etc. [...].
Questa regola è accettata da moltissimi copisti, ma non da
tutti; [...] particolarmente a Roma e nel resto dItalia si
usano entrambe le forme (quella a 2 dopo la o, ma anche
quella diritta dopo p b d [questultima
anchessa tonda]).
Le ulteriori innovazioni a proposito della
forma a 2 della r paiono ricollegarsi naturalmente alla o:
poiché la usiamo dopo la vocale o, possiamo usarla anche
dopo la e, vocale morfologicamente simile alla prima;
oppure: poiché la usiamo dopo la vocale o, possiamo
usarla sempre dopo una vocale, cioè dopo a e i u. [...]
[p. 20] Ci si avvia quindi verso quelle
scritture italiane del secolo XV in cui la forma diritta della r
si usa principalmente in determinate posizioni, quali
linizio di parola o dopo le consonanti c f g t,
mentre altrove si può o si deve trovare sempre la forma a 2.
[...]
Accanto a quella ora descritta è invalsa
comunque unaltra regola, in parziale contraddizione con la
prima. Lantica regola grammaticale secondo la quale la
forma diritta nella sequenza or si usava prima di una
vocale, quella a 2 prima di una consonante continuò a valere per
alcuni copisti [...]. Tuttavia unaltra scuola enunciò una
nuova regola: la r a forma di 2 nella sequenza or si
deve usare anche con altre vocali. [...] Molto più osservata fu
però la regola generale: come si usa la forma a 2 nella sequenza
or prima delle consonanti, così deve accadere anche nelle
sequenze ar er ir ur sempre prima delle consonanti, mai
prima delle vocali. Teoricamente con questa regola [p. 21] non si
accorda propriamente laltra, più antica, riguardante
luso della forma a 2 dopo o b p etc.; tuttavia la
norma viene messa in pratica e provoca confusione [...].
Torniamo ora alla scuola che consente quasi
dovunque luso della forma a 2 invece di quella diritta: non
ci meraviglieremo che questultima sia stata del tutto
eliminata [...]. Si comprende quindi come Giovanni Battista
Palatino nel suo manuale (Roma 1540) abbia potuto usare nei molti
esempi della mercantile milanese, romana, veneziana,
fiorentina etc. sempre la forma a 2, non quella diritta, e che la
prima, molto più semplice da scrivere, si sia parzialmente
mantenuta fino a oggi.
Tuttavia la vittoria della r a forma
di 2 non è stata completa. Molti dei migliori copisti sono
rimasti fedeli alla regola da me scoperta e la hanno usata, come
dopo la o, anche dopo b d (tonda) h p v w y.
Questo uso limitato è passato nella stampa, che ha adoperato la
forma a 2 dopo o b d (tonda) p, non dopo a e etc.
[p. 22]
Storia delle regole, particolarmente in
Germania
Allinizio del secolo XIII si
diffuse in Francia o in Italia la regola grafica secondo la quale
le curve contrapposte che si trovano in lettere come la o
e simili debbono fondersi e che dopo le stesse curve si usa la r
a forma di 2, non quella diritta. La maggior parte dei
copisti che si attenevano a questa norma usavano regolarmente la d
tonda, ma anche quella diritta davanti a lettere diritte: s
u n m (r). Queste regole sono state osservate nella
loro purezza da molti copisti romanzi fin dentro il secolo XVI:
senza conoscerle non si riescono ad apprezzare pienamente molti
splendidi codici francesi e italiani dei secoli XV e XVI.
Tuttavia non tutti i copisti hanno seguito
queste regole. Oso affermare che tutti i copisti dellepoca
gotica le conoscevano, ma anche che il loro comportamento nei
confronti di esse non era costante. Si consideri innanzitutto che
le lettere sono tante quanti i granelli di sabbia sulla spiaggia;
gli errori erano inevitabili ma non così importanti da
costringere un copista, che sbadatamente avesse scritto le
lettere p e separate, a eraderle o a connettere con
pazienza le due curve: al più alcuni scribi le univano con un
trattino. Inoltre ai numerosi copisti che volevano seguire queste
norme si contrapponevano in ogni epoca alcuni che le rifiutavano
e le evitavano sicuramente con cura. Non si tratta soltanto di
bastian contrari che si opponevano alla prescritta, abituale
fusione delle curve [...], ma anche di scribi fedeli alle norme.
[...]
Il numero dei copisti che disprezzavano o
non osservavano le regole è forse un po più piccolo di
quelli che le praticavano diligentemente.
[p. 23] Maggiore tuttavia di questi due
gruppi è di gran lunga il numero dei rimanenti, degli scribi
cioè che ora fondono be do (con la d tonda) ve e
scrivono or pr con la r a forma di 2, ora tengono
separati be do ve e scrivono or pr con la r diritta.
I documenti in particolare presentano una notevole incoerenza, ma
anche la maggior parte dei codici. Nel quadro che segue ho fatto
solo occasionalmente riferimento a questi manoscritti; il loro
numero è eccezionalmente alto e il loro livello di trascuratezza
assai differente. [...] Tutti questi scribi conoscevano le
regole, ma le avevano poco presenti, così da infrangerle spesso.
(Le regole in Germania). Non è facile
stabilire come si siano comportati i copisti tedeschi. [...] Ho
cercato a lungo invano uno scriba tedesco che abbia coerentemente
applicato le regole che ho descritto. Ho trovato dovunque esempi
di fusione delle curve nelle sequenze de do be bo o
la r a forma di 2 dopo o b v etc., ma anche
dappertutto tanti casi di inosservanza delle norme che ho pensato
di dover includere i copisti tedeschi nel grande novero degli
stranieri che conoscevano le regole, ma le applicavano a piacere.
[...] Mi sono quindi reso conto che le regole da me scoperte si
applicano in Germania in un modo del tutto particolare: il
copista sceglie un piccolo numero di nessi [p. 24],
particolarmente con la d, usandoli costantemente, mentre
altrettanto regolarmente trascura o usa a piacere gli altri nessi
[...].
Il principio romanzo di connettere tutto
ciò che si può connettere, corrisponde alla natura del fatto ed
è più corretto della scelta tedesca. Questultima comporta
solo il vantaggio di offrire più punti fermi per
lindividuazione e la differenziazione delle singole mani.
[...] Queste considerazioni mostrano in quale direzione si
debbano studiare le scritture tedesche: le particolarità e i
dettagli potranno così essere ordinati secondo categorie e le
capacità degli scribi tedeschi valutate con maggiore precisione.
Copisti bemi, olandesi, nordici: gli altri
vicini dei tdeschi hanno conosciuto le regole e le hanno usate
secondo il costume romanzo o quello tedesco? Il problema dovrebbe
essere delegato agli studiosi dei rispettivi paesi, a condizione
che studino un numero significativo di codici trascritti fra 1200
e 1500. Il poco materiale a disposizione mi consente di avanzare
solo delle ipotesi. [...]
[p. 25]
I tipografi e le regole
Il principio della stampa, cioè
luso di singoli caratteri mobili, contraddice alla base
luso dei nessi fra lettere. I prototipografi non ne erano
però coscienti. Daltra parte essi avevano ripreso
dallinventore della stampa il principio fondamentale, non
la forma dei caratteri; al contrario avevano voluto mascherare
limitazione del principio proprio mediante la diversità
dei caratteri. Avvenne così naturalmente che nei primi esemplari
stampati nei diversi paesi si trovassero i nessi e le r a
2, in forme diverse secondo le inclinazioni dei singoli tipografi
e gli usi locali. Proprio come nella maggior parte dei codici il
nesso di due lettere poteva essere usato o tralasciato, così
ancora più naturalmente avvenne nella stampa, dove poteva più
facilmente verificarsi lassenza dei relativi caratteri.
Quindi quasi tutte le stampe sono assimilabili per correttezza ai
prodotti degli scribi meno attenti e luso regolare dei
nessi appare una significativa eccezione [...]. Daltra
parte non avrebbe avuto senso fondere e tenere a disposizione
caratteri contenenti tutti i possibili nessi: si preferì quindi
per ragioni pratiche dovunque, anche in Francia, limitarsi al
principio valido in Germania per la scrittura a mano, cioè
utilizzare un piccolo numero di nessi più frequenti. [...]
[p. 26] I nessi, usati con regolarità nella
scrittura a mano della seconda metà del secolo XV, non
corrispondevano al principio stesso della stampa e risultavano di
scarsa utilità per il tipografo: scomparvero così gradualmente
(escluso oe) dalla stampa.
Le cose andarono diversamente con la r
a forma di 2. Nella scrittura a mano questa forma aveva superato
quella verticale, nelluso comune laveva praticamente
eliminata; nella stampa ciò non accadde. Molti prototipografi
usano soprattutto la r a forma di 2, altri quella
verticale. Certamente un considerevole numero di tipografi deve
aver conosciuto la vecchia regola, secondo la quale dopo la curva
della o si deve usare la r a forma di 2, tanto da
usarla sempre dopo o b d h p v w y (negli altri casi
usavano la forma diritta). Fondere anche la r a forma di 2
non comportava costi o difficoltà particolari. Così essa
continuò a essere usata dalle migliori tipografie fino al secolo
XVI inoltrato [...]. Anche i moderni tipografi olandesi hanno
conosciuto questa norma, utilizzando regolarmente la r a
forma di 2 dopo o b d h p v w. Verso la fine del XVI
secolo questa seconda regola principale da me scoperta sembra
essere gradualmente scomparsa dalla stampa.
La scrittura umanistica e la fine delle regole
Gli umanisti italiani non tenevano in
gran conto la letteratura mediolatina e si rifacevano
allantichità, che comprendevano tanto bene. [p. 27]
Avrebbero cambiato volentieri anche la scrittura del medioevo, ma
non trovarono una scrittura da imitare, in contrapposizione a
quella in uso, più antica della carolina. Troviamo così molti
manoscritti in cui il numero delle abbreviazioni è ridotto al
minimo, si usano la d e la r diritta in luogo
rispettivamente di quella tonda e di quella a forma di 2, come
anche la s minuscola alta. Le lettere sono isolate le une
dalle altre, in modo che vengono a mancare non solo i nessi, ma
qualsiasi forma di legamento. Si trovano molti codici di questo
tipo in Italia [...], ma anche in altri paesi e perfino nei
documenti imperiali tedeschi [...]. Ovviamente, come sempre, non
mancarono copisti che continuarono a rispettare le vecchie
regole. [...]
Nel complesso comunque sembra che sia stata
proprio loffensiva dei copisti umanistici a determinare la
fiera resistenza degli scribi che continuavano ad attenersi alle
norme da me illustrate. Così ad esempio i molti splendidi libri
di preghiere e di contenuto liturgico prodotti dalle scuole
scrittorie italiane, francesi e olandesi nei secoli XV e XVI
sembrano essere stati scritti quasi esclusivamente secondo queste
regole, tanto che la loro grafia potrebbe essere definita
liturgica. [...]
[p. 28] La scrittura a mano andò sempre
più decadendo dopo linvenzione della stampa. Come la
miniatura, essa si trasformò in una semplice abilità grafica,
in cui prevalevano velocità e chiarezza: regole precise non
avevano più scopo. Scomparvero così dalle officine scrittorie,
dopo in parte 700, in parte 300 anni, le regole da me scoperte.
Non erano state create per una qualche bizzarria, ma avevano la
precisa finalità di connettere le lettere per distinguere le
parole e rendere così la scrittura più chiara. A questo scopo
servirono a lungo e in molti luoghi; dal momento che sono state
in ultimo usate per codici liturgici dapparato, si può
dire che abbiano fatto anche una bella fine.
[p. 29]
Quadro statistico
Nelle mie ricerche mi sono servito
soprattutto di riproduzioni pubblicate e quindi accessibili a
chiunque, solo raramente di originali. Le riproduzioni presentano
perlopiù singole pagine, che spesso contengono poco testo. Per
questo motivo, oltre che per il numero infinito dei particolari
da censire, le mie descrizioni abbondano di lacune. In
particolare occorrerebbe osservare, allinterno di
importanti biblioteche, luso delle norme grafiche presso
grandi centri scrittori, come quelli di Bologna e Parigi fino
alla metà del secolo XV, nei manoscritti miniati del primo
Rinascimento, nelle scuole tedesche e nordiche. [...]
[p. 122] Se le mie considerazioni sono
fondamentalmente esatte, esse hanno innanzitutto un valore
teorico: grazie ad esse infatti le differenti fasi di sviluppo
della minuscola fino ai nostri tempi potranno essere meglio
comprese e valutate. Ancora maggiore sarà lutilità
pratica, perché grazie alle mie osservazioni potranno essere
decifrate scritture oscure e difficili; soprattutto
potranno essere riconosciuti i dettagli di singoli tipi grafici e
copisti, in modo da consentirne lidentificazione o
accertarne la diversità. [...]
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