Antonio Cartelli - Marco Palma

Teresa De Robertis
Nuovi autografi di Niccolò Niccoli (con una proposta di revisione dei tempi e dei modi del suo contributo alla riforma grafica umanistica)

("Scrittura e civiltà", 14 [1990], pp. 105-121, escluse le tavole)
[redazione del testo a cura di Renzo Iacobucci]

      Il codice 136 della biblioteca Riccardiana di Firenze raccoglie le sette Vitae di Plutarco tradotte da Leonardo Bruni ed il Cicero novus dedicato a Niccolò Niccoli. Il manoscritto ha fatto parte della libreria pontremolese di Nicodemo Tranchedini ed è stato descritto da Giovanni Lami, insieme ad altri dieci riccardiani di identica provenienza, in un fascicolo di sua mano che ora è parte della filza Palatina 1193 della Biblioteca Nazionale [1]. La descrizione del Lami, che riproduco qui per intero, contiene un suggerimento importante:

      Codex III chartaceus, in 4°, saec. XV.
      I Leonardi Arretini Vita Q. Sertorij ex Plutarcho e Graeco in Latinum Conversa cum Prologo ad Antonium Luscum.
      II Pauli Aemilij Vita ex Plutarcho per Leonardum Arretinum in Latinum conversa.
      III Tiberij et Gai Gracchorum Vita ex Plutarcho in latinum conversa per Leonardum Arretinum.
      IIII M. Antonij Vita quam Leonardus Arretinus e Graeco vertit in Latinum cum prologo ad Colucium Salutatum.
      V Pyrri Regis Epirotarum Vita ex Plutarcho in latinum conversa per Leonardum Arretinum V. C.
      VI M. Catonis Vita ex Plutarcho in latinum traducta per Leonardum V. C.
      VII Vita Demosthenis in qua Leonardus Arretinus laudatur. In fine legitur [in caratteri greci] telos tou biou Demosthenous .
      VIII Cicero novus, seu Ciceronis Vita, Leonardi Arretini cum prologo ad Nicolum. In fine: Vita Ciceronis ex Plutarcho de comparationibus traducta per Leonardum Arretinum explicit feliciter. Hic Codex, quo in fronte gerit Stemma et Nomen Nicodemi Tranchedini fortasse scriptus est a Nicolao Niccolo [2].

      L’attribuzione al Niccoli, appena velata di reticenza ("fortasse scriptus est a Nicolao Niccolo"), è passata finora inosservata, quasi sopraffatta dall’interesse contingente per la libreria del Tranchedini. Il Riccardiano 136, come del resto tutti i codici che dagli studi di Ullman in poi sono concordemente riconosciuti di mano del Niccoli, non è sottoscritto; ma un confronto, anche superficiale, con l’imponente apparato fotografico che accompagna gli studi sull’umanista fiorentino [3] rende immediata giustizia all’intuizione del Lami, confermando, se mai ce ne fosse bisogno, l’attendibilità della grande erudizione fiorentina del Settecento in materia di attribuzioni. Tuttavia il riconoscimento della mano del Niccoli, in questo e negli altri codici che si vedranno più avanti, non è in sé un fatto importante, né un simile recupero appare come un evento eccezionale ed imprevisto [4]. Quello che invece merita attenzione, e che costituisce il motivo di questa breve nota, è il posto che questi autografi vanno ad occupare nella storia grafica e nella cronologia della sua personale (e solitaria) sperimentazione della littera antiquae formae.
      Il Riccardiano 136 costituisce, secondo me, una sorta di anello mancante nella ricostruzione, e nel recupero, di un’attività grafica anteriore agli esempi più noti, corsivi, più intuita che realmente conosciuta, e che affonda le sue radici nella tarda tradizione trecentesca. La biografia scrittoria di Niccoli viene a porsi, anche per ragioni anagrafiche a cavallo fra due epoche, cosa che non avviene per Salutati, troppo vecchio per poter infrangere del tutto i tabù di un’esistenza grafica tutta all’insegna del sistema moderno, né per Poggio troppo giovane, invece, cresciuto e maturato alla scrittura in un clima ormai del tutto nuovo, alla cui elaborazione teorica altri avevano collaborato.
      Due mani di diversa formazione sembrano succedersi nel lavoro di copia: alla mano di Niccoli segue (da c. 160v alla fine) quella di un misterioso personaggio che utilizza una littera antiqua inconsueta, se non indipendente, in un codice fiorentino e tuttavia curiosamente solidale, vorrei dire congrua, con quella di Niccoli. Va subito sottolineato che siamo di fronte ad un codice omogeneo e non a due unità di origine diversa poi giustapposte: la mano B comincia a scrivere, anzi, nel verso di c. 160, che è la quarta del quattordicesimo fascicolo [5]. Lasciando per il momento da parte ogni questione riguardante questa seconda mano, vorrei analizzare brevemente alcune caratteristiche delle cc. 1r-160r per le quali si è fatto il nome di Niccoli. L’attribuzione del Lami è fondata su di una tale intrinseca evidenza della scrittura che una dimostrazione potrebbe sembrare addirittura superflua. Altrettanto evidente appare la collocazione dell’autografo in una fase intermedia (sia in termini di cronologia relativa, dei fatti grafici, sia di rapporto fra genera scripturarum) fra quello che è considerato il suo più antico, ma già perfetto, formalizzato, esperimento di travestimento "all’antica" del modus scribendi testuale (la "formal hand" individuata da Albinia de la Mare, in almeno quattro interventi di una certa entità) [6] ed i più consueti, numerosi e tardi esempi di corsiva all’antica [7]. Questa oscillazione intermedia è suggerita da un evidente, continuo oscillare (tra pagina e pagina, tra riga e riga, perfino tra parola e parola) fra soluzioni corsive e soluzioni posate intese non come tonalità diverse di una stessa attitudine/abitudine grafica, ma come vere e proprie citazioni di ciascuno dei due modi scribendi, textus e notula, che costruiscono, nel caso di Niccoli, la base di partenza della sua elaborazione all’antica. L’impianto generale, e prevalente (c. 58r, c. 123v), è quello di una lettera bastarda (cioè di una scrittura di origine corsiva impiegata con qualche aggiustamento formale per la copia di un libro) [8] depurata di quelle che sono sentite come le caratteristiche più appariscenti del sistema moderno - la nota tachigrafica per et (cui non corrisponde la sua sostituzione con la legatura &), la d onciale - senza rinunciare a quel patrimonio di funzionalità rappresentato dalle legature dal basso attuate attraverso la corsivizzazione dei tratti sul rigo e il ricorso a varianti in un tempo (m, n, u, r, e più raramente b, l, f, s con asta raddoppiata). Esemplare è il caso della cosiddetta variante "tonda" o capitale di s in fine di parola che, pur essendo percepita come uno degli elementi "moderni" da sostituire, è mantenuta dal Niccoli perché si presta con maggiore naturalezza alla legatura. Ma quando Niccoli passa al modus librario (c. 72v), se non scompare del tutto la s "tonda", ecco comparire anche la variante "diritta" o minuscola. Si osserva la totale rinuncia al sistema delle legature, le varianti impiegate sono più articolate, ossia eseguite in più tempi, ed i trattini accessori posti alla base dei tratti verticali, perduto ogni significato dinamico, sono ridotti a brevi arrotondamenti sul rigo con la sola funzione, in certo senso opposta, di creare un equilibrato distacco fra i segni. Solo in fine di parola fa irruzione quello che può essere considerato un tratto irriflesso della personalità grafica di Niccoli, forse legato proprio alla maggiore dimestichezza con la tradizione corsiva: la tendenza a prolungare orizzontalmente, con un angolo costante, le estreme propaggini di e, t, r eseguita in un tempo, a, m.
      Il ricorso alterno ai due modi scribendi è evidente ed esemplare quando si verifica all’interno della medesima pagina. A c. 63r le prime quattro righe ("in discrimen… pugnam cum Caesar") sono in littera antiqua: ecco allora che le lettere sono eseguite in più tempi, sono assenti le legature dal basso mentre rimangono quelle dall’alto (tipiche del modello) per e (in "erat" e "dextero" si può osservare la caratteristica e niccoliana), r, t. Alla fine della quarta riga si assiste al passaggio al modus corsivo con l’irruzione, in "dictator factus", di a in un tempo in legatura dal basso, r in un tempo; alla riga successiva le parole "persequi pompeium decreuisset" e "tribunatu" sono assolutamente corsive (si notino le varianti in un tempo e le legature dal basso). L’alternanza prosegue più avanti e in altre carte del codice. Non sembra privo di significato l’uso più frequente e regolare dell’antica legatura & entro limiti certamente testuali (decima riga "dolo]bella adulescens qui & ipse") cui si oppone, quando il modus è decisamente corsivo, quello del normale gruppo et ("et trebellii", riga 18). Altro elemento distintivo è il ricorso alla variante di g con la coda aperta (ed eseguita spesso in un tempo), tipica dell’esecuzione currenti calamo, che si oppone a quella più articolata con la coda chiusa e tutta spostata a sinistra.
      Dal punto di vista della cronologia relativa, della successione degli eventi grafici, la posizione del Riccardiano 136 è abbastanza chiara. Niccoli sembra muoversi in una zona di confine, dibattersi fra due esperienze solo in apparenza contraddittorie. Non sceglie fra i due modi scribendi: non ha rinunciato a quella scrittura ideale che è l’antiqua di tipo poggiano, né è convinto della pari dignità grafica della sua corsiva.
      Questa collocazione intermedia è confermata anche sul piano della cronologia assoluta. Dagli studi di Baron sappiamo che il Cicero novus che Bruni dedicò al Niccoli risale all’ottobre del 1415 e che il ciclo delle traduzioni plutarchesche era completo anteriormente al 1423 [9]. Si deve considerare, inoltre, che nel 1420 era scoppiato il feroce dissidio che divise per anni Niccoli da Leonardo Bruni, dissidio alimentato da invettive e libelli che si riassorbì, coi buoni uffici del Barbaro, solo nella tarda estate del 1426 [10]. Dato il carattere non proprio accomodante di Niccoli, mi sembra che la copia della silloge bruniana possa solo collocarsi in tempo di pace, o prima del 1420 o dopo l’estate del 1426. Tuttavia un confronto fra la scrittura del Riccardiano e gli esempi corsivi databili agli anni 1423-29, sembra escludere questa seconda ipotesi.
      Un caso graficamente analogo al Riccardiano 136, ma ben più antico, è rappresentato da un fascicolo di mano di Niccoli contenuto nel ms. II IX 125 della Biblioteca Nazionale di Firenze e di cui è stata data una breve notizia qualche anno fa [11].
      A questo punto si pone inevitabile il problema di quale sia stata la reale formazione grafica di Niccoli, o meglio quale fosse il punto di partenza della sua evoluzione verso la littera antiquae formae. Questione non di poco conto, visto che tocca il ruolo giocato da uno dei personaggi della trinità posta da Ullman a fondamento della riforma grafica. A lungo si è creduto che l’innesto degli elementi "antichi" fosse avvenuto, per Niccoli, su "una notula, o corsiva, fiorentina" [12] o, meglio, su una mercantesca. Si trattava di qualcosa di più concreto che un’ipotesi: lo confermavano la sua estrazione sociale ("el padre fu mercatante et rico, et ebbe quatro figliuoli, tutti mercatanti. Niccolaio nella sua pueritia volle il padre che facessi il medesimo et non poté vacare alle lettere") [13] e almeno tre lettere autografe. E lo confermava, soprattutto, l’innegabile vocazione alla corsività che traspare nella maggioranza dei codici di sua mano, tutti relativamente tardi (posteriori al 1423) rispetto al momento cruciale. E nemmeno l’identificazione della sua "formata", proprio per la sua natura episodica, ha in realtà cambiato i termini della questione: il ruolo grafico di Niccoli continua ad essere condizionato dalla rigida geometria del giudizio di Ullman [14].
      Proseguendo il cammino a ritroso iniziato con il suggerimento del Lami, è possibile ricondurre alla mano di Niccoli anche il Riccardiano 264, databile, con buona approssimazione, alla fine del Trecento. Si tratta del Lattanzio dato per disperso nella ricostruzione della biblioteca del Niccoli [15], quel "chartaceus vetus" che Traversari dimostrò sempre di preferire fra gli altri codici di Lattanzio posseduti dal Niccoli [16]. E le ragioni di quella preferenza coincidono, forse, con quelle che hanno spinto Niccoli, più volte a distanza di tempo, a riprendere il codice fra le mani. Nella fitta trama delle annotazioni, in margine e fra le righe, si distinguono almeno quattro interventi di sua mano successivi alla copia: 1) l’aggiunta della traduzione dei passi greci; 2) una prima revisione avvenuta a non grande distanza dalla copia; 3) l’inserimento dei titula in capitale; 4) una seconda, tarda, incompleta collazione. Qualche tempo prima di quest’ultima è avvenuta anche la sostituzione del fantasioso greco del testo con quello a margine, intervento per il quale è stato proposto il nome di Traversari [17].
      Nell’analisi dei vari sedimenti grafici è utile partire dal più recente, cioè dallo strato corrispondente alla seconda collazione che si identifica, nei margini, con la tarda, notissima corsiva niccoliana. La collazione fu fatta in gran fretta, nel 1431, con quel "vetustissimum exemplar" di Lattanzio trovato dal Parentucelli a Nonantola (oggi Bologna, Biblioteca Universitaria 701); Niccoli non riuscì a completare il lavoro (le lezioni di B si arrestano in coincidenza della lacuna) perché il Nonantolano fu restituito al Parentucelli [18].
      La prima revisione è avvenuta in un periodo ben più lontano e graficamente distinto. Niccoli impiega (nei margini, fra le righe ed anche su rasura) una libraria che, se non fosse per il persistere della variante onciale di d, potrebbe dirsi perfettamente compiuta "all’antica: da notare l’uso costante della s diritta in fine di parola, di & per la congiunzione, del dittongo espresso come e caudata o come nesso (singolarmente affine, come costruzione e risultato, alla legatura &), l’accenno alla legatura ct. Risulta ancora difficile a Niccoli inibirsi la rapida variante di e in due tempi (la stessa che, con altro significato e altra funzione, è giustamente riconosciuta come elemento caratteristico della sua corsiva). Le poche capitali hanno un’aria nuova, anche se ancora non si può dire dimenticato o superato l’alfabeto misto capitale/onciale. L’ovvio rimando è agli esempi in "formal hand" proposti da Albinia de la Mare [19]. Se l’attribuzione al Niccoli non può che risultare rafforzata dal confronto, è certo, però, che la sua littera antiqua nel San Marco 649, o nei Fiesolani 12 e 13 può dirsi perfettamente compiuta non solo quanto a varianti distintive, ma anche (e soprattutto) per la pulizia stilistica, per il raggiunto equilibrio tra modulo dei segni e distanza interlineare, tra peso dei tratti e spazio fra le lettere; mentre nelle annotazioni del Riccardiano 264 la mano del Niccoli non sembra ancora affrancata, in quegli stessi elementi, dalla tecnica scrittoria moderna. Un’equivalenza morfologica e cronologica, perfetta fin quasi alla sovrapposizione, può essere trovata invece in alcune carte del Laur. XLIX, 18, il famoso Cicerone del Salutati. Il richiamo tra il Riccardiano 264 ed il Laurenziano è suggerito, tra l’altro, da una curiosa serie di coincidenze nella stratificazione degli interventi a margine e nella situazione originaria del testo. Anche in questo caso siamo di fronte ad una bastarda tardo trecentesca che per le citazioni greche ha utilizzato un improbabile alfabeto capitale; greco che è stato reintegrato a margine, qualche tempo dopo, accompagnandolo con la traduzione interlineare ad verbum. Per questi due interventi è stato fatto il nome di Crisolora e proposta una data corrispondente al suo soggiorno fiorentino, 1397-1400 [20]. Se la data mi sembra più che plausibile, per la mano latina propongo invece, sulla base del confronto con il Riccardiano 264, il nome di Niccoli. L’equivalenza, ripeto, mi pare perfetta: non si tratta della sola identità dei segni (per l’analisi dei quali rimando a poco più sopra), ma anche dello stesso livello morfologico. Emanuele Casamassima, che da tempo inseguiva una sua idea sul possibile contributo dei greci alla riforma [21], era molto incuriosito dall’attribuzione al Crisolora; ma esaminando con me il Laurenziano non solo fu d’accordo sul nome di Niccoli per la scrittura della versione latina interlineare, ma, quasi con rammarico, fu molto perplesso sull’attribuzione del greco al Crisolora, fino al punto di dubitare che potesse essere la mano di un bizantino. Chi lo abbia scritto resta, per ora, un mistero. Comunque non Niccoli le cui conoscenze, dopo il passaggio del Crisolora e poi di Guarino, non andarono mai molto più in là dell’alfabeto capitale e dell’uso di spiriti e accenti [22]; ma certo qualcuno tanto vicino a Niccoli da potergli dettare, in contemporanea, la traduzione.
      All’epoca in cui Niccoli copiò il Lattanzio riccardiano, Crisolora non doveva essere ancora arrivato a Firenze. Per quanto potesse essere difficile, copiando da un exemplar medievale, dedurre una plausibile lezione greca, certo Niccoli non avrebbe resistito (come non resisterà in altre occasioni) [23] alla tentazione di mettere in mostra le sue conoscenze di quell’alfabeto. Se solo ne avesse avuto la possibilità. E questo ci trascina verso una data decisamente alta, oltre il 1397 [24]. La copia del testo e l’inserimento nei margini della traduzione dei passi greci avvennero, come dimostra il tipo di lettera impiegata, a non grande distanza di tempo. A differenza di quanto accade per i marginalia del Laurenziano XLIX, 18, siamo di fronte ad una traduzione che non è letterale e che rimanda, attraverso espliciti richiami, al greco medievale del testo. Nel caso di parole isolate o di espressioni più brevi, la versione latina è posta nell’interlinea. Il greco del Traversari è andato ad inserirsi, sempre nei margini, in corrispondenza della versione latina di mano del Niccoli, al di sopra o al di sotto di essa, condizionato dallo spazio rimasto disponibile.
      Nelle prime sei carte del codice Niccoli ha adoperato o il tipo di lettera che doveva essergli più consueto in quel momento o quello che nel solco della migliore tradizione trecentesca (e fiorentina) doveva sembrargli il più adatto, cioè una bastarda minuta e piuttosto stilizzata dalla quale, inaspettatamente, sembra affiorare una trama di fondo cancelleresca piuttosto che mercantesca (si vedano gli ingrossamenti dei tratti discendenti di f ed s accompagnati dal secondo tratto enfatizzato in senso orizzontale, cui si richiamano, specularmente e sotto il rigo, la coda di g e ed il prolungamento dell’ultimo tratto di h). La mano è innegabilmente "moderna" e nulla lascia prevedere ciò che invece accade poche carte più in là. Ma se, con l’immaginazione, spogliamo questa bastarda di quelli che sono gli elementi distintivi "moderni" (la nota tachigrafica per et, s tonda in fine di parola, d onciale, r tonda e nesso di curve) e privilegiamo gli elementi neutri, che non costituiscono discrimine fra l’uno e l’altro sistema, eseguiti con una penna diversa, l’identità di mano ed il legame con gli esempi tardi di corsiva all’antica mi sembrano emergere con prepotente evidenza. Il confronto può essere eseguito sulla c. 1v, che riunisce i due estremi dell’esperienza corsiva di Niccoli, con il sussidio del termine intermedio rappresentato dal Riccardiano 136. Ma già a c. 6v il progetto grafico iniziale risulta alterato: la corsività decisa delle prime carte pare come diluirsi in corrispondenza dei primi accenni alla legatura &, e all’uso, non esclusivo, di s diritta in fine di parola e di e caudata per il dittongo. Da qui in avanti Niccoli procede (con solo qualche ripensamento) su una strada che si fa decisamente libraria, inibendosi la tendenza alle connessioni dal basso cui contrappone l’uso del nesso di curve, privilegiando le varianti articolate, più posate e riducendo nel modulo le lettere. Anche le maiuscole del testo (persino le capitali usate per le citazioni greche) sono coinvolte in questa trasformazione, perdendo la loro connotazione medievale, ma senza che si possa parlare di un reale modello antico, né librario né epigrafico. Un po’ come era successo, una generazione prima per Petrarca o Boccaccio [25]. Può essere utile per il lettore tornare, per un confronto, al Niccoli della prima collazione e agli esempi di "formal hand" già richiamati.
      Siamo di fronte, ancora una volta, ad una scrittura in evoluzione, ad una mano che sperimenta nuove strade. Però, mentre per il Riccardiano 136 l’instabilità si identifica con una scelta, in apparenza non risolta, fra un modello librario ed uno corsivo comunque già trasformati "all’antica" che arrivano ad opporsi pagina contro pagina, riga contro riga, per il Riccardiano 264 si può parlare di un progetto grafico che muta, senza troppi ripensamenti, col procedere dalla copia. Nelle pagine che dividono la prima carta del codice dall’ultima è come pietrificato il trapasso fra l’età moderna ed il nuovo, antico, modo di scrivere. Solo in alcuni codici del Salutati è possibile cogliere qualcosa di analogo; ma è come se l’età, o meglio una vita trascorsa (e a che livello!) nella littera moderna avesse indurito la sua mano: gli elementi antichi hanno il significato di semplici citazioni incapaci di mutare il senso complessivo dello scrivere. E diverso è anche il caso di Poggio: nei suoi primi tentativi (basti per tutti l’esempio del Catullo marciano) il progetto è in certo senso anteriore all’inizio della copia, tutto esterno alla pagina, nella quale si coglie, per così dire, la ginnastica della mano, lo sperimentare all’angolo, della pressione della penna, la ricerca di un equilibrio spaziale fra i segni, l’aderenza formale ad un modello, concreto o ideale che sia.

***

      Nel Riccardiano 264 è possibile osservare, nel vivo della pagina, il lento progredire di una mano da un’epoca grafica all’altra; in esso è come cristallizzata l’intera evoluzione all’antica di Niccoli. E se ne ricava l’immagine di uno scriptor molto versatile, in grado di percorrere tutte le strade che i tempi permettevano (conosciamo la sua bastarda moderna, la sua mercantesca, la bastarda e la minuta cursiva all’antica, la sua littera antiqua a gradi diversi di elaborazione). Capacità grafiche che gli venivano riconosciute dai contemporanei e che nemmeno i numerosi, inviperiti (anche a ragione) detrattori mettevano in discussione; capacità compendiate nel famoso, citatissimo (né io mi sottrarrò alla consuetudine), attendibile giudizio di Vespasiano da Bisticci: "et quando interveniva che si potessino avere le copie di libri et non i libri, gli scriveva di sua mano o di lettera corsiva o ferma, che dell’una lettera o dell’altra era bellissimo iscrittore, come si vede in Sancto Marco di più libri che vi sonno di sua mano, dell’una lettera et dell’altra" [26]. È probabile che con "lettera corsiva" e "lettera ferma" ("formata" secondo la lezione accolta da altri editori) [27] Vespasiano voglia solo indicare genericamente l’opposizione tra i due modi scribendi al di là della loro connotazione antica o moderna. Tuttavia termini come littera formata o de forma, pur riferendosi, teoricamente, solo al grado di attuazione calligrafica di una scrittura libraria, alla "qualità della lettera" [28], si sono legati in modo quasi esclusivo al sistema delle "litterae modernae", assumendo un significato specifico, tecnico: littera formata, negli inventari quattro e cinquecenteschi [29], indica quasi senza eccezione la littera textualis del sistema moderno; e così littera formata finisce per opporsi a littera antiqua. È possibile dunque che Vespasiano da Bisticci conoscesse qualcosa di più dell’attività grafica del Niccoli?
      Una risposta potrebbe venire dalle prime due carte del Riccardiano 528, cioè dal Terenzio dell’XI secolo appartenuto a Niccoli [30]. A restauro di quella che appare come la classica mutilazione da usura, verso la fine del Trecento, è stato premesso al nucleo antico un bifolio membranaceo che contiene l’epitaffio e la vita di Terenzio (c. 1r), seguiti dall’argumentum e dall’incipit dell’Andria (cc. 1v-2v). Il testo di Terenzio e l’epitaffio sono scritti in una littera textualis piuttosto formale con lettere iniziali in rosso e maiuscole ritoccate in rosso; le altre aggiunte (ma anche le note di commento e le glosse ricorrenti con moderata frequenza in tutto il codice) sono affidate ad una veloce littera minuta cursiva: la disposizione sulla pagina e la successione nel bifolio indicano chiaramente che siamo di fronte al lavoro di un’unica mano che usa litterae diverse in un preciso e non casuale rapporto gerarchico [31].
      Si è detto che il codice appartenne al Niccoli e che le due carte iniziali sono state aggiunte alla fine del Trecento. È possibile che il restauro sia opera di Niccoli? Non sappiamo quando il codice di Terenzio arrivò fra le sue mani né quali fossero le sue condizioni, ma certo Niccoli aveva tutte le carte in regola per poter procedere ad una integrazione; né è economicamente plausibile che per un lavoro di così poca entità ricorresse ad una terza persona.
      Se, allarmati da questa ipotesi in un certo senso esterna al codice, torniamo alla scrittura delle prime due carte e paragoniamo la lettera delle annotazioni con quella più formale e contenuta delle prime carte del Lattanzio riccardiano, la parentela fra le due mani appare perlomeno singolare. Parentela che può essere verificata, più che nelle singole varianti di lettera (tutte coincidenti, ma tipiche della tradizione tardotrecentesca), in quelli che sono i tratti irriflessi dello scrivere, non dominati dalla coscienza, dai quali affiora, senza veli, la personalità grafica dello scrivente. Ad esempio il senso dello spazio che regola, in un modo che è costante anche al di là del ricorso a litterae diverse, il rapporto che fra vuoto e pieno, fra bianco e nero e che si realizza prima di tutto all’interno della lettera, poi fra le lettere, fra le parole, fra le righe; e poi l’inclinazione generale del tracciato (che si può verificare in tutte le lettere con asta, sopra o sotto il rigo); la tendenza (che è un fatto di economia mentale prima ancora che pratica, che è del singolo prima che del sistema) ad interpretare per analogia tratti percepiti come simili. Si osservino, ad esempio, l’atteggiamento della "coda" di g, lo sporgersi caratteristico del secondo tratto di f ed s [32], il rapporto fra i due tratti di e, l’inclinazione del secondo tratto di d, la forma dei cosiddetti corpi in o, b, d, p, q. Annotazioni di questo tipo sono presenti in molti altri codici passati per le mani di Niccoli, ad esempio nei margini del Laurenziano San Marco 272 e 286.
      Accettare il nome di Niccoli per le annotazioni corsive del Terenzio riccardiano significa, però, attribuire a lui (qui davvero senza termini di confronto) anche la responsabilità della littera textualis delle cc. 1r e 2r-v. E così potrebbe dirsi completo il ciclo della sua storia grafica. Ciclo che sembra chiudersi come era cominciato, all’insegna di una vocazione alla corsività che è tipica della migliore tradizione trecentesca, non solo fiorentina, in un ambiente di grande spessore culturale, ma non di professionisti del libro. Non è un caso che al di fuori di Firenze, e cioè dove più a lungo la sperimentazione delle litterae antiquae è rimasta un’esperienza intellettuale, solitaria, lontana dalle botteghe di cartolai o editori, si possa osservare un fenomeno analogo. Niccoli non è uno scriptor di professione e si muove con una libertà che non è concessa a Poggio o ai suoi imitatori e seguaci, presto irretiti nel mestiere, e che è assicurata proprio da quel terzo modus dello scrivere rappresentato dalla littera bastarda. La littera antiqua di Niccoli che abbiamo visto emergere, cominciare a costruirsi nelle carte del Riccardiano 264, in anni addirittura anteriori al 1397, nasce dunque come progressiva ascesi di una scrittura che è corsiva quanto a elementi e sistema, libraria quanto a funzione ed impiego [33]. E tuttavia (con una precocità che fa dubitare che sia proprio Niccoli a fare da discrimine fra le due età dello scrivere) la sua antiqua appare come un risultato perfetto. Allo stesso modo la corsiva dei suoi ultimi anni è un prodotto meditato, tutt’altro che automatico, ottenuto proprio attraverso il filtro di quella esperienza formale.
      A questo punto, per concludere senza lasciar debiti in sospeso, devo tornare al punto di partenza, cioè alle cc. 160v-240v del Riccardiano 136, e porre una questione che non sono in grado di risolvere e che riguarda l’identità dello scriptor delle due ultime vitae del piccolo corpus bruniano. Come ho già detto, l’impressione immediata, ad apertura di pagina, è che a Niccoli si sia sostituito, nella copia, un secondo personaggio che impiega una littera antiqua (ancora instabile, fluida) che si ispira ad un modello grafico estraneo alla tradizione fiorentina. La leggerezza delle lettere, l’inclinazione generale del tracciato, l’accentuato carattere minuscolo (il divario fra corpi ed aste è più deciso), la tendenza a trascinare i tratti orizzontali specie in fine di parola, richiamano alla mente quegli esempi del IX secolo cui si sono precocemente ispirati Guarino, Biondo, Aurispa, Ciriaco e che continueranno ad ispirare tutta quella produzione libraria riferibile ad area veneta o più genericamente settentrionale. Si noti soprattutto il modo con cui il secondo tratto di f ed s si inserisce sul primo, verticalmente e con un andamento sinuoso; e poi quella e in tre tempi con il terzo tratto così prolungato, di sapore vagamente ciriacano; la t con il tratto orizzontale ondulato; la a decisamente onciale, soprattutto in fine di parola e di riga; l’uso tutt’altro che raro della variante onciale di m, anche in questo caso in fine di parola e in fine di riga. Non so chi sia questo copista cui Niccoli ha delegato il compito di completare la silloge di testi del Bruni. Ma devo confessare che il dubbio che possa trattarsi dello stesso Niccoli mi assale periodicamente. Si avverte infatti fra le due sezioni del codice [34], nonostante tutto, una curiosa solidarietà proprio in quegli aspetti interpretativi, quei tratti irriflessi dello scrivere cui accennavo prima a proposito del Riccardiano 528, come se le differenze, che pure esistono, fossero tutte imputabili soltanto al diverso modello grafico di riferimento.
      Le testimonianze che ho proposto - che si accerti o meno la responsabilità della seconda sezione del Riccardiano 136 - sembrano dunque ridisegnare i confini della carriera grafica di Niccoli e dilatare il suo contributo al restauro delle litterae antiquae formae. Nello stesso tempo rappresentano un caso esemplare e unico nel suo genere (per l’eccezionalità del momento in cui si verifica) di coesistenza, nella mano dello stesso scriptor, di genera scripturarum diversi coscientemente impiegati e modificati, con tutto il bagaglio tecnico e teorico che una simile esperienza comporta.

Note bibliografiche

  1. Edito integralmente in B. Maracchi Biagiarelli, Manoscritti della raccolta dell’umanista Nicodemo Tranchedini nella Biblioteca Riccardiana di Firenze, in Miscellanea di studi in memoria di Anna Saitta Revignas, Firenze, Olschki, 1978 ("Biblioteca di bibliografia italiana", LXXXVI), pp. 237-258.
  2. B. Maracchi Biagiarelli, Manoscritti cit., p. 241.
  3. Per la mano di Niccoli si vedano gli esempi raccolti e commentati da B. L. Ullman, The Origin and Development of Humanistic Script, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1960, pp. 59-77 e tavv. 29-39, e da A. C. de la Mare, The Handwriting of Italian Humanists, I, Association internationale de bibliophilie, 1973, pp. 44-60 e tavv. X-XIII, che costituiscono il materiale di confronto cui si rinvia (anche implicitamente) nelle pagine che seguiranno. Altri esempi in A. C. de la Mare, Humanistic script: the first ten years, in Das Verhältnis der Humanisten zum Buch, a cura di F. Krafft e D. Wuttke, Boppard, 1977, pp. 95-96 e tavv. 1-3 ("Deutsche Forschungsgemeinschaft, Kommission für Humanismusforschung", Mitteilung IV).
  4. Secondo la testimonianza di Vespasiano da Bisticci (confermata dai conteggi effettuati da Ullman) "era Nicolaio liberalissimo et prestava libri a chi gliene domandava, in modo che alla sua morte n’aveva prestati a più persone volumi dugento, fra quali ve n’era a frate Francesco certi libri greci" (Vespasiano da Bisticci, Vite, ed. A. Greco, Firenze, Istituto nazionale di studi sul Rinascimento, 1970-1976, vol. II, p. 231). Il gruppo di manoscritti sorpreso dalla morte del Niccoli in mano altrui fu disperso in vario modo, o perché i volumi non furono restituiti agli esecutori testamentari, o perché furono venduti da questi ultimi per pagare i debiti di Niccoli. È probabile, dunque, che altri fondi di biblioteche fiorentine, specie quelli che raccolgono i brandelli delle collezioni private tardoquattrocentesche e cinquecentesche, possano restituire non pochi di quei manoscritti. Tuttavia, se l’identità dei pezzi che entrarono a far parte della biblioteca di San Marco è assicurata dalla annotazione "de hereditate Niccolai de Nicolis Florentini viri doctissimi", è invece destinata a rimanere misteriosa (in assenza degli inventari ricordati dal Lapaccini) quella dei codici che a San Marco non entrarono. Con qualche eccezione, perché è possibile ipotizzare che la raccolta di Niccoli comprendesse anche testi volgari (almeno Dante, Petrarca e Boccaccio) e opere di contemporanei come Salutati, Poggio, Vergerio e almeno le copie di dedica della Descriptio insulae Cretae di Cristoforo Buondelmonti e della traduzione del Bruni del Tyrannus di Senofonte. Il Ricc. 136, arrivato nelle mani del Tranchedini probabilmente all’epoca dei suoi soggiorni e contatti fiorentini (1446-1450 e 1466-1475), è il tipico esempio di codice che era prevedibile facesse parte della raccolta di Niccoli. Per la struttura e consistenza della raccolta cfr. B. L. Ullman-P. A. Stadter, The Public Library of Renaissance Florence. Niccolò Niccoli, Cosimo de’ Medici and the Library of San Marco, Padova, Antenore, 1972 ("Medioevo e Umanesimo", 10), pp. 59-89 (da integrarsi con la recensione di F. Di Benedetto, "Studi Medievali", 3a serie, XIVo, 1973, pp. 947-960). Per i libri che il Tranchedini fece spedire da Firenze a Pontremoli si vedano le liste pubblicate da P. Ferrari, Una biblioteca Pontremolese nel secolo XV, "Giornale Storico della Lunigiana", IV, 1922-1923, pp. 48 sgg., liste estratte da un Memoriale inedito del Tranchedini posseduto dal Ferrari stesso e poi passato ad una non meglio identificata collezione privata pontremolese (cfr. B. Maracchi Biagiarelli, Manoscritti cit., p. 237 e 257).
  5. La descrizione del Lami può essere, per la parte esterna, integrata da questi dati: cartaceo (la filigrana, molto comune, non è di nessun aiuto per la datazione); cm 21,3 x 14; di cc. III recenti + I (sec. XIX) + 204 + II’ + III’; è composto di diciassette sesterni, di cui i primi tredici (cioè fino a c. 156) con richiamo al centro del margine inferiore, secondo consuetudine in codici del Niccoli; lo specchio di scrittura, affidato alla sola giustificazione verticale, eseguita a secco a bifolio aperto, e su di un bifolio per volta, è costante in larghezza (90 mm) mentre varia moderatamente in altezza fra 135 e 145 mm in relazione al numero delle linee di scrittura (fra 25 e 27 fino a c. 160r, fra 23 e 26 da c. 160v dove il modulo delle lettere diventa più grande). Quando uscì dalle mani del Niccoli il codice era privo di decorazione, fatta eccezione per le capitali in rosso di c. 100r; di mano coeva è lo scherzoso, sorridente affacciarsi di un viso dalla maiuscola O di c. 174r. Gli elementi che decorano il frontespizio, e cioè il nomen sacrum "Iesus" in rosso fra piccoli fiori, le due maiuscole rosse L e C, lo stemma blandamente eraso (l’aquila bicipite che regge fra gli artigli il cartiglio col motto "honore") e inserito in una corona d’alloro ad acquarello posta fra le iniziali N e TR (quasi svanite), risalgono all’ingresso del codice nella raccolta di Nicodemo Tranchedini. Il manoscritto è stato legato di recente in cartoni coperti di pergamena.
  6. A. C. de la Mare, The Handwriting cit., tav. XII; Ead., Humanistic script cit., tavv. 1-3.
  7. B. L. Ullman, The Origin cit., tavv. 29-39; A. C. de la Mare, The Handwriting cit., tavv. X e XI.
  8. Per una definizione di littera bastarda ("terzo modus scribendi… del quale la paleografia ha una cognizione sommaria e superficiale, sia per quanto riguarda la genesi e la funzione che la straordinaria, universale diffusione in una estrema varietà di esecuzione e di stile anche in relazione alla natura dei testi" si veda E. Casamassima, Tradizione corsiva e libraria nella scrittura latina del Medioevo, Roma, Gela reprint, 1988, pp. 98-99.
  9. H. Baron, Leonardo Bruni Aretino. Humanistisch-philosophische Schriften mit einer Chronologie seiner Werke und Briefe, Leipzig-Berlin, Teubner, 1928, pp. 113-120 e 161-167; V. R. Giustiniani, Sulle traduzioni latine delle "Vite" di Plutarco nel Quattrocento, "Rinascimento", n. s., I, 1961, pp. 27-31 e 36-40.
  10. G. Zippel, Niccolò Niccoli. Contributo alla storia dell’umanesimo, Firenze, Bocca, 1890, pp. 32-34.
  11. J. L. Butrica, A New Fragment in Niccoli’s Formal Hand, "Scriptorium", XXXV, 1981, pp. 290-292 e tavv. 15-16.
  12. E. Casamassima, Literulae Latinae. Nota paleografica, in S. Caroti-S. Zamponi, Lo scrittoio di Bartolomeo Fonzio, Milano, Il Polifilo, 1974, p. XIII.
  13. Vespasiano da Bisticci, Vite cit., p. 225; per la mano mercantesca di Niccoli cfr. A. C. de la Mare, The Handwriting cit., tav. XIII e T. Foffano, Niccoli, Cosimo e le ricerche di Poggio nelle biblioteche francesi, "Italia medioevale e umanistica", XII, 1969, tavv. IX e X.
  14. La tentazione di risolvere, in una versione trinitaria, non solo il problema, già abbastanza complesso, della rinascita della littera antiqua, ma anche quello dell’opposizione, nei caratteri di stampa, di tondo e corsivo, affiora senza veli: "The script of Niccoli in the manuscripts generally attributed to him is not of formal humanistic type such as that practiced by Poggio and his imitators. Rather it is a humanistic cursive, with a sprinkling of Gothic. It is in fact the kind of hand that led to the italic type fonts, just as the script of his friend Poggio was the protoype of the roman type fonts" (B .L. Ullman, The Origin cit., p. 60); e più avanti "I have said that Niccoli’s humanistic cursive was the kind of script that developed into Aldus’ italic type. Until earlier examples are discovered we can give Niccoli credit for inventing this script. In that event we reach the interesting conclusion that intimate friends, Poggio and Niccoli, both protégés of Coluccio, originated the two scripts that developed into the two most popular printing fonts of today, roman and italic" (B .L. Ullman, The Origin cit., p. 77).
  15. B .L. Ullman-P. A. Stadter, The Public Library cit., pp. 75 e 139 (= n. 131 del catalogo di San Marco).
  16. Ep. VII, 40: "Quod de non inserendis graecis litteris novo Lactantio praecipis, dum venias, observabo diligenter. Equidem chartaceum tuum illum veterem quam novum istum plus diligo" (Ambrosii Traversarii Generalis Camaldulensis… epistolae a Domino Petro Canneto… in libros XXV tributae. Accedit eiusdem Ambrosii vita… deducta a Laurentio Mehus, Florentiae, 1759, vol. I, col. 404).
  17. Il codice è stato studiato (e ampiamente descritto) da G. Pomaro, L’attività di Ambrogio Traversari in codici fiorentini, "Interpres", II, 1979, pp. 107-110, tav I3; Ead., Fila traversariane. I codici di Lattanzio, in Ambrogio Traversari nel VI centenario della nascita, Convegno Internazionale di studi (Camaldoli-Firenze, 15-18 settembre 1986), a cura di G. C. Garfagnini, Firenze, Istituto nazionale di studi sul Rinascimento – L. S. Olschki, 1988, pp. 240-244 e 269-271, tavv. IIb-c e III. A Gabriella Pomaro si devono anche il riconoscimento della mano di Traversari per il greco e di quella del Niccoli nella fascia di intervento corrispondente alle due collazioni, e la prima intuizione (prudentemente soffocata, in mancanza di termini di confronto intermedi) di una certa affinità fra la scrittura del testo e quella di Niccoli. Della descrizione si ripropongono qui solo quei pochi dati che sono funzionali ad evocare fisicamente il codice. Del manoscritto originale, cartaceo, di cm 29,5 x 21,5, sono sopravvissuti i tre quinterni iniziali e i cinque finali (tutti con richiamo): un restauro moderno ha ricostruito la consistenza del volume integrandolo con 5 quinterni di fogli bianchi in corrispondenza della lacuna (il testo delle Institutiones è mutilo da II, 10 a V, 9); la vistosa numerazione meccanica copre anche l’integrazione, per un totale di 130 carte, precedute e seguite da guardie settecentesche. La scrittura occupa 38/39 linee disposte su di uno specchio ottenuto con una profonda incisione a punta metallica con doppia giustificazione verticale. Al momento della copia del testo Niccoli scrisse le sole capitali del frontespizio lasciando, all’interno del codice, lo spazio per iniziali e titoli che integrò, sempre in rosso, in un secondo momento.
  18. Il codice bolognese era probabilmente a Firenze da diverso tempo, forse addirittura fin dalla sua scoperta (Parentucelli a Niccoli nel 1426: "Lactantium illum vetustissimum habeo, quem videre poteris post modicos dies, quum per vos transeundum erit", App. XXV, 3; Ambrosii Traversarii cit., col. 1046). Ma dopo l’entusiasmo iniziale, il progetto di trarne una copia era stato rimandato. Nell’imminenza della restituzione Traversari scrive a Niccoli sollecitandolo almeno alla collazione, comunicandogli il proprio disagio per quella che non poteva non apparire al Parentucelli una grave negligenza: "Volumen illud Lactantii pervetustum mitto ad te, orans atque obsecrans ut libellos illos de ira Dei et opificio hominis et epitomen, quanta licet celeritate, transcribas ac praeterea tuum ad hoc exemplar volumen emendes. Satis enim vereor ne Thomas noster substomachetur tantae negligentiae nostrae, apud quos ipse codex otiosus fuerit tamdiu. Nam memini illum quum Roma proficiscetur, solicite rogasse absolvissemus illum, necne quod restituendi tempus immineret sibi" (VIII, 27; Ambrosii Traversarii cit., col. 384).
  19. Cfr. n. 6.
  20. A. C. de la Mare, Humanistic script cit., p. 96.
  21. Il 26 maggio 1986, nell’ambito di un seminario su "La cultura a Firenze nel Quattrocento" organizzato dall’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento e dal Dipartimento di studi sul Medioevo e il Rinascimento dell’Università di Firenze, Casamassima tenne una lezione su "Il contributo dei dotti bizantini, e di Guarino e dei suoi, alla riforma scrittoria umanistica e ai fondamenti della paleografia". Il testo di questa lezione (nella quale avevo una piccola parte in qualità di illustratrice) è stato ritrovato fra le sue carte e sarà pubblicato su uno dei prossimi di "Medioevo e Rinascimento".
  22. Sulla scarsa conoscenza del greco si veda G. Zippel, Niccolò Niccoli cit., p. 19, che riporta un giudizio di Filelfo ("grecam litteraturam libarat, non ebibarat") e ricorda che fu il Bruni, in più occasioni, a spiegare a Niccoli il significato di parole greche. Si veda inoltre B. L. Ullman-P. A. Stadter, The Public Library cit., pp. 84-84, dove sono riportati il terribile giudizio di Guarino ("Nam cum in condiscipulatu quendam sui certe amantissimum paucis adeo mensibus proficere cerneret, ut non dubium esset quin ipse, qui iam anno quarto decimo huic litterarum generi operam dare coepisset, superaretur, immo vero propter ingenii crassitudinem, pingue et innatam malivolentiam nihil praeter characteres gustare posset") e quello poco entusiastico di Poggio ("Graecis literis plurimum insudavit").
  23. Per la mano greca di Niccoli si vedano le annotazioni in margine al San Marco 328 e al Laurenziano XLIX 7 e gli esempi più tardi in A. C. de la Mare, The Handwriting cit., tav. X (b, d, f).
  24. L’anno 1397 viene assumendo, nella storia della riforma grafica e dell’umanesimo in genere, un carattere quasi simbolico. Cfr. G. Billanovich, Alle origini della scrittura umanistica: Padova 1261 e Firenze 1397, in Miscellanea Augusto Campana, Padova, Antenore, 1981 ("Medioevo e Umanesimo", 44) vol. I pp. 125-140 e tavv. II-V.
  25. Per le maiuscole di Petrarca si veda E. Casamassima, L’autografo riccardiano della seconda lettera del Petrarca a Urbano V (Senile IX 1), "Quaderni petrarcheschi", III, 1985-1986, p. 31. Per Boccaccio rimando alle capitali del Laurenziano XXIX 8 (c. 73r, notamentum della laurea del Petrarca), del Laurenziano XXXIII 31, e a quelle sorprendentemente "antiche" (e di chiara ispirazione epigrafica) raffigurate sull’architrave della porta dell’inferno nel disegno forse di sua mano a c. 7r del Riccardiano 1035; cfr. Mostra di manoscritti, documenti e edizioni, VI centenario della morte di Giovanni Boccaccio (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, 22 maggio-31 agosto 1975), Certaldo, a cura del Comitato promotore, 1975, rispettivamente tavv. XIV, XV, VIII.
  26. Vespasiano da Bisticci, Vite cit., p. 228. A. C. de la Mare, The Handwriting cit., p. 50 ricorda che a Niccoli era attribuito anche il merito di aver introdotto la decorazione "all’antica" e che a Niccoli ci si rivolgeva, nei primi anni del 400, per far decorare i libri secondo la nuova maniera. L’ipotesi è molto interessante, perché è certo che scrittura e decorazione sono state percepite come elementi complementari nel recupero, nella riproposta di un libro ideale, antico, sullo stesso piano del testo, dell’ortografia, ma anche dei materiali, delle tecniche di preparazione delle superfici e dell’impaginazione. Ed è probabile che i meriti di un simile recupero vadano tutti ascritti alla stessa persona.
  27. Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri del secolo XV, ed P. D’Ancona-E. Aeschlimann, Milano, Hoepli, 1951, p. 435.
  28. E. Casamassima, Litterae Gothicae. Note per la storia della riforma grafica umanistica, "La Bibliofilia", LXII, 1960, p. 117.
  29. S. Rizzo, Il lessico filologico degli umanisti, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1973 ("Sussidi eruditi", 26), p. 145.
  30. A c. 1r: "Iste liber est conuentus Sancti Marci de Florentia ordinis predicatorum quem habuit a Cosma de Medicis ex hereditate Nicolai de Nicolis". Corrisponde al n. 919 o 921 del catalogo di san Marco (B. L. Ullman-P. A. Stadter, The Public Library cit., p. 233).
  31. L’epitaffio di Terenzio occupa solo il quarto superiore di c. 1r; l’Andria comincia a c. 2r. Non è pensabile, dunque, che l’epitaffio sia stato collocato così in alto nella pagina se non per far posto ad un testo tanto lungo da occupare il resto della facies e gran parte del verso di c. 1. Né è pensabile che un simile progetto appartenga a due persone.
  32. Devo dire che l’unica nota stridente è proprio la diversa inclinazione delle aste di f ed s.
  33. E. Casamassima, Tradizione corsiva cit., p. 98.
  34. Devo aggiungere che la mano più formale di Niccoli ricorre nei margini da c. 151v in poi, rafforzando ancor più questo senso di continuità fra le pagine. A c. 166r, inserita nel testo della Vita Demosthenis, si legge una frase (qui riprodotta in corsivo) che riferisce un discorso del Bruni: "Nam oratio illa quae est contra Aeschinem falsae legationis, incertum est an orata unquam fuerit, quamquam asserat Idomeneus a XXX dumtaxtat absolutum fuisse Aeschinem. Sed non videtur id verum ut ex utriusque orationibus in causa Ctesiphontis scriptis coniectari licet in quibus nulla mentio est huius iudicii neque clare neque obscure habita est. Leonardus Aretinus dicit se quandam aepistolam Aeschynis legisse in qua mentio habetur huius iudicii et constat oratam fuisse causam a Demosthene <corretto su Antisthene>. Propositum autem Demosthenis…". La frase non trova ovviamente posto nei testimoni della Vita Demosthenis, ma costituisce una prova che lo scriptor di questa sezione del codice era tanto vicino al Bruni da essere in grado di riferirne un’osservazione.

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