Antonio Cartelli - Marco Palma

Elias Avery Loew
The Beneventan Script.
A History of the South Italian
Minuscule

Seconda edizione a cura di Virginia Brown
Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1980 (Sussidi eruditi, 33)
(Versione italiana del capitolo VII, con esclusione di tavole,
note e riferimenti bibliografici, pp. 122-152)

La morfologia della scrittura

Periodi di sviluppo

      Nel seguire lo sviluppo della scrittura dal punto di vista formale riconosciamo quattro periodi, che possono essere opportunamente definiti come segue:
      1) il periodo dei tentativi (s. VIII ex. - IX ex.)
      2) il periodo della formazione (s. IX ex. - X)
      3) il periodo della maturità (s. XI in. - XII)
      4) il periodo del declino (s. XII ex. - XIII)
      Seguendo la storia di Montecassino il primo periodo corrisponde più o meno all’epoca pre-capuana, il secondo all’epoca capuana, il terzo al secolo che si apre con gli abati Atenolfo (1011-22) e Teobaldo (1022-1035) e si chiude con Desiderio (1058-1087) e Oderisio (1087-1105); l’ultimo periodo corrisponde all’età dell’abate Bernardo I (1264-1282) e i suoi immediati predecessori. Nel periodo della maturità l’epoca desideriana è la più importante, perché segna il punto più alto di sviluppo raggiunto.
      Per evitare equivoci occorre premettere subito che le date che contraddistinguono i diversi periodi non vanno intese meccanicamente. Ad esempio un copista esperto del s. X può produrre un manoscritto di livello qualitativamente superiore a quello di un codice vergato da uno scriba meno addestrato del s. XI. Oppure un manoscritto di contenuto profano del s. XI può apparire meno elegante di un codice liturgico del s. X, se quest’ultimo è stato vergato con particolare cura. Tuttavia, anche dando il giusto peso a queste considerazioni, un attento esame dei manoscritti ci convincerà che il criterio più affidabile è il principio evolutivo. Non si tratta di fissare dei meccanici criteri di datazione, quanto di identificare dei periodi di sviluppo che riflettono il livello complessivamente raggiunto più che gli eccezionali risultati ottenuti da un singolo copista. Occorre sempre ricordare che, poiché sviluppo e decadenza sono stati più rapidi nei centri più attivi, un manoscritto prodotto in un centro minore può apparire più antico di un codice uscito da un grande scriptorium.

Il periodo dei tentativi

      Nel primo periodo l’origine corsiva della scrittura appare chiaramente. La scrittura si presenta in uno stato di incertezza e fluidità. L’incertezza del copista si manifesta in vari modi: l’uso di forme diverse della stessa lettera, l’utilizzazione di legamenti alternata alla scrittura separata delle lettere, l’irregolarità nella distinzione delle due forme di ti. Uno scriba, o la sua scuola, usa la i alta secondo precise norme, un altro sembra ignorarle del tutto. Questi ondeggiamenti e incertezze si ritrovano ugualmente nel trattamento delle abbreviazioni e della punteggiatura, due elementi che si sviluppano sempre coerentemente con le forme grafiche. L’aspetto generale della scrittura è scarsamente calligrafico, la separazione delle parole poco osservata. Questo periodo comprende i manoscritti del secolo VIII e dei primi tre quarti del IX.

Il periodo della formazione

      Il secondo periodo sembra iniziare verso la fine del s. IX, apparentemente come effetto di una cosciente riforma grafica. A partire da questo momento la scrittura appare pienamente formata, in possesso delle sue caratteristiche essenziali e decisa sulla via da percorrere. Le lettere hanno raggiunto delle forme normalizzate; alcuni legamenti con la i enclitica sono divenute obbligatori; l’uso della i alta si è stabilizzato. Sebbene le lettere siano ancora tondeggianti e tracciate con notevole libertà, l’apparenza generale è più calligrafica e un notevole progresso è stato realizzato nella regolarità dell’allineamento e nella separazione delle parole. Comincia a essere usata la tipica punteggiatura beneventana, compreso il caratteristico segno d’interrogazione. Si può dire che il periodo si chiuda con il s. X. Occorre comunque notare che, fino alla metà del s. X, le caratteristiche appena elencate non sono così definite come appaiono nella seconda metà dello stesso secolo. È difficile collocare esattamente nel tempo la fine del periodo, e la questione non appare poi così importante. Che si tratti della fine del s. XI o dell’inizio del XII, il significato fondamentale di quest’epoca nello sviluppo della scrittura è l’individuazione di tutte le sue caratteristiche essenziali, unita a una certa libertà di forme che la distingue dal rigore e dalla convenzionalità dei periodi successivi.

Il periodo della maturità

      Questo è il più lungo dei quattro periodi, nel quale si trovano i prodotti di maggiore qualità e rifinitura. Gli studiosi hanno giustamente legato il nome di Desiderio (1058-1087) alla fase migliore della beneventana, poiché i più bei codici del s. XI sono nati grazie al suo zelo e amore per le lettere. Ho assimilato all’epoca desideriana il mezzo secolo precedente e quello seguente, poiché troviamo in essi esemplari che da una parte illustrano la graduale ascesa verso il punto più alto e dall’altra dimostrano un lentissimo, quasi impercettibile allontanamento dalla perfezione.
      Per evitare ripetizioni, descriverò i risultati della sola età desideriana, restando inteso che i manoscritti del cinquantennio precedente mostrano le stesse caratteristiche in forma meno perfezionata, mentre gli esemplari del cinquantennio seguente evidenziano soltanto un’intensificazione o esagerazione delle caratteristiche desideriane che evolveranno poi nel manierismo.
      Nei codici di epoca desideriana quindi colpisce innanzitutto la regolarità della scrittura. Le lettere sono eseguite con una tale mirabile precisione da sembrare riprodotte meccanicamente, senza tuttavia perdere la distinzione e la bellezza propri della migliore calligrafia.
      I fattori che contribuiscono a questa regolarità sono: il perfetto allineamento e la misura nello spazio occupato da lettere e parole; l’alternanza fra tratti sottili e pieni, questi ultimi obliqui, a forma di losanga e paralleli fra di loro, caratteristiche che distinguono significativamente l’aspetto di una pagina in beneventana del periodo della maturità (con l’eccezione del tipo di Bari); la forma chiaramente ‘smussata’ dei tratti verticali delle lettere che scendono al di sotto del rigo di base; la congiunzione delle curve; l’uniformità della punteggiatura. Il copista di età desideriana appare insomma cosciente della sua abilità e felice di usarla, ma dimostra anche un controllo e una accuratezza magistrali, che rendono la sua opera il punto più alto raggiunto dalla beneventana.

Il periodo del declino

      Il quarto periodo può essere fatto in pratica coincidere con il s. XIII, sebbene segni di decadenza siano evidenti già in molti codici del XII. Se il copista desideriano ha trasformato i tratti curvi dei suoi predecessori in losanghe, lo scriba del s. XIII abbandona queste ultime in favore di forme ancora più angolose. Ma non è solo questa angolosità che contraddistingue il declino. Sembra infatti che i copisti perdano la capacità di unire i tratti, con il risultato di spezzare le lettere e di presentare una forte senso di disintegrazione. L’angolosità e la tendenza a spezzare vanno di pari passo con una diminuita abilità nel vergare i diversi tipi di tratti: mancano insomma vigore e precisione. Tutto ciò non esclude tuttavia che si eseguano manoscritti di ottimo livello. Ma anche questi, sebbene a prima vista sembrino assomigliare ai codici del s. XI, a un esame più attento rivelano chiari segni di decadenza. L’allontanamento da tutti gli usi precedenti si nota nell’allentarsi della tradizione, nell’abbandono delle vecchie regole grafiche, nell’accettazione di caratteri propri di altre scuole, nell’adozione di innovazioni come il punto sulla i, il tratto di ‘a capo’, la rigatura a inchiostro o a piombo.

Gli elementi

      Il periodo della scrittura beneventana cui siamo principalmente abituati è quello delle forme perfettamente sviluppate del s. XI. Queste forme presentano tuttavia un quadro di cui è difficile a prima vista distinguere gli elementi. L’uniformità e la monotonia dei tratti, l’artificiosa regolarità della loro successione e fusione sembrano nascondere completamente il tipo di scrittura, di cui appare solo lo stadio cristallizzato e altamente stereotipato. Nulla sarebbe più scorretto di ritenere la beneventana il risultato di un’arbitraria innovazione. Bisogna invece riconoscere che ogni lettera usata nel periodo desideriano non è altro che la forma più convenzionale e calligrafica della stessa lettera (compresi i legamenti) che troviamo nel s. VIII. In altre parole, le lettere del s. XI sono lo sviluppo logico e naturale di quelle che le hanno precedute, la cui morfologia non risulta significativamente modificata. Nella beneventana, a differenza di quasi tutte le altre scritture, si può infatti riconoscere una duratura ed eccezionale coerenza nello sviluppo.
      Cosa dà allo stadio sviluppato della scrittura il suo caratteristico aspetto? Non soltanto l’uso delle forme corsive di cui abbiamo trattato e che la distinguono dalla carolina, poiché queste si trovano in altre minuscole calligrafiche ben diverse, per come si presentano, dalla beneventana sviluppata. L’aspetto tipico della beneventana sviluppata è anche, e in maggior misura, dovuto al modo in cui lo scriba beneventano usa la penna, in altre parole alla sua tecnica. Occorre qui considerare questo aspetto del lavoro del copista, e a questo fine dobbiamo suddividere le lettere nei loro elementi costitutivi e scendere nei dettagli.
      Gli elementi importanti di cui si compongono le lettere sono sei: il tratto verticale corto (i), la curva, il tratto verticale lungo, il tratto verticale che scende sotto la linea di base, il tratto orizzontale che unisce diverse lettere, il tratto d’attacco.

      Il tratto verticale corto (i)
      Iniziamo con il tratto i, che è l’elemento di base di parecchie lettere brevi, il che significa che il modo in cui la i breve è tracciata nella scrittura sviluppata coincide con quello in cui sono tracciati i tratti costitutivi di m, n, u e in parte h e t.
      Fin dal periodo iniziale si nota la tendenza a evitare di scrivere la i come un semplice tratto verticale. Invece di aprire e chiudere semplicemente la lettera, si preferisce praticare un approccio più morbido, consistente in un sottile tratto d’attacco da sinistra a destra e in un altrettanto minuto tratto di chiusura. Quando l’esigenza della calligraficità richiese una maggiore attenzione per il chiaroscuro, i due tratti estremi della i divennero quelli pieni della lettera. Dal momento che diverse altre lettere sono composte dagli stessi elementi della i, e per assicurare loro un uniforme aspetto calligrafico, al tratto pieno fu attribuita una cura particolare, tanto che in effetti esso diventa sempre più uniforme man mano che la scrittura si sviluppa. La forma precisa del tratto pieno (ed effettivamente esso assume una forma definita) fu largamente condizionata dal normale aspetto della i. Il tratto pieno superiore discende da sinistra a destra per dare l’aspetto di un sottile tratto d’attacco, mentre quello pieno inferiore discende anch’esso da sinistra a destra per assomigliare al tratto di chiusura, volto leggermente verso l’alto. Solo il centro della lettera rimane sottile, . La forma del tratto pieno dipende da quella della punta della penna. Il copista beneventano scriveva con una penna dalla punta tagliata obliquamente, con il lato lungo a destra rispetto allo scriba. Considerati l’intento di ottenere il chiaroscuro, l’uso di una penna opportunamente tagliata e la forma della i breve, i tratti pieni, se rafforzati e fortemente in contrasto rispetto a quelli fini, devono assumere l’aspetto di una losanga obliqua: la i inizia quindi in un manoscritto desideriano con una spessa losanga, cui si unisce in basso un’altra losanga inclinata secondo lo stesso angolo della prima. Il punto di contatto fra le due losanghe costituisce il solo tratto sottile (l’effetto è dovuto al movimento alternato di pressione e rilascio della punta della penna, che rimane tuttavia sempre in contatto con il supporto). La losanga, o il tratto pieno della i, ha una funzione così importante da far ritenere, senza timore di esagerazione, che il chiaroscuro delle lettere curve si sia in qualche misura sviluppato analogamente, tanto da formare parte di lettere molto diverse dalla i, come ad esempio la t, naturalmente curva.

      La curva
      Consideriamo adesso il secondo elemento, la curva. Fra le tredici lettere che contribuisce a formare, osserviamo innanzitutto la più tipica, la o.
      Sebbene questa lettera possa essere formata da un solo tratto, ha un aspetto più uniforme se costituita da due tratti. In questo caso ci attenderemmo che il punto di passaggio del chiaroscuro si trovasse nella parte centrale dei due archi. Il confronto di una o beneventana del periodo migliore con il chiaroscuro della stessa lettera in antiche iscrizioni o in esempi di grafica moderna metterà in luce una significativa differenza. Mentre nella o moderna la sezione più spessa è perpendicolare alla linea di base, in modo che lo spazio interno formi un’ellisse il cui asse principale è anch’esso perpendicolare alla base, lo spazio ellittico all’interno di una o beneventana del periodo migliore ha l’asse principale obliquo e inclinato a sinistra. (Lo stesso si verifica nell’onciale di ottimo livello e in altre scritture). Il fatto è dovuto alla posizione della sezione più spessa dei tratti curvi, determinata a sua volta dalla forma della punta della penna. Le curve infatti non si ispessiscono a metà dei due archi della o, ma rispettivamente verso il margine inferiore dell’arco sinistro e quello superiore del destro; in questo modo, se portato all’estremo, il fenomeno fa assumere all’intera lettera la forma di una losanga poggiata su uno degli angoli, con i due lati lunghi molto spessi e quelli corti molto sottili, .
      Ciò che è vero dei due archi di o è anche vero degli archi che formano le lettere a, b, c, d, e, f, g, k, p, q, s, t. In tutte queste lettere i tratti spessi sono ovviamente quelli obliqui verso il basso, in modo da disporsi parallelamente alla losanga obliqua della i. Ciò spiega la straordinaria regolarità dell’aspetto dei manoscritti del periodo desideriano e anche più tardi.

      Le aste ascendenti
      Sono più lunghe e sottili nei manoscritti più antichi, più corte e tozze in quelli più tardi. La tendenza a ispessirle in alto si nota già nei primi codici, anche se si realizza nel secondo periodo. Nei manoscritti desideriani e in quelli più tardi si evidenzia una tendenza all’angolosità, dovuta alla marcata pressione della penna all’inizio della lettera. Nel periodo migliore le aste tendono a essere più dritte rispetto alla fase precedente o a quella seguente. Le lettere che presentamo aste alte sono b, d (quando non ha la forma onciale), h, k, i lunga e l.

      Le aste discendenti
      Le lettere con un’asta discendente sotto il rigo di base sono innanzitutto p e q e la forma enclitica di i (usata nei legamenti obbligatori ei, gi, li e ti), nonché, in misura minore, f, r e s. Tutte queste lettere nel periodo migliore presentano l’asta formata da un pesante tratto perpendicolare chiuso da un sottile tratto obliquo da destra a sinistra, che dà all’asta un aspetto smussato. L’effetto è determinato dal fatto che il copista non solleva la penna nel punto in cui termina il tratto pesante, ma fa in modo di staccarla gradualmente dal supporto scrittorio. Nei manoscritti dei primi due periodi (cioè fino al s. XI) le aste di p e q sono eseguite molto semplicemente; quelle della i lunga o enclitica curvano regolarmente.

      Il tratto di collegamento orizzontale
      Le lettere e, f, g, r e t appaiono unite alle lettere seguenti da tratti di collegamento. Nel caso di e e f quest’ultimo coincide con il tratto orizzontale. Nel caso di r non è altro che l’allungamento dell’estremità destra, in quello di t la parte destra del tratto orizzontale, in quello di g l’estremità superiore destra.
      L’elemento è importante per due motivi: prima di tutto perché è una caratteristica costante, dal momento che (salvo in qualche caso per r) queste cinque lettere sono sempre unite alle seguenti tramite un tratto di collegamento; in secondo luogo perché nella beneventana matura quest’ultimo consiste in un pesante tratto orizzontale esattamente in linea con la parte superiore delle lettere brevi, in modo che una parola come regeret, ad esempio, che contiene tratti di collegamento per tutta la sua lunghezza, presenta un solo tratto orizzontale dall’estremità destra della r alla t, unendo così sette lettere, . Questa è una delle caratteristiche che rendono una pagina di beneventana matura allo stesso tempo regolare nell’aspetto e difficile da decifrare. La tendenza a far coincidere il tratto di collegamento con la linea immaginaria superiore del corpo delle lettere si nota già nel s. X.

      Il tratto di attacco
      Quattro lettere presentano il tratto di attacco: f, p, r e s. Nel caso di p esso è tracciato in cima all’asta, nelle altre circa a metà e consiste in un semplice punto, più o meno spesso. Nel periodo migliore appare più consistente. Il tratto è una caratteristica regolare delle quattro lettere, che collega con le cinque prima citate perché presentano il tratto di collegamento.
      Questi sono gli elementi principali dell’alfabeto della beneventana. L’analisi finora compiuta spiega come la natura calligrafica della beneventana comporti il fatto che le lettere siano eseguite in parecchi tratti. Impiegando infatti tratti spessi, lo scriba beneventano era costretto a formare le lettere soprattutto con tratti eseguiti verso il basso (è impossibile infatti rendere spessi tratti che vanno verso l’alto); inoltre, vergare delle lettere mediante tratti verso il basso richiede necessariamente di sollevare più spesso la penna. Un esempio chiarirà il concetto: se per tracciare la o lo scriba si fosse limitato a ispessire il lato sinistro e continuare il tratto verso l’alto per chiudere la lettera, l’avrebbe completata in un solo tratto. Ma se entrambe le curve della o devono essere rese spesse, due tratti sono indispensabili. Questo principio si applica a tutte le lettere.
      In questo modo si evidenzia una curiosa anomalia della beneventana, un’incongruenza fra la sua origine e la sua fase sviluppata. Pur piegando tipicamente elementi corsivi all’uso librario, essa è infatti anche quella la cui tecnica esecutiva si allontana maggiormente dalla prassi corsiva. Mentre quest’ultima si basa sul principio del minimo sforzo, il che comporta il minor allontanamento possibile della penna dal supporto, le lettere beneventane si possono ritenere formate con il massimo numero di tratti. Lo scriba deve sollevare la penna più volte per ogni lettera, usando il suo strumento come un pennello più che come una penna. Nel legamento obbligatorio gi si utilizzano non meno di sei tratti, contro i due del suo antenato corsivo.

      Le lettere
      Rispetto alla loro posizione sulla riga le lettere possono essere divise in diversi gruppi:
      1. Lettere corte: a, c, i, m, n, o, r, t, u, x. Fra queste dieci a, m, n, o, t, u sono sempre corte, ma c può innalzarsi al di sopra della linea superiore del corpo delle lettere, i può scendere sotto la linea di base o innalzarsi al di sopra della linea superiore del corpo delle lettere, r può estendersi in alto o in basso rispetto all’usuale forma corta, x può scendere sotto il rigo.
      2. Lettere con tratti verticali: b, d, h, k, i lunga, l. Fra queste lettere d ha due forme: quella onciale è priva del tratto verticale e spesso più corta delle altre cinque lettere.
      3. Lettere che scendono al di sotto della linea di base: f, g, p, q, r, y (in alcuni periodi anche s e perfino i). Fra di esse p e q (ma anche r all’interno di una sillaba) scendono regolarmente al di sotto della linea di base, mentre f, g e y non altrettanto, talora affatto. Tutte le lettere, ad eccezione di g, si chiudono in basso con una linea diritta, che nel periodo maturo appare di solito smussata o termina con un tratto sottile.
      4. Lettere che si innalzano leggermente al di sopra della linea superiore del corpo delle lettere: c (nella forma crestata), e, f, r, s, z.

A

      È una delle lettere caratteristiche della scrittura. Nella prima fase (ss. VIII-IX) ha la forma aperta , vergata come due c vicine. Ma la forma chiusa , vergata come una o seguita da una c, appare molto presto. A partire dall’inizio del s. X e in seguito la forma chiusa è la regola, la forma aperta l’eccezione. Nella scrittura matura a si distingue dalla t solo per il tratto finale: nella t è orizzontale (coincidente con la linea immaginaria superiore del corpo delle lettere) e si collega alla lettera seguente, nella a si piega verso il basso.
      La forma onciale, tipica della carolina, è usata solo in casi particolari, come in fine di riga se manca spazio per la a normale, in note marginali o glosse, dove si preferisce naturalmente la forma più economica, oppure all’inizio di una frase al posto di una maiuscola. La diminuita coscienza delle tradizioni della scrittura spiega la frequente presenza della forma onciale all’interno di riga.

B

      Nei manoscritti più antichi il tratto verticale è relativamente sottile, nella fase matura appare più corto e chiaramente più spesso. La curva appare più frequentemente chiusa che aperta nei codici del s. IX. Dopo il primo terzo del s. XI la curva si chiude regolarmente.

C

      Prevede due forme: quella ordinaria, consistente in un semplice tratto curvo, e quella meno frequente, che appare come due c sovrapposte . La seconda, chiamata ‘crestata’, discende direttamente dalla corsiva. È particolarmente frequente nei manoscritti più antichi, meno in quelli dei ss. X e XI. Si trova ancora sporadicamente nei migliori esemplari della fine del s. XI e dell’inizio del XII. Dopo appare raramente. La norma non si applica ai codici del tipo di Bari, che piuttosto curiosamente mostrano una preferenza per la c crestata. Alcuni copisti tendono a usarla in presenza di due c consecutive.

D

      Si usano due forme, l’onciale e la carolina. La seconda presenta un tratto verticale, la prima un tratto ripiegato su se stesso. La forma normale nei codici beneventani è quella onciale, che nel periodo desideriano e successivamente è in pratica l’unica. Entrambe le forme appaiono insieme, occasionalmente perfino all’interno della stessa parola, in molti manoscritti anteriori al s. XI. Non sembra esservi alcuna regolarità nella scelta delle forme. Alcuni copisti mostrano una preferenza esclusiva per la forma carolina. Se si preferisce la forma onciale, si tende a usare la d diritta nelle abbreviazioni (come quelle per quod, idem o id est, secundum), ovviamente perché il tratto verticale si adatta meglio al tratto abbreviativo orizzontale.

E

      L’occhiello o la curva chiusa superiore si estende caratteristicamente al di sopra dell’altezza normale della lettera corta. È un po’ più grande nella fase matura, tanto da raggiungere l’altezza di f, r o s. Il tratto che divide l’occhiello superiore da quello inferiore corre orizzontale lungo la linea immaginaria superiore del corpo delle lettere e permette l’aggancio alla lettera seguente.

F

      Sale al di sopra delle lettere corte e, tranne che nel tipo di Bari, scende al di sotto della riga. Come r ed s presenta un piccolo e spesso tratto di attacco. Si collega alla lettera successiva mediante un tratto orizzontale che nella fase matura coincide con la linea immaginaria superiore del corpo delle lettere.

G

      L’occhiello superiore è indifferentemente aperto o chiuso in tutte le fasi della beneventana. Quello inferiore è regolarmente aperto e scende di regola sotto la riga. Nei manoscritti più antichi questa parte della lettera finisce con una curva verso l’alto, in quelli del periodo desideriano e più tardi la curva è meno marcata. In alcuni codici la curva volge persino verso il basso. Il tratto orizzontale di connessione corre lungo la linea immaginaria superiore del corpo delle lettere dal punto più alto della curva alla lettera seguente.

H

      La forma è quella ordinaria, con l’asta relativamente più spessa e corta nella scrittura matura. Il tratto che forma l’arco volge regolarmente verso l’esterno sul rigo di base.

I

      Esistono due forme, ciascuna con il suo specifico uso:
(a) la i lunga, la forma alta di i, usata in posizione iniziale (a meno che la lettera seguente abbia un’asta sotto o sopra il rigo) e all’interno di una parola quando ha suono semivocalico. Differisce da l per il fatto che manca in basso del piccolo tratto rivolto in alto;
(b) la forma corta di i, usata in tutti gli altri casi (tranne quando è preceduta da e, f, g, r o t, nei quali casi si usa la forma enclitica).

K

      Ha la forma di una h dall’arco leggermente più ampio. Nel punto in cui piega verso il basso, la curva è sormontata da un tratto simile a una virgola rovesciata, che fa assomigliare la lettera a una combinazione di h e c.

L

      L’asta è più corta e spessa nella scrittura matura. Termina con un tratto verso l’alto che la differenzia dalla i lunga.

M

      Nei manoscritti posteriori al s. IX i tre tratti che formano la lettera assomigliano a tre i consecutive, tutte più spesse in basso e volte a destra. Nei codici più antichi volge a destra solo il tratto finale.

N

      Si sviluppa come la m: nei manoscritti più antichi volge a destra solo il secondo tratto.

O

      Assume la forma ordinaria.

P

      Assume la forma ordinaria. L’asta presenta in cima un piccolo tratto di attacco.

Q

      Assume la forma ordinaria.

R

      La lettera ha distinte fasi di sviluppo e costituisce quindi un importante criterio di datazione. In realtà è la forma della r finale che varia nei diversi periodi. Il suo tratto verticale è regolarmente corto e generalmente volto all’esterno nei manoscritti più antichi del s. XI. Esso è regolarmente lungo (scende cioè al di sotto del rigo), usualmente diritto e sempre più stretto nei codici del periodo migliore (cioè la seconda metà del s. XI) e più tardi. All’inizio del s. XI l’uso è incerto, tanto che nello stesso codice si trovano un copista che usa la vecchia forma della r finale e un altro quella nuova. Nei codici del tipo di Bari tuttavia la forma corta della r finale continua a essere usata ancora nel s. XII.
      All’inizio o all’interno di una parola la r è lunga a meno che non sia seguita dalla lettera i, nel qual caso si unisce regolarmente a questa e ha l’asta breve. I codici che presentano la forma corta alla fine di una parola mostrano anche l’uso occasionale dell’asta breve alla fine di una sillaba all’interno di una parola. In tutti i periodi la lettera presenta un piccolo ingrossamento o tratto di attacco alla sinistra dell’asta. Il tratto superiore permette il collegamento con la lettera seguente. Nella r finale il tratto superiore termina con una curva verso l’alto, tracciata piuttosto liberamente nei codici anteriori al s. XI e in modo più controllato in quelli del periodo maturo.
La forma simile alla cifra arabica 2 è usata dapprima, come nell’onciale, esclusivamente nel legamento or dell’abbreviazione per troncamento -orum. Nel s. X la si trova irregolarmente dopo o anche all’interno di parola. Non diviene comunque frequente fino al s. XIII e anche allora molto probabilmente come risultato di influenze esterne. La forma soprascritta comincia a essere usata verso la fine del s. XI e guadagna gradualmente terreno, divenendo assai comune (anche in una forma simile) in codici del s. XIII.

S

      La lettera si eleva al di sopra del livello delle lettere corte e termina con una curva verso il basso. L’asta usualmente scende al di sotto del rigo nei codici del periodo maturo, tranne che in quelli del tipo di Bari che presentano l’asta corta e volta alquanto all’esterno anche nel s. XII. Come f, p ed r, la s ha un piccolo tratto di attacco alla sinistra dell’asta.
      Durante il s. XI si afferma l’uso di scrivere la s finale in una forma onciale soprascritta oppure come una grande lettera onciale sul rigo, quando la s è l’ultima lettera.

T

      È una delle lettere caratteristiche della scrittura, chiaramente di origine corsiva. Viene tracciata usualmente in tre tratti, in quest’ordine: (1) un tratto curvo formato come la lettera c; (2) un tratto verticale formato come una i corta; (3) un tratto orizzontale tracciato lungo la linea superiore del corpo delle lettere, verso destra a partire dall’alto del tratto verticale. Il tratto verticale rappresenta l’asta della lettera, gli altri due tratti (tracciati nella corsiva senza sollevare la penna) l’elemento orizzontale. Il tratto curvo scende regolarmente fino al rigo dopo la metà del s. X, occasionalmente anche in manoscritti più antichi. Quando tocca la parte inferiore del tratto verticale forma una curva chiusa. Questa è la regola dopo il periodo maturo (s. XI ex.). Prima di allora la curva aperta è più comune.
      Nella scrittura matura la t si differenzia dalla a per l’ultimo tratto. Nella t è orizzontale o leggermente volto verso l’alto quando è finale; nella a la parte corrispondente curva verso il basso.
      La forma onciale, simile a quella della minuscola ordinaria, si presenta irregolarmente. Ma, come la a onciale, è usata solo in determinate circostanze, come in fine di riga, quando non vi è sufficiente spazio per la forma normale, oppure in glosse dense e aggiunte marginali, dove la forma meno ingombrante è più adatta. Questa forma, che si eleva usualmente al di sopra delle lettere corte, è più frequente nella scrittura matura, ma se ne trovano esempi anche nel s. IX.

U

      Viene tracciata come due i consecutive, con la differenza che il primo tratto volge alla fine verso l’alto e tocca il successivo. La forma a v è irregolarmente usata soprascritta al fine di guadagnare spazio. Essa è più comune in codici del primo periodo.

W

      Nei manoscritti anteriori al s. XI la lettera è resa da due u consecutive. Apparentemente essa non è usata prima della seconda metà del s. XI. I due tratti centrali si incrociano, assumendo la forma di un monogramma composto da due v.

X

      È usualmente formata da tre tratti. Il tratto principale è una linea un po’ sinuosa inclinata a sinistra. A partire dalla metà di esso (spesso al di sotto della metà) parte un tratto più breve da destra a sinistra in basso, verso l’interno o l’esterno. L’ultimo tratto, formato come una virgola inversa, è vergato verso l’alto da sinistra a destra, chiudendosi con una curva verso il basso. Esso raggiunge il primo tratto usualmente al di sopra della metà e assume con la metà inferiore di questo una forma identica a una c.

Y

      La forma ordinaria consiste in una parte formata come una v e in un tratto verticale sotto il rigo, vergato verso il basso a partire dalla cuspide della v, in direzione ora verticale, ora obliqua. Talora l’intera lettera si trova sul rigo. In alcuni codici, come il Registro Vaticano 1 dell’Archivio Segreto Vaticano, la lettera è tracciata in questo modo: il braccio destro scende in linea diritta e coincide con l’asta, mentre il braccio sinistro costituisce una linea orizzontale, perpendicolare all’asta. Il puntino sopra la lettera compare irregolarmente: non è usuale.

Z

      Non si registra una forma regolare a causa della relativa rarità della lettera, ma esiste comunque una certa somiglianza fra le diverse versioni. La forma usuale differisce dalla z maiuscola per il fatto che il primo e l’ultimo tratto sono curvi, l’uno verso l’alto e l’altro verso il basso. Le differenti forme della lettera sono dovute principalmente alla variabilità della curva superiore, ma in parte anche alla maggiore o minore lunghezza della linea obliqua. La lettera assomiglia spesso a una g semionciale, salvo che per il fatto che la traversa orizzontale della z curva verso l’alto a sinistra.

I legamenti

      Quando due lettere consecutive si congiungono senza cambiare realmente forma, siamo di fronte a dei nessi. Quando invece due lettere consecutive si combinano in modo tale che una di esse o entrambe perdono più o meno profondamente la loro forma normale, siamo di fronte a legamenti. La caratteristica essenziale di un legamento è il sacrificio parziale delle lettere per ottenerne la combinazione.
      I legamenti si rendono necessari o per la mancanza di spazi riservati alle singole lettere, il che accade di solito alla fine delle righe - e questi sono i legamenti che si trovano nelle iscrizioni e nei più antichi manoscritti in onciale e semionciale -, o per la mancanza di tempo - e questo è il caso dei documenti notarili, dove l’esigenza di scrivere rapidamente interferiva con il tracciato normale delle lettere.
      Mentre l’incisore nel predisporre il nesso NT - per prendere un esempio concreto, risparmiava effettivamente lo spazio di una lettera, il notaio da parte sua poteva o meno utilizzare altrettanto spazio per il legamento quanto per le lettere staccate. Il vero guadagno nel legamento è il tempo risparmiato non sollevando la penna: si risparmia tempo economizzando sforzo. È appunto quest’ultimo genere di legamento che i tipi più antichi di minuscola basati sulla corsiva ripresero in pieno dalla stessa corsiva - indubbiamente per la stessa ragione di economia. Fra questi tipi la beneventana non solo usò i legamenti più ampiamente degli altri, ma ne fece una caratteristica morfologica permanente. Quando la scrittura divenne calligrafica, i legamenti assunsero una forma fissa e vennero ereditati senza la minima coscienza della loro origine da parte dei copisti.
      Come si è detto, la caratteristica principale di un legamento è che una o entrambe le lettere vengono modificate. Nel tentare di scoprire dei principi in base ai quali raggruppare i diversi legamenti, ho osservato che praticamente in tutti una lettera è più sacrificata dell’altra. Posso quindi tentare di proporre una terminologia basata su questo principio che, sebbene non interamente calzante per tutti i casi, può tuttavia essere considerato utile almeno in alcuni. Ho chiamato "enclitico" il legamento in cui la seconda lettera appare cambiata e dipende dalla prima, "proclitico" quello in cui la principale modifica riguarda la prima lettera, che appare dipendere dalla seconda. Vi sono tuttavia dei casi in cui risulta difficile decidere quale delle due lettere sia ‘parassita’, dal momento che entrambe appaiono in qualche modo modificate. In questi casi mi sono basato sulla lettera che ha cambiato maggiormente la sua forma e ho posto il legamento nel gruppo corrispondente.
      Un’altra differenza è ancora più importante. Esistono legamenti che possono essere usati, altri che debbono esserlo; il che vuol dire che quando alcune lettere sono vicine tra di loro, non è ammessa altra forma che non sia il nesso. Ho chiamato il primo tipo facoltativo e il secondo obbligatorio.
      Suddivisi tra enclitici e proclitici, si contano i seguenti legamenti:
      (1) con la i enclitica: ci (forma meno comune), ei, fi, gi, li, mi (forma meno comune), ni (forma meno comune), ri, ti non assibilato.
      (2) con la p enclitica: rp, sp, xp.
      (3) con la r enclitica: or, ar.
      (4) con la t enclitica: et, nt, ct, st.
      (5) con la a proclitica: il dittongo ae.
      (6) con la t proclitica: ta (forma meno comune), te (forma meno comune), tu (forma meno comune), ti assibilato.
      Sono obbligatori i legamenti ei, fi, gi, li, ri, ti (nelle due forme). Tutti gli altri sono opzionali.

ae

      Facoltativo. Nei manoscritti più antichi (ss. VIII-IX), e occasionalmente in quelli più tardi, si trova una combinazione di a ed e in cui la a ha forma aperta, come due c vicine, la seconda delle quali rappresentata dall’occhiello inferiore della e, che conserva la sua forma normale . Il legamento più comune tuttavia, antico come il precedente, è quello in cui la a gioca un ruolo più subordinato, quello di una coda o di una cediglia attaccata all’occhiello inferiore della e, . Strutturalmente questa coda, dalla forma simile a quella di una c, rappresenta l’arco della a onciale, mentre il tratto principale di quest’ultima è rappresentata dall’occhiello inferiore della e. In entrambe queste forme del legamento ae la a è proclitica.

      Facoltativo. Nel legamento viene usata la forma crestata della c. La curva superiore prosegue al termine verticalmente verso il basso fino al rigo di base e volge verso l’esterno. Questo tratto, che rappresenta l’asta della t, è tagliata da una breve linea orizzontale che forma la traversa.

      Si trova in alcuni tra i codici più antichi (altrimenti è molto raro). Partendo dall’estremità inferiore della c un tratto a forma di virgola scende sotto il rigo e rappresenta la i.

      Facoltativo. Sebbene le due lettere sembrino formare un nesso piuttosto che un legamento, l’appartenenza alla seconda tipologia è giustificata dal mutamento morfologico. Il tratto centrale della e, usualmente vergato orizzontalmente da sinistra a destra, scende in linea obliqua a formare la metà inferiore della c.

      Obbligatorio. Dal tratto orizzontale di e parte una lunga linea verticale che al termine volge verso l’interno. È la forma prolungata della i: la forma corta della i dopo la e sarebbe apparsa un’anomalia (si vedano fi, li, ri, ti). Ma la i alta è molto frequente dopo la e, quando la i è semivocale, come in eius. Si tratta di un caso di due norme contrastanti, in base alle quali il copista poteva scrivere eius con la i indifferentemente alta o prolungata in basso, entrambe forme corrette.

      Legamento facoltativo usato principalmente nella congiunzione e nell’-et finale, evitato all’interno di parola. Il tratto centrale che separa i due occhielli della e, invece di essere orizzontale come al solito, scende in linea obliqua fino al rigo di base ed è sormontato da un tratto a forma di virgola. Questo tratto rappresenta la traversa della t, mentre la curva inferiore ricopre il ruolo dell’asta (si veda il legamento nt).

      Obbligatorio. In alto la f forma una curva aperta cui ne è attaccata al di sotto una simile che rappresenta la lettera i. Il tratto orizzontale della f è rappresentata dal punto di contatto fra le due curve. L’asta della f e la curva della i scendono spesso sotto il rigo. Nel tipo di Bari rimangono invece spesso al di sopra del rigo. In alcuni manoscritti del periodo più antico si trova una forma di fi in cui la i è rappresentata da un tratto a forma di virgola appeso al tratto orizzontale .

      Obbligatorio. La forma prolungata della i, che scende sotto il rigo e piega verso l’interno, è appesa al tratto orizzontale di collegamento della g.

      Obbligatorio. La forma prolungata della i, che scende sotto il rigo e piega verso l’interno, tocca la curva verso l’alto che si trova all’estremità inferiore della l.

      Il legamento è usato soltanto occasionalmente, sia nei manoscritti più antichi che in quelli del periodo maturo. Dall’estremità inferiore dell’ultimo elemento della m discende sotto il rigo un tratto a forma di virgola che rappresenta la i.

      Il legamento è analogo a mi e formato allo stesso modo.

      Facoltativo. Si usa soltanto in fine di parola. Prima del s. XI se ne trovano diverse forme. Una di queste, che si trova già nel s. VIII, diventa la forma normale nel periodo maturo. È fatta così: dalla base del secondo elemento della n parte un tratto orizzontale da sinistra a destra, sormontato da una sorta di virgola allungata. È appunto questo tratto che assume diverse forme nei manoscritti più antichi. Analizzandone la forma vediamo che l’asta della t è rappresentata da quella parte della linea orizzontale che è alla destra della virgola allungata, e che la parte sinistra della stessa linea, compresa la virgola, costituisce la traversa della t. Che questa sia l’interpretazione corretta degli elementi della lettera appare chiaramente da un esame delle diverse forme precedenti al s. XI e dal confronto con il legamento et, in cui la t corrisponde esattamente alla forma che si trova in nt. In effetti un manoscritto che mostra un’insolita forma di t nel legamento nt avrà di solito la stessa forma nel legamento et. Non vi è alcun motivo per considerare la seconda lettera una t inversa.

      Facoltativo e usato principalmente (se non esclusivamente) nella forma abbreviata del genitivo plurale in -orum. L’antichità del legamento si vede dal fatto che non è la r ordinaria ma quella onciale che si lega alla o. L’analisi del legamento mostra che l’asta della r manca, sostituita dalla sezione destra della o. L’arco superiore della r onciale scende fino al rigo ed è aperto o chiuso; il tratto inferiore è rappresentato da una linea orizzontale. Questa linea, regolarmente tagliata da un tratto verticale sinuoso nella desinenza -orum del genitivo, indica l’omesso -um. Così nasce la curiosa forma . Nei manoscritti postdesideriani questa forma di or si trova anche all’interno di parola. Essa occorre occasionalmente in codici più antichi.

      Obbligatorio. L’asta della r rimane invariabilmente al di sopra del rigo. L’elemento orizzontale, invece di piegare verso l’alto, volge in basso e scende sotto il rigo formando un tratto sinuoso simile a una s inversa. La parte inferiore del tratto rappresenta la i.

      Questo legamento non diventa mai molto comune e, a mia conoscenza, non si trova mai prima del s. XI. È formato come il legamento ri, cui si aggiunge un breve tratto orizzontale che taglia la parte che rappresenta la i. La coda del legamento diviene così l’asta della t, mentre il tratto che la interseca rappresenta la traversa.

      Facoltativo. L’elemento orizzontale della r parte dall’asta, risale fino a un certo punto e quindi scende obliquamente a formare l’arco e l’asta della p, il primo dei quali rimane aperto, mentre la seconda volge verso l’esterno come nel legamento sp.

      Facoltativo. L’estremità curva superiore della s si collega alla sommità dell’occhiello della p e prosegue verso il basso per formare l’arco, lasciato aperto. L’asta della p spesso volge all’esterno. In alcuni manoscritti la curva che unisce le due lettere si interrompe formando due archi.

      Facoltativo. L’estremità curva superiore della s prosegue verticalmente verso il basso e volge all’esterno in fondo, formando così l’asta della t. Il tratto orizzontale breve e talvolta sinuoso che taglia l’asta costituisce la traversa della t.

      Nel gruppo sti il legamento st ha la forma appena descritta, completata all’estremità destra della traversa della t dalla forma allungata della i, che scende al di sotto del rigo di base.

ta, te, ti, tu

      Così come la normale t beneventana, con la traversa che scende in forma di arco a sinistra dell’asta, è un chiaro adattamento della t corsiva, anche le forme dei legamenti ta, te, tu e ti assibilato sono dirette eredi della scrittura documentaria. La forma della t in questi legamenti cessa di imbarazzarci appena ne analizziamo le parti. Infatti, sebbene fortemente modificata, essa rimane strutturalmente immutata.
      L’asta della t, invece di essere verticale, è resa per mezzo di una curva come quella della c. La traversa, invece di scendere con un arco a sinistra di questa curva, risale al di sopra di essa in modo che l’insieme assomigli a una c crestata (o a un epsilon greco). La curva superiore prosegue verso il basso e chiude le due curve aperte: è questo elemento che forma parte della lettera seguente: a, e, u, i.

      È il più raro dei tre legamenti, che si trova solo in pochi fra i più antichi manoscritti. La continuazione della curva superiore o della traversa della t coincide con la prima curva della a.

      Si trova frequentemente nel s. IX, meno spesso nel X e molto raramente dopo. La continuazione della curva superiore o della traversa della t forma la parte posteriore o la curva principale della e.

      Esistono due legamenti per ti, ciascuno con una distinta funzione ed entrambi strettamente obbligatori. La prima forma serve a rappresentare il ti assibilato (cioè il ti seguito da vocale e preceduto da qualsiasi lettera tranne s), la seconda a rendere il ti non assibilato. Quando la t è seguita dalla i, è necessario usare uno di questi legamenti.
      Il legamento per il ti non assibilato è di semplice costruzione. La t conserva la sua forma normale e la i scende dall’estremità della traversa al di sotto del rigo di base, come in ei, gi etc.
      Nel ti assibilato viene usata la stessa forma di ti appena descritta nei legamenti ta e te; l’occhiello superiore o la traversa di t prosegue verso il basso al di sotto del rigo di base e forma la i.

      È frequente nei manoscritti più antichi, meno nel s. X e raro successivamente. La prosecuzione dell’occhiello superiore o della traversa di t costituisce il primo tratto della u.

      Facoltativo. Il braccio superiore destro della x si lega con l’arco della p, il resto della quale è tracciato senza sollevare la penna o ripassarne alcuna parte, lasciando così aperto l’arco. L’asta della p usualmente volge all’esterno.

I nessi

      Come già detto, intendiamo per nessi la fusione di lettere che non modificano le loro forme in modo apprezzabile. Vi sono certe lettere che si collegano sempre alla lettera seguente: sono e, f, g, r, t. Vi è un altro tipo di nesso, e precisamente quello causato dal contatto di due curve, una diffusa caratteristica paleografica alla quale l’eminente studioso Wilhelm Meyer dedicò per primo una trattazione sistematica.

      Teoricamente la fusione delle curve è possibile nella scrittura beneventana quando le lettere b, d, o, p oppure il legamento ri sono seguite da una qualsiasi tra le lettere a, c, d, e, g, o, q, t. Il che significa una quarantina di possibilità. Ma si trovano altre fusioni di curve, come ad esempio bb, pp etc., in cui una curva viene in contatto con un’asta. Sebbene la fusione di curve consecutive sia frequente dopo i primi decenni del s. XI, essa non è una regola assoluta nemmeno nei più perfetti esemplari della fine di quel secolo. Nei codici postdesideriani è così frequente da costituire praticamente una regola, anche se alcuni manoscritti del s. XII mostrano qualche eccezione. All’inizio del s. XI è usata irregolarmente, ma la vediamo applicata frequentemente anche in alcuni codici del s. X. In effetti dopo la metà del s. X la tendenza diviene marcata. In codici dell’inizio del s. X si deve probabilmente a scarsa accuratezza; se si trova in esemplari del periodo pienamente maturo è usata intenzionalmente come parte della tecnica grafica. Nei manoscritti più antichi il suo uso è puramente casuale.

Caratteristiche del tipo di Bari

      La varietà della minuscola beneventana che abbiamo chiamato tipo di Bari si presenta notevolmente diversa da quella fiorita a Montecassino o Benevento. L’effetto principale è quello di una scrittura arrotondata, in contrasto con l’aspetto angoloso delle altre scuole beneventane. L’effetto di rotondità è dovuto principalmente all’assenza di un forte contrasto fra tratti pieni e sottili, al minor numero di aste che scendono al di sotto del rigo di base e alla relativa brevità delle aste che salgono al di sopra della linea immaginaria superiore del corpo delle lettere. Il tipo mostra tracce di influenza bizantina sia nella scrittura che nella decorazione delle figure. Le iniziali, anche se beneventane nell’impianto generale, hanno un proprio inconfondibile carattere.
      Come caratteristiche del tipo si possono menzionare:
      1. L’uso frequente della forma crestata della c, tracciata come un epsilon greco; la forma piuttosto ampia di e con due occhielli quasi uguali; la forma di s e f, che non scendono al di sotto del rigo di base e appaiono piuttosto pesanti in alto; la r finale con asta corta e quella all’interno di parola che assomiglia a una croce priva del braccio sinistro.
      2. Il legamento fi, con l’asta della f posata di solito sul rigo e la parte che rappresenta la i che forma spesso un’ampia curva che arriva fino al rigo o quasi e volge all’interno; anche altri legamenti con i enclitica, la quale usualmente termina con una curva più o meno pronunciata, come ad esempio ei, li, ti.
      3. La forma del segno abbreviativo, frequentemente una lineetta sormontata da un punto, che si trova altrimenti soprattutto nei codici visigotici.
      4. L’uso frequente del simbolo per est rappresentato da una lineetta (diritta o ondulata) con un punto sopra e una virgola sotto.
      5. L’uso di iniziali dal corpo sottile con delle grandi perle all’interno di racemi e l’uso della testa umana, generalmente di profilo all’estremità della lettera iniziale.

Manoscritti del tipo di Bari

      Dal momento che possiedono tutte o alcune delle caratteristiche suddette, i seguenti manoscritti possono essere considerati come appartenenti a questo gruppo, la cui estensione geografica comprende la Dalmazia come la parte sud-orientale della penisola italiana.

Bari, Archivio del Capitolo metropolitano: rotoli di Exultet e un Benedizionale
Berlin, Staatsbibliothek, Theol. quart. 278 (Zadar): Evangeliario
Bisceglie, Archivio del Capitolo cattedrale, s. n.: Evangeliario
Capua, Biblioteca Arcivescovile, s. n.: Atti degli Apostoli ed Epistole
Capua, Biblioteca Arcivescovile, s. n. (ora Vaticano [Città del], Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 14004): Agostino, Omiliario
Cava dei Tirreni, Archivio della Badia della SS. Trinità 6: Gregorio Magno, Cura pastoralis
Dubrovnik, Dominikanski samostan, s. n. (framento di Aimone, commento alle epistole di Paolo)
Dubrovnik, Dominikanski samostan, s. n. (frammento di un commento all’Antico Testamento)
Kotor, Franjevacki samostan Sv. Klare, s. n.: frammento di Pontificale
London, British Library, Egerton 2889: Vitae SS.
Montecassino, Archivio dell’Abbazia 343 (parte II): Origene-Rufino, Periarchon
Montecassino, Archivio dell’Abbazia s. n. (ora Compactiones XV): frammenti da Virgilio, Aen. III-XII
Napoli, Biblioteca Nazionale IV F 3: Ovidio, Metamorphoses
Napoli, Biblioteca Nazionale VIII B 6: Vitae SS.
Napoli, Biblioteca Nazionale, S. Martino 14 (ora XVI A 3): Innario
Oxford, Bodleian Library, Canonici Patr. Lat. 175 (Bari): commento all’Ottateuco
Oxford, Bodleian Library, Canonici Bibl. Lat. 61 (Zadar): Evangeliario
Oxford, Bodleian Library, Canonici Liturg. 277 (Zadar): Horae B. V. M. etc.
Oxford, Bodleian Library, Canonici Class. Lat. 50: Virgilio con scolii
Roma, Biblioteca Casanatense 1101: Vangeli
Roma, Biblioteca Vallicelliana E 281: Epistole di Paolo
Trogir, Riznica Katedrale, Kaptolska Biblioteka, s. n.: Evangeliario
Vaticano (Città del), Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. lat. 160, f. 248, l. 12 s.: testi di medicina
Vaticano (Città del), Biblioteca Apostolica Vaticana, Borg. lat. 339 (Osor): Evangeliario
Vaticano (Città del), Biblioteca Apostolica Vaticana, Ottob. lat. 296: Evangeliario
Vaticano (Città del), Biblioteca Apostolica Vaticana, Ottob. lat. 576, ff. 123-195: Messale
Vaticano (Città del), Biblioteca Apostolica Vaticana, Pal. lat. 178, foglio di guardia: testo liturgico
Vaticano (Città del), Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 3327: Sallustio
Vaticano (Città del), Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 10645, ff. 3-6: Messale
Wien, Institut für österreichische Geschichtsforschung, s. n. (ora 5): frammenti liturgici da Trogir (Dalmazia)

Sono probabilmente da inserire nel gruppo dei testimoni del tipo di Bari i seguenti manoscritti:

Dubrovnik, Dominikanski samostan, s. n.: frammento dell’Antico Testamento (II Re); Omeliario (un foglio); Omeliario (due fogli); Sententiae PP. (quattro fogli)
Eton, College Library B1. 6. 5 (ora 150): Massimiano, Ovidio etc.
Padova, Biblioteca Universitaria 878: frammenti di Eusebio
Vaticano (Città del), Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 1468: Glossario

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