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Nicoletta Giovè Marchioli
Donne che non lasciano traccia.
Presenze e mani femminili nel documento altomedievale
Convegno Impari opportunità. La rappresentazione
dellagire femminile nellalto medioevo europeo come
strumento di valutazione politica (secoli VI-X)
(Università di Padova, 18-19 febbraio 2005)
Quello che vi propongo è il resoconto di
un breve viaggio intrapreso verso una destinazione sconosciuta.
Ma nel contempo, a negazione di quanto ho appena detto, il mio è
stato un percorso verso una meta prevista. Perché indubbiamente
la circostanza della distanza delle donne dalla scrittura in
generale, e più nello specifico le rarefatte tracce delle donne
nelle sottoscrizioni documentali nellaltomedioevo, tema del
quale appunto intendo trattare, è fatto ben noto. Come spesso
succede, però, in molti ambiti degli studi paleografici, si
tratta più di dogmi che di verità dimostrate, per cui mi
sembrava comunque valesse la pena, pure nella piena e rassegnata
consapevolezza della pochezza dei risultati, di cercare
nellevidenza delle fonti conferma di queste ipotesi.
La presenza femminile fra i professionisti
della scrittura, in generale fra gli scriventi, fra i fruitori tout
court della scrittura, pur sempre rilevabile a partire dai
primi momenti della storia della scrittura stessa, diventa
tuttavia più cospicua ed evidente solo nel pieno medioevo. Non
è questa la sede per entrare negli ancora poco percorsi campi
del difficile rapporto fra donna e scrittura, nella cui
valutazione ci si è spesso allontanati da iterati luoghi comuni,
quale appunto quello dellincompatibilità fra le donne e
lattività grafica, o comunque lacquisizione e
lesercizio di abilità grafiche, per segnalare invece le
attestazioni di questa presenza, sebbene non si sia riusciti a
demolire, forse perché invece più vera, la rappresentazione
delle donne come scriventi poco capaci, spesso utilizzanti
scritture personali, di rozza esecuzione o comunque attardate. Se
però il numero dei documenti scritti sopravvissuti è la miglior
misura dellattività grafica, dobbiamo riconoscere che
rispetto ai documenti scritti sopravvissuti lattività
grafica femminile è ben poca cosa. Non serve rafforzarmi e
rafforzarvi nella convinzione di questa storica e perdurante
marginalità, che solo parzialmente si mitiga a mano a mano che
si corre in avanti nel tempo. Né mi interessa in questa sede
laltro lato del rapporto fra donne e scrittura, quello che
si sostanzia nella produzione libraria dovuta a mani femminili.
Più conosciuta, più studiata, nel contempo più esclusiva, si
lega a centri e prodotti scrittori di livello alto ma che non mi
sembrano esemplificativi sino in fondo. A Laon nellVIII
secolo (Dulcia, che copia alla fine del secolo il ms.
Laon, Bibl. Mun. 423), a Jouarre (si trascrissero codici per i
vescovi di Meaux e Parigi), a Chelles (nove monache copiarono
codici per il vescovo Hildebald di Colonia), e nel secolo
successivo a Colonia e Niedermünster, si sono copiati e decorati
manoscritti perfettamente compatibili con le mode
dellepoca, a opera di religiose che impiegano mani
professionali o comunque esperte. Religiose che copiano i codici,
li decorano e talvolta lasciano sui manoscritti anche tracce
marginali, scritte avventizie spesso memoriali, note obituarie o
di lettura.
Per questo mio esperimento, banale se
volete, dagli esiti quasi inevitabili, ho raccolto ed esaminato
un significativo campione della documentazione altomedievale,
costituito in prevalenza dai documenti pubblicati nelle Chartae
Latinae Antiquiores, accanto ai quali ho esaminato alcune
altre edizioni documentarie, scelte in base allunica
discriminante da me seguita nella selezione del materiale, e
cioè la presenza di una riproduzione fotografica ben leggibile
dei testi pubblicati, che mi ha permesso di vedere e valutare
direttamente le mani femminili che in quei documenti lasciano
delle sottoscrizioni. Questo perché sono le scritture stesse a
riassumere immediatamente difficoltà e capacità, a parlare di
educazione grafica, di abitudine alla scrittura e di pratica
della scrittura, o, al contrario, a far immaginare grandi
fatiche, sforzi talora poco proficui e continui approcci e
allontanamenti allo scrivere e dallo scrivere. Preciso inoltre
che rispetto ai limiti temporali previsti dal nostro incontro ho
fatto uno sforamento cronologico, arrivando al pieno XI secolo.
Cautela obbliga a dichiarare la
consapevolezza della casualità del campione raccolto, anche se
sono convinta che la casualità della conservazione rispecchi e
rispetti in realtà la significatività della produzione
documentaria: insomma, si è conservato di più quello che era
quantitativamente più rappresentato. Ritengo perciò che il corpus
oggetto della mia osservazione, che costituisce un complesso
articolato e dilatato nel tempo, assai vasto ma inevitabilmente
trattato come un unicum indistinto, in cui sono entrati
solo gli originali e in cui non ho fatto distinzioni fra
documenti privati e pubblici, per quanto fortemente centrato
sulla realtà italiana sia sufficientemente rappresentativo
dellintero mondo altomedievale, per larco cronologico
che copre e per la varietà nelle forme e nei contenuti degli
atti esaminati, e dunque consenta un sondaggio sufficientemente
probante nei suoi esiti.
Non propongo deduzioni di carattere generale
né ricostruzioni dettagliate relative a un dato ambito
cronologico o geografico. La mia analisi si astrae in qualche
modo dallo spazio e dal tempo, o meglio si muove nello spazio e
nel tempo, entrando in contesti sempre diversi. Mi limito
piuttosto a descrivere di volta in volta i piccoli mondi che ho
incontrato, dunque solo singole, slegate, modeste realtà.
Se questo è il momento della captatio
benevolentiae, sottolineo che il tema sarà osservato
esclusivamente attraverso una prospettiva paleografica, non
diplomatistica o storico-giuridica: dunque la presenza delle
donne mi interessa esclusivamente nei modi in cui essa si esprime
graficamente, né voglio fare confronti con altre epoche. La
capacità delle donne è per me esclusivamente quella grafica e
non quella giuridica, anche se so perfettamente che luna è
legata allaltra, ne è in qualche modo indicatore,
espressione, conseguenza, perfezionamento, così come,
specularmente, la presenza grafica delle donne è la resa
concreta e visibile della loro presenza giuridica. Senza dunque
considerare i documenti sotto il profilo giuridico, li valuterò
solo per le sottoscrizioni femminili che conservano,
faticosamente cercate e raramente trovate. Infatti le donne
passano nella storia, entrano nella storia, fanno la storia,
piccola o grande, ma tante volte le brevi tracce di questi
passaggi, i segni rarefatti di queste presenze sono fatti
sporadici e imprevedibili.
Non solo. Anticipo uno dei risultati cui
sono approdata, e cioè che nel microcosmo delle donne si
riflette perfettamente quanto si ritrova, amplificato e
ridondante, nel macrocosmo degli uomini. Mi riferisco
allinnegabile contrazione della diffusione sociale e delle
funzioni della scrittura nellalto medioevo, che va però
ben distinta e ben spiegata. Proprio lanalisi delle
sottoscrizioni autografe correlate allo status degli intervenientes
permette una riflessione sul tasso di alfabetismo, e forse in
particolare per lItalia non regge a pieno lidea di un
mondo dominato dagli illitterati. In zone e a livelli
diversi esiste fra i ceti medi e superiori della società
altomedievale una certa diffusione della conoscenza dello
scritto: la maggioranza del clero, specie quello cittadino, è
alfabeta, ma esiste anche un alfabetismo laico urbano, che però
diminuisce nettamente nel contado e nei centri minori. Le persone
coinvolte a diverso titolo nei negozi giuridici in molti casi non
producono sottoscrizioni autografe, ma signa manus; nei
casi invece in cui sottoscrivono di proprio pugno è frequente
che si qualifichino esplicitamente come religiosi. Tipologie
scrittorie di riferimento, modalità esecutive, peculiarità
ortografiche e linguistiche, oltre naturalmente alle concrete
realizzazioni grafiche, rappresentano parametri tecnici e
oggettivi per valutare educazione e capacità grafiche di coloro
che si sottoscrivono, che adoperano scritture radicalmente
differenti, in particolare la corsiva nuova e una minuscola
elementare di base, attestate in esiti molteplici.
La mia analisi verterà sulle donne che
delle azioni giuridiche sono autrici o partecipanti, che dunque
agiscono e intervengono nei documenti. Anche le donne,
indubitabilmente, sono protagoniste della documentazione, dal
momento che agiscono, affidano al notaio, al rogatario la
richiesta di redigere il documento, sottoscrivono e chiedono ai
testimoni di sottoscrivere. Solo che questa loro partecipazione
raramente si riflette recta via in una esibizione di
capacità grafica, il più delle volte inesistente, assai spesso
mediata, solo raramente padroneggiata. Se la presenza femminile
è comunque subordinata alla capacità, e dunque alla libertà
femminile di agire giuridicamente, dovendo avere le donne, a
seconda delle diverse professiones iuris, bisogno del
consenso di un uomo, direttamente consequenziale alla scarsità
degli spazi e dei diritti giuridici è la rarefazione delle
scritture femminili.
La presenza grafica femminile si afferma
secondo una gradatio assai chiara, il cui valore assoluto
è confortato dalle continue conferme date dalla documentazione
esaminata, indipendentemente dalla sua collocazione cronologica e
geografica e dalla sua tipologia formale. In moltissimi casi
questa presenza non arriva al momento delle sottoscrizioni, per
cui la donna, pure protagonista, anche unica, dellazione
giuridica, non viene citata, mentre sottoscrivono il coniuge, nel
caso di un atto disposto congiuntamente, oppure i suoi
consenzienti. Così nella charta rogata a Zell il 17
novembre 790, con cui Perahtolt e la moglie Gersinda donano al
monastero di St. Gallen alcuni loro beni, il notaio Scrutolf
ricorda i nomi del donatore e dei tanti testimoni, ma non
menziona affatto la donatrice. Esattamente un anno dopo, a
Schörzingen, il 15 novembre 791 i coniugi Rihpert e Kebasinda
compiono la medesima azione: cambia il notaio, Uuoluuot, ma non
il tenore del documento, e soprattutto torna lomissione del
nome di Kebasinda fra i sottoscrittori. Spostiamoci di scenario,
andiamo avanti nel tempo. Nella charta venditionis con cui
nel luglio 845 nel castello di S. Agata dei Goti Fredemperga,
consenzienti il figlio e il cugino, vende il morgengab,
troviamo ben dodici sottoscrizioni autografe, dei consenzienti e
di tutti i testimoni, mentre non si cita neppure la venditrice.
Così accade in un altro documento simile, rogato a Benevento
nellaprile 920, in cui la vedova Adeltruda, col consenso
dei figli, vende alcuni terreni al vescovo della sua città, e in
cui troviamo le sottoscrizioni autografe dei soli consenzienti,
secondo una pratica assai diffusa in vaste aree dellItalia
meridionale longobarda.
Quando ci sono, le tracce grafiche delle
donne si ritrovano nella parte finale del documento, in cui tutti
gli intervenientes manifestano tangibilmente la loro
presenza. Questo avviene secondo due modalità possibili. La
sottoscrizione autografa e soggettiva, data da un segno di croce,
cui segue una formula in prima persona, e la cosiddetta manufirmatio,
una sottoscrizione oggettiva, rappresentata dalla formula signum
manus, scritta dal notaio, evidentemente comunque probante,
accompagnata da una croce, cui fa seguito il nome della persona.
Si è discusso sullautografia del segno di croce, da più
parti negata e attribuita sempre allintervento del notaio.
Il testimone insomma non traccerebbe materialmente la croce
accanto alle parole signum manus, ammesso poi che
fosse presente anche alla redazione del documento in mundum e
non solo invece allazione giuridica. A volte poi la croce,
di norma una croce greca variamente potenziata, sarebbe una sola
anche se precede un elenco di testimoni raccolti e indicati in
sequenza. Generalmente si osserva un passaggio progressivo dal signum
alla sottoscrizione autografa, che lascia intravedere, in
filigrana, un più generalizzato aumento del livello medio
dellalfabetizzazione, che determina, o attesta, un
coinvolgimento più diretto di autori e testimoni nella
documentazione, anche se forse non dobbiamo assecondare la
pericolosa e semplicistica equivalenza che vuole le
sottoscrizioni per signum manus attribuibili sempre a
testimoni analfabeti.
Anche e proprio nel caso di alcune donne
intervenienti, tanto come attrici che come testimoni, la
sottoscrizione con la formula del signum manus non ha
sempre esclusiva paternità notarile. In moltissimi casi questo
è un fatto certo. Nei documenti di St. Gallen, comè noto,
abbiano essi protagonisti uomini o donne, non ci sono
sottoscrizioni autografe, e al notaio si deve anche il signum
crucis. A questo predominio notarile ci sono però, altrove,
non poche eccezioni, attestate costantemente e presenti già nei
papiri ravennati del VI secolo. Nella charta che a
Ravenna, probabilmente nel 542, compone una lite fra i coniugi
Waduulfo e Riccifrida e Leone, le sottoscrizioni non sono
autografe, ma lo sono le due croci: questo perché del vir
devotus il notaio rileva essere litteras nesciens.
Informazione che evidentemente ritiene superflua, forse perché
scontata, per lhonesta femina. Unaltra honesta
femina, Rusticiana, che il 10 marzo 591 a Classe,
consenziente il marito Tzitta, vende parte di un fondo, nel suo signum
manus traccia solo il segno di croce, dal momento che, come
ancora una volta precisa il notaio, anche lei è litteras
nesciens. Ma questa sua patente di analfabetismo non deve
fare troppa specie, dal momento che a sua volta il marito è un litteras
nesciens, e, in più, traccia un segno di croce incerto con
mano malferma. E per citare un altro esempio ravennate, nella pagina
donationis con cui lancilla Dei Lucia il 18
giugno 893 dona alla contessa Ingelrada, moglie del conte
Martino, otto scrupoli di terra, la prima croce, che apre la sua
sottoscrizione, è certamente di mano del tabellione, mentre la
seconda, di grande modulo, con qualche trattino esornativo,
collocata fra le parole signum e mano
clausola peraltro inusuale , è certamente della donatrice.
Questa specificazione nelle attestazioni per
signum manus da parte del notaio nel presentare il
testimone che non sottoscrive è piuttosto anomala, così come
altrettanto infrequente è da parte del testimone, nelle
sottoscrizioni autografe, laggiungere una qualche
informazione a una formulazione dalla struttura fissa e scarna.
Nella cartha de accepto mundio rogata a Piacenza il 12
maggio 721, sia le sottoscrizioni che i signa manus sono
preceduti da un segno di croce, che ritorna interposto tra signum
e manus e che è autografo, dunque, fra gli altri, di mano
di Anstruda, protagonista dellatto, a proposito della quale
il notaio precisa: mano sua propria subter signum sancte
crucis facientem. Anche in molti altri documenti del dossier
del clan familiare di Totone di Campione, collocabile lungo tutto
lVIII secolo, troviamo che le croci che accompagnano le
sottoscrizioni sono autografe e non di mano del notaio, che tra
laltro lo specifica. Così fa per Uualderata, che il 25
ottobre 756 a Campione dona alla chiesa campionese una porzione
di un uliveto e che appunto signum fecet. In molti altri
documenti ritorna peraltro questa sottolineatura del rogatario
dellautografia da parte della protagonista del negozio
giuridico del signum crucis. Così il notaio Pietro,
quando, nella notitia della donazione fatta alla Chiesa di
Ravenna a Galeata il 25 giugno 873 dalla vedova Matrona, ricorda
che la donatrice singnum sancte cruci feci.
Per tornare alla frequente compresenza
delluomo che magari sottoscrive, e della donna che si
limita a tracciare un più o meno elegante segno di croce, va
detto che essa si rileva costantemente nel complesso della
documentazione esaminata, da Lucca e Siena nellVIII secolo
allarea campana in quello successivo. Ad esempio
nellatto con cui il 10 ottobre 783, a Lucca, i coniugi
Teudiperto e Asperta donano propri beni alla chiesa e al
monastero dei SS. Pietro e Gregorio, da loro stessi fondati, il
marito sottoscrive in prima persona, la moglie non traccia
neppure il segno della croce, mentre nellatto della vendita
compiuta a Milano il 10 agosto 833 di alcuni beni da Uuigelinda
col consenso del consorte e mundoaldo Arifuso, luna traccia
nella sottoscrizione una bella croce greca potenziata, mentre
laltro scrive il proprio nome, ma in una stentatissima
minuscola con qualche guizzo di corsività. Forse però la prassi
più seguita è quella in cui, nel caso di coniugi o parenti di
sesso diverso coinvolti nellazione giuridica madri e
figli, padri e figlie, fratelli e sorelle , il notaio
scrive una sottoscrizione comune che li mette insieme,
accompagnata da uno o più signa crucis che, quando sono
autografi, non è naturalmente possibile attribuire a una mano
maschile o femminile. Nel documento datato 20 novembre 889 con
cui gli sposi Gregorio e Dominicia e Domenico e Orsa chiedono un
livello alla duchessa Angelrada, moglie del duca di Ravenna
Martino, nelle sottoscrizioni oggettive i numerosi signa manus
non sono del notaio, essendo latto manibus nostris
signato. Questa parità di trattamento si potrebbe intendere
anche come una manifestazione dellidea di matrimonio come societas
con unità di intenti. Come prevedibile, in testa alla nostra
ideale piramide, tra le donne che, esibendo un livello assai
variabile di competenze grafiche, sono in grado di produrre una
sottoscrizione autografa, collochiamo delle religiose, accanto,
eccezione nelleccezione, ai casi più alti e proprio per
questo anomali, rappresentati dalle regine e dalle esponenti
della aristocrazia.
Partiamo dalle religiose. La questione del
diverso livello di alfabetizzazione fra chierici e laici ritorna
prepotente. Fra tutti i casi esaminati di donne che si
sottoscrivono soggettivamente la maggioranza pressoché assoluta
è rappresentata da religiose. A proposito degli intervenientes
e del loro ruolo sociale, come già anticipato, le sottoscrizioni
autografe sono più frequentemente attribuibili a personaggi che
esplicitamente si qualificano come ecclesiastici. Questo
accertamento, anzi questa vera e propria autoaffermazione di status,
non rappresenta tuttavia un elemento dal valore asseverativo
assoluto delle maggiori capacità grafiche dei clerici rispetto
ai laici. In particolare, la capacità di produrre una
sottoscrizione non deve portare alla diretta equivalenza con una
più generale abilità o educazione grafica. Nel rapporto con la
scrittura esiste una vasta gamma di espressioni grafiche diverse
da parte di persone che definiremmo bradeos grafontes,
quelli che riconosciamo insomma come semialfabeti o alfabeti di
base. Formula, accanto a quella di agrammatoi, che designa
categorie diverse di scriventi e non scriventi, che vivono
variegate esperienze grafiche, le quali vanno
dallincapacità totale del segno a quella della produzione
di un segno incerto e limitato. Il fatto di tracciare, magari
faticosamente, se non di imitare delle lettere, non significa
infatti avere con la scrittura un rapporto continuato e facile.
E proprio allinterno dei documenti che
ho esaminato verifichiamo ancora una volta linesattezza o
quanto meno lapprossimazione di questa equivalenza. Sono
più le religiose che non sanno scrivere rispetto a quelle che
sanno farlo, anche se questa situazione deve essere corretta
secondo unevoluzione cronologica: in epoche molto alte i
casi di analfabetismo sono la norma, mentre si riducono
fortemente fra X e XI secolo. La monaca Ermilinda che a Lucca fra
il 739 e il 740 vende un appezzamento di terra, la monaca
Altiperga che a Valdottavo, sempre nella zona di Lucca, l1
maggio 752 dona alla chiesa locale la casa in cui risiede, la
monaca Godiperga che, analogamente, dona alla cattedrale lucchese
di San Martino nel 781 la propria abitazione, non solo non
sottoscrivono, ma non tracciano neppure la croce, mentre la
monaca Magnerada, che il 19 novembre 769 dona alla chiesa di San
Zeno di Campione un uliveto e un vigneto, si esibisce in una
croce greca potenziata molto più elegante di quella incerta
prodotta dal prete Aunefrit, suo consenziente, che comunque si
sottoscrive. Georgiperta, badessa del monastero lucchese dei SS.
Maria e Romano, che il 21 maggio 792 conclude una permuta col
diacono Gumprando, non scrive neppure il segno di croce, come non
sa scrivere unaltra badessa lucchese, Astruda, del
monastero di S. Maria di Ursimanno, che il 30 giugno 820 concede
una casa a livello.
Ecco, le badesse. Quelle che sottoscrivono
naturalmente ci sono, come Lantruda, del monastero dei SS. Iacopo
e Filippo di Lucca, che appunto a Lucca è la protagonista di una
complessa azione giuridica che la vede cedere al vescovo Iacopo
un monastero in cambio di un altro, il 24 agosto 806. Lantruda
sottoscrive manu sua la permuta mostrando capacità
grafiche che leditore delle ChLA definisce di
"modesto livello", ma che a me non sembrano tali. La
badessa infatti usa una corsiva nuova, ma quasi senza legature,
dallandamento e dal modulo regolari, con lettere
dallasse diritto, fra cui A aperta e C alta
ma mai crestata, e in cui spicca la contrazione ABBA,
segnalata dal titulus per abbatissa. Lantruda mi
sembra disinvolta, così come disinvoltamente nel medesimo
documento scrivono sei sugli otto testimoni, tutti religiosi.
Anche Tagiperga, badessa del monastero di San Vittore a Meda, usa
una incerta corsiva nuova per sottoscrivere la permuta fatta con
Pietro, abate del monastero milanese di S. Ambrogio, ove
latto viene redatto nel giugno 856. La scrittura di
Tagiperga, morfologicamente corsiva ma eseguita al tratto, è per
certi versi esemplificativa di aspirazioni verso i più usuali
modelli grafici del tempo, rivisitati e semplificati in chiave
personale ma non senza abilità. Per esempio la nostra badessa
nella sua pur breve sottoscrizione: Ego Tagiperga
abbatissa in hac comutatione a me facta subscripsi usa tre
compendi, non del tutto consueti: il troncamento ABB, la
contrazione SS e soprattutto il compendio del P per
per allinterno del suo nome. Per inciso osservo che
abbiamo a che fare con due religiose scriventi che non possiedono
una competenza grafica di matrice libraria, situazione che si
trova completamente rovesciata nelle fonti di cui mi accingo a
parlarvi.
Se facciamo non poca fatica a trovare
significative attestazioni di scritture femminili per molti
secoli, quando arriviamo alle soglie dellanno mille la
situazione muta rapidamente di segno. In particolare quando
entriamo in due monasteri romani, dei SS. Ciriaco e Nicola e di
S. Maria in Campo Marzio troviamo una straordinaria raccolta di
mani femminili. A scrivere sono badesse, dunque donne che
esercitano un potere, accanto però a più modeste monache, le
quali, allinterno di documenti dominati dalla monotona
curiale romana, la scrittura professionale degli scriniarii,
partono da incerte minuscole di base approdando a più sicure
testimonianze in carolina. Vediamo qualcuna di queste donne,
ricordando che le religiose possono agire giuridicamente anche
tramite i loro procuratori, senza dunque intervenire direttamente
nella documentazione, e sottolineando nel contempo come esse
partecipino allatto giuridico a diverso titolo, sia come
attrici, sia come testimoni. Nelle carte dei due monasteri
che partono dalla seconda metà del X secolo e ho esaminato sino
agli inizi del successivo, quando di fatto nella documentazione
romana scompaiono le sottoscrizioni autografe le donne
sottoscrivono quasi sempre in forma soggettiva, accanto agli
uomini spesso più incapaci di loro. A fronte di queste donne, le
religiose, ci sono le altre donne, le laiche, spesso coinvolte
nellazione giuridica, ma che non sottoscrivono mai
personalmente.
Nelle sottoscrizioni autografe romane
ritroviamo degli stilemi codificati, rappresentati dalluso
esclusivo della minuscola carolina e dallabitudine di molte
scriventi di limitarsi al proprio nome, mentre è lo scriniario a
completare la sottoscrizione, usando sempre o quasi la carolina.
Così accade in un atto rogato nel giugno 986, in cui compaiono
come protagoniste due badesse, Eufrosina, di S. Bibiana, e Anna,
di S. Maria in Campo Marzio, che sottoscrivono di loro pugno,
come fanno le altre religiose che intervengono come testimoni,
accanto a due uomini. Tutte le ancillae Dei, Thodoranda,
Amiza, Costanza tranne Maroza, di cui dirò tra poco
scrivono in carolina, scrittura usata anche dal notaio
Iohannes, che pure per il testo aveva scelto la curiale
per completare le loro sottoscrizioni. Si tratta di una carolina
non troppo praticata né troppo ben allineata, con qualche nota
eccentrica: segnalo la scelta di Thodoranda di impiegare una D
maiuscola, o quella di Costanza di utilizzare indifferentemente N
maiuscola e minuscola. Così ancora non accade in un atto del
dicembre 965, in cui Atria, badessa del monastero dei SS. Maria e
Biagio di Nepi, dipendente da quello romano dei SS. Ciriaco e
Nicola, mescola disinvoltamente o incautamente minuscole e
maiuscole e utilizza una lunga serie di compendi per abbatissa
manu propria meo. Il seguito della sottoscrizione è invece
di mano del notaio, che continua con la sua scrittura usuale,
dunque la curiale romana.
Molti di questi documenti sono dei veri e
propri manifesti grafici, in cui le donne si esercitano in una
tenzone ideale, e qualcuna, davvero superiore alle altre, vince.
La badessa Bonizza e le monache Maroza, Ursa e Stefania, dei SS.
Ciriaco e Nicola, luna attrice, le altre testimoni della
concessione dellaffitto di una vigna, l1 luglio 1008,
usano nitide caroline, di grande modulo, fortemente
rotondeggianti, con qualche originalità come una Z
altissima e quasi sovrapponibili nella loro identità
formale. Ma la mano più sicura ed elegante è quella della
monaca Berta: la troviamo fra i testimoni di un atto di vendita
di un casale, rogato il 25 maggio 1012 a Roma dallo scriniario
Stefano, dove si produce in una purissima libraria, cioè in una
bella stilizzazione della tarda carolina, la minuscola romanesca,
unica donna in grado di scrivere in libraria fra tanti
sottoscrittori, certamente molto meno abili e alfabetizzati di
lei, quando non del tutto incapaci, come le sorelle Bona e Berta,
che pure sono le venditrici ma per le quali scrive lo scriniario.
Peraltro la disinvoltura grafica di Berta ci potrebbe far pensare
a lei anche come copista di codici in romanesca.
Fin qui, le religiose. Se da una religiosa
passiamo a una laica, arriviamo al simbolo stesso del potere
politico, alla regina, e accanto alla regina, alle esponenti di
una potente famiglia aristocratica, quella dei marchesi di
Canossa.
Parliamo delle marchese della Tuscia. Di
Richilda, prima moglie di Bonifacio, e di Beatrice, seconda
moglie di Bonifacio e sposa poi del duca Goffredo il Barbuto,
reggente della Lorena, che sottoscrivono molti documenti fra il
secondo e il terzo quarto dellXI secolo, abbiamo solo
sottoscrizioni in forma oggettiva, in cui le due donne tracciano
molto spesso di propria mano il signum crucis, a volte
rielaborato in modo personale, come fa Beatrice, ingrandendolo e
aggiungendovi un punto in ogni cantone. Matilde di Canossa invece
mi ha colpito per loriginalità delle sue espressioni
grafiche, che si allontanano con decisione dalla
contemporaneità, si avvicinano a modelli più remoti e nel
contempo più alti, rappresentando una sorta di scrittura
speciale. Matilde infatti, nella sua sottoscrizione ben nota, il
cosiddetto "monogramma matildino" (Matilda Dei
gratia si quid est subscripsi), collocandosi nel solco dei
suoi predecessori, raggiunge un livello stilistico notevole: usa
solo maiuscole, in una commistione di forme attinte, in
particolare, dalla capitale e dallonciale. Le lettere,
disposte nei cantoni di una grande croce, oppure organizzate su
di ununica riga, spesso sono arricchite con tratti
esornativi, talvolta presentano qualche variatio stilistica
come il tratto mediano della A che può essere
diritto o spezzato e sono tracciate con una mano decisa ma
con esiti non sempre regolari. La sottolineatura della portata
ideologica che sottende a una scelta grafica mi sembra
inevitabile: laffermazione di sé e del proprio ruolo passa
anche attraverso il riferimento a modelli celebri e ben
riconoscibili e lesibizione di forme grafiche legate a un
passato illustre e a contesti duso importanti. La scelta di
una maiuscola, qualunque sia lalfabeto di riferimento, è
la scelta di una scrittura artificiosa, senza tempo, il cui uso,
come osserva Petrucci, "appare insieme occasionale ed
eccezionale, diviso comè in livelli esecutivi fortemente
diversificati. Essa appartiene sia a scriventi che vanno di poco
oltre lelementare di base, sia a mani avvezze a scrivere
codici". È una scelta che ritroviamo, anche se
occasionalmente e in esecuzioni di norma non troppo accurate.
Come definire altrimenti lapprossimativa maiuscola (e
torniamo alle religiose) della monaca Maroza, ultima, anche per
la sua incapacità grafica, fra le sottoscrittrici del già
citato documento del giugno 986, che traccia lettere di grande
modulo e accosta una M a cancello a unimprobabile Z
con tratto mediano verticale? E come considerare le
sottoscrizioni apposte dalle monache Eufrasia e Maria a una
concessione di una casa fatta da Eufrosina, badessa del monastero
nepesino dei SS. Maria e Biagio nel novembre 950, che scrivono il
loro nome seguito dallapposizione di monacha usando
lalfabeto greco: EUPRAXIA MONACA
e MARIA MONACA?
Mi sposto da questi mondi così evoluti
graficamente non senza sottolineare che la loro eccezionalità va
valutata come un segno dei tempi, tempi che sono evidentemente
passati dall11 giugno 896, quando a Ravenna, nel livello
che concede a Giovanni console, Desideria badessa del monastero
di S. Maria ad Cereseo non sottoscrive e neppure traccia
il segno di croce, che si deve al tabellione Domenico, e lo
stesso fanno, anzi non fanno altre due sue consorelle, che
intervengono come testimoni, Lea preposta e Perpetua decana.
Arrivo, per concludere, alle regine. Quelle
merovinge e carolinge non sorprendono. Non mi sorprende il fatto
che nellatto con cui il 10 marzo 673, a Lamorlaye, fa delle
concessioni al monastero di Bruyères-le-Châtel, da lei fondato,
Clotilde, sposa di Teodorico III, re della Neustria, si limita a
tracciare manu propria una croce greca potenziata
fortemente inclinata verso sinistra. Né mi stupisce che lo
stesso faccia la sorella di Carlo Magno, Ghisla, nellatto
dato il 13 giugno 799 ad Aquisgrana, con cui dona dieci villae
al monastero di Saint-Denis, e in cui si limita a tracciare un
esile segno di croce.
Quelle anglosassoni pongono una serie di
problemi. In qualche caso infatti le regine anglosassoni hanno
lasciato delle sottoscrizioni, ma anche nei documenti ritenuti
originali queste sottoscrizioni, pure in forma soggettiva, sono
tutte di mano del notaio, come peraltro avviene in generale per
quelle di tutti gli intervenientes. Tale circostanza
consente solo di registrare una significativa presenza grafica,
ma non di valutarne evidentemente il livello esecutivo. Abbiamo
ad esempio due sottoscrizioni di Cynethryth, consorte di Offa, re
della Mercia, che, utilizzando la medesima formula, Ego Cynedrid regina Merciorum consensi
et subscripsi, sottoscrive un documento con cui Offa
acconsente a una donazione nel 770, e un altro in cui fra il
787/789 e il 796 il re conferma una concessione di terre. Dal
canto suo unaltra regina, s. Æthelburga, consorte del re
della Northumbria Edwin, interviene sì nella donazione fatta nel
luglio 697 o 712 dal re del Kent Wihtred alla chiesa di St. Mary
a Lyminge, ma solo mediante una sottoscrizione oggettiva. Cosa
che, peraltro, fa lo stesso Wihtred, il quale ammette serenamente
la sua ignorantia litterarum.
Le altre regine, anche e soprattutto di
periodi successivi, meno sorprendentemente, non sottoscrivono,
pur intervenendo spesso accanto al consorte e pur producendo
personalmente documenti. In particolare i testamenti ci offrono
la rappresentazione di una realtà che, anche se e quando
cambiano le protagoniste, rimane immutata nella sua sostanza: le
regine sottoscrivono in forma oggettiva limitandosi a tracciare
di proprio pugno il segno di croce, come Cunegonda, vedova del re
dItalia Bernardo, la quale nel suo testamento redatto a
Parma il 15 giugno 835 manibus suis signum crucis fecit.
Le eccezioni sono rare, ma ci sono. A
partire da quella, significativa anche per il periodo,
rappresentata dalla donazione, fatta a Chambly, nellOise,
intorno al 690-691, dai coniugi Uuademir ed Ercamberta a chiese e
monasteri del nord della Francia, in cui Ercamberta scrive il
proprio nome seguito dal troncamento SUB, per subscripsi,
usando lettere maiuscole in un contesto dominato dalla irta
merovingica, e in cui il marito traccia una lunga sottoscrizione
autografa, sempre in merovingica. Ma dobbiamo citare anche altre
donne, di cui non sempre sappiamo o immaginiamo il ruolo, che
pure si sottoscrivono, come Sigelberga a Piacenza, una ancilla
Dei che dona assieme al figlio, il 21 agosto 834, alcuni
possedimenti alla cattedrale di S. Antonino, intervenendo di suo
pugno nel documento col dichiarare: Ego Sigiberga in anc
cartola a me facta manu mea subscripsi, e utilizzando una
minuscola di base corsiva e sconnessa, ben diversa dalla più
sicura e calligrafica mano del figlio Maginfredo, che sottoscrive
anchegli risentendo delle suggestioni caroline.
Per riprendere alcune celebri definizioni
sulla fisionomia grafica dellalto medioevo, potremmo
insomma dire che se esiste un improprio particolarismo grafico,
un discutibile particolarismo geografico e un più plausibile
particolarismo sociale, esiste certamente un particolarismo di
genere, che distingue ancora una volta uomini e donne nel loro
rapporto con la scrittura, non tanto in termini qualitativi
per tutti quasi sempre scrivere equivale a compiere un
atto faticoso e non naturale quanto piuttosto
quantitativi, dato che la maggioranza maschile obnubila la minore
rappresentanza femminile. Potremmo dire che in un momento
generalizzato di scarse opportunità, quelle delle donne sono
davvero impari.
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