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Teresa De Robertis
Nuovi autografi di Niccolò Niccoli (con una proposta
di revisione dei tempi e dei modi del suo contributo alla riforma
grafica umanistica)
("Scrittura e civiltà", 14
[1990], pp. 105-121, escluse le tavole)
[redazione del testo a cura di Renzo Iacobucci]
Il codice 136 della biblioteca
Riccardiana di Firenze raccoglie le sette Vitae di
Plutarco tradotte da Leonardo Bruni ed il Cicero novus
dedicato a Niccolò Niccoli. Il manoscritto ha fatto parte della
libreria pontremolese di Nicodemo Tranchedini ed è stato
descritto da Giovanni Lami, insieme ad altri dieci riccardiani di
identica provenienza, in un fascicolo di sua mano che ora è
parte della filza Palatina 1193 della Biblioteca Nazionale [1].
La descrizione del Lami, che riproduco qui per intero, contiene
un suggerimento importante:
Codex III chartaceus, in 4°, saec. XV.
I Leonardi Arretini Vita Q. Sertorij ex
Plutarcho e Graeco in Latinum Conversa cum Prologo ad Antonium
Luscum.
II Pauli Aemilij Vita ex Plutarcho per
Leonardum Arretinum in Latinum conversa.
III Tiberij et Gai Gracchorum Vita ex
Plutarcho in latinum conversa per Leonardum Arretinum.
IIII M. Antonij Vita quam Leonardus
Arretinus e Graeco vertit in Latinum cum prologo ad Colucium
Salutatum.
V Pyrri Regis Epirotarum Vita ex Plutarcho
in latinum conversa per Leonardum Arretinum V. C.
VI M. Catonis Vita ex Plutarcho in latinum
traducta per Leonardum V. C.
VII Vita
Demosthenis in qua Leonardus Arretinus laudatur. In fine legitur [in caratteri greci]
telos tou biou Demosthenous
.
VIII Cicero novus, seu Ciceronis
Vita, Leonardi Arretini cum prologo ad Nicolum. In fine: Vita
Ciceronis ex Plutarcho de comparationibus traducta per Leonardum
Arretinum explicit feliciter. Hic Codex, quo in fronte gerit
Stemma et Nomen Nicodemi Tranchedini fortasse scriptus est a
Nicolao Niccolo [2].
Lattribuzione al Niccoli, appena
velata di reticenza ("fortasse scriptus est a Nicolao
Niccolo"), è passata finora inosservata, quasi sopraffatta
dallinteresse contingente per la libreria del Tranchedini.
Il Riccardiano 136, come del resto tutti i codici che dagli studi
di Ullman in poi sono concordemente riconosciuti di mano del
Niccoli, non è sottoscritto; ma un confronto, anche
superficiale, con limponente apparato fotografico che
accompagna gli studi sullumanista fiorentino [3] rende
immediata giustizia allintuizione del Lami, confermando, se
mai ce ne fosse bisogno, lattendibilità della grande
erudizione fiorentina del Settecento in materia di attribuzioni.
Tuttavia il riconoscimento della mano del Niccoli, in questo e
negli altri codici che si vedranno più avanti, non è in sé un
fatto importante, né un simile recupero appare come un evento
eccezionale ed imprevisto [4]. Quello che invece merita
attenzione, e che costituisce il motivo di questa breve nota, è
il posto che questi autografi vanno ad occupare nella storia
grafica e nella cronologia della sua personale (e solitaria)
sperimentazione della littera antiquae formae.
Il Riccardiano 136 costituisce, secondo me,
una sorta di anello mancante nella ricostruzione, e nel recupero,
di unattività grafica anteriore agli esempi più noti,
corsivi, più intuita che realmente conosciuta, e che affonda le
sue radici nella tarda tradizione trecentesca. La biografia
scrittoria di Niccoli viene a porsi, anche per ragioni
anagrafiche a cavallo fra due epoche, cosa che non avviene per
Salutati, troppo vecchio per poter infrangere del tutto i tabù
di unesistenza grafica tutta allinsegna del sistema
moderno, né per Poggio troppo giovane, invece, cresciuto e
maturato alla scrittura in un clima ormai del tutto nuovo, alla
cui elaborazione teorica altri avevano collaborato.
Due mani di diversa formazione sembrano
succedersi nel lavoro di copia: alla mano di Niccoli segue (da c.
160v alla fine) quella di un misterioso personaggio che
utilizza una littera antiqua inconsueta, se non
indipendente, in un codice fiorentino e tuttavia curiosamente
solidale, vorrei dire congrua, con quella di Niccoli. Va subito
sottolineato che siamo di fronte ad un codice omogeneo e non a
due unità di origine diversa poi giustapposte: la mano B
comincia a scrivere, anzi, nel verso di c. 160, che è la
quarta del quattordicesimo fascicolo [5]. Lasciando per il
momento da parte ogni questione riguardante questa seconda mano,
vorrei analizzare brevemente alcune caratteristiche delle cc. 1r-160r
per le quali si è fatto il nome di Niccoli. Lattribuzione
del Lami è fondata su di una tale intrinseca evidenza della
scrittura che una dimostrazione potrebbe sembrare addirittura
superflua. Altrettanto evidente appare la collocazione
dellautografo in una fase intermedia (sia in termini di
cronologia relativa, dei fatti grafici, sia di rapporto fra genera
scripturarum) fra quello che è considerato il suo più
antico, ma già perfetto, formalizzato, esperimento di
travestimento "allantica" del modus scribendi
testuale (la "formal hand" individuata da Albinia de la
Mare, in almeno quattro interventi di una certa entità) [6] ed i
più consueti, numerosi e tardi esempi di corsiva allantica
[7]. Questa oscillazione intermedia è suggerita da un evidente,
continuo oscillare (tra pagina e pagina, tra riga e riga, perfino
tra parola e parola) fra soluzioni corsive e soluzioni posate
intese non come tonalità diverse di una stessa
attitudine/abitudine grafica, ma come vere e proprie citazioni di
ciascuno dei due modi scribendi, textus e notula,
che costruiscono, nel caso di Niccoli, la base di partenza della
sua elaborazione allantica. Limpianto generale, e
prevalente (c. 58r, c. 123v), è quello di una lettera
bastarda (cioè di una scrittura di origine corsiva impiegata
con qualche aggiustamento formale per la copia di un libro) [8]
depurata di quelle che sono sentite come le caratteristiche più
appariscenti del sistema moderno - la nota tachigrafica per et
(cui non corrisponde la sua sostituzione con la legatura &),
la d onciale - senza rinunciare a quel patrimonio di
funzionalità rappresentato dalle legature dal basso attuate
attraverso la corsivizzazione dei tratti sul rigo e il ricorso a
varianti in un tempo (m, n, u, r, e
più raramente b, l, f, s con asta
raddoppiata). Esemplare è il caso della cosiddetta variante
"tonda" o capitale di s in fine di parola che,
pur essendo percepita come uno degli elementi "moderni"
da sostituire, è mantenuta dal Niccoli perché si presta con
maggiore naturalezza alla legatura. Ma quando Niccoli passa al modus
librario (c. 72v), se non scompare del tutto la s
"tonda", ecco comparire anche la variante
"diritta" o minuscola. Si osserva la totale rinuncia al
sistema delle legature, le varianti impiegate sono più
articolate, ossia eseguite in più tempi, ed i trattini accessori
posti alla base dei tratti verticali, perduto ogni significato
dinamico, sono ridotti a brevi arrotondamenti sul rigo con la
sola funzione, in certo senso opposta, di creare un equilibrato
distacco fra i segni. Solo in fine di parola fa irruzione quello
che può essere considerato un tratto irriflesso della
personalità grafica di Niccoli, forse legato proprio alla
maggiore dimestichezza con la tradizione corsiva: la tendenza a
prolungare orizzontalmente, con un angolo costante, le estreme
propaggini di e, t, r eseguita in un tempo, a,
m.
Il ricorso alterno ai due modi scribendi
è evidente ed esemplare quando si verifica allinterno
della medesima pagina. A c. 63r le prime quattro righe
("in discrimen
pugnam cum Caesar") sono in littera
antiqua: ecco allora che le lettere sono eseguite in più
tempi, sono assenti le legature dal basso mentre rimangono quelle
dallalto (tipiche del modello) per e (in
"erat" e "dextero" si può osservare la
caratteristica e niccoliana), r, t. Alla
fine della quarta riga si assiste al passaggio al modus
corsivo con lirruzione, in "dictator factus", di a
in un tempo in legatura dal basso, r in un tempo; alla
riga successiva le parole "persequi pompeium
decreuisset" e "tribunatu" sono assolutamente
corsive (si notino le varianti in un tempo e le legature dal
basso). Lalternanza prosegue più avanti e in altre carte
del codice. Non sembra privo di significato luso più
frequente e regolare dellantica legatura & entro limiti
certamente testuali (decima riga "dolo]bella adulescens qui
& ipse") cui si oppone, quando il modus è
decisamente corsivo, quello del normale gruppo et
("et trebellii", riga 18). Altro elemento distintivo è
il ricorso alla variante di g con la coda aperta (ed
eseguita spesso in un tempo), tipica dellesecuzione currenti
calamo, che si oppone a quella più articolata con la coda
chiusa e tutta spostata a sinistra.
Dal punto di vista della cronologia
relativa, della successione degli eventi grafici, la posizione
del Riccardiano 136 è abbastanza chiara. Niccoli sembra muoversi
in una zona di confine, dibattersi fra due esperienze solo in
apparenza contraddittorie. Non sceglie fra i due modi
scribendi: non ha rinunciato a quella scrittura ideale
che è lantiqua di tipo poggiano, né è convinto
della pari dignità grafica della sua corsiva.
Questa collocazione intermedia è confermata
anche sul piano della cronologia assoluta. Dagli studi di Baron
sappiamo che il Cicero novus che Bruni dedicò al Niccoli
risale allottobre del 1415 e che il ciclo delle traduzioni
plutarchesche era completo anteriormente al 1423 [9]. Si deve
considerare, inoltre, che nel 1420 era scoppiato il feroce
dissidio che divise per anni Niccoli da Leonardo Bruni, dissidio
alimentato da invettive e libelli che si riassorbì, coi buoni
uffici del Barbaro, solo nella tarda estate del 1426 [10]. Dato
il carattere non proprio accomodante di
Niccoli, mi sembra che la copia della silloge bruniana possa solo
collocarsi in tempo di pace, o prima del 1420 o dopo
lestate del 1426. Tuttavia un confronto fra la scrittura
del Riccardiano e gli esempi corsivi databili agli anni 1423-29,
sembra escludere questa seconda ipotesi.
Un caso graficamente analogo al Riccardiano
136, ma ben più antico, è rappresentato da un fascicolo di mano
di Niccoli contenuto nel ms. II IX 125 della Biblioteca Nazionale
di Firenze e di cui è stata data una breve notizia qualche anno
fa [11].
A questo punto si pone inevitabile il
problema di quale sia stata la reale formazione grafica di
Niccoli, o meglio quale fosse il punto di partenza della sua
evoluzione verso la littera antiquae formae. Questione non
di poco conto, visto che tocca il ruolo giocato da uno dei
personaggi della trinità posta da Ullman a fondamento della
riforma grafica. A lungo si è creduto che linnesto degli
elementi "antichi" fosse avvenuto, per Niccoli, su
"una notula, o corsiva, fiorentina" [12] o,
meglio, su una mercantesca. Si trattava di qualcosa di più
concreto che unipotesi: lo confermavano la sua estrazione
sociale ("el padre fu mercatante et rico, et ebbe quatro
figliuoli, tutti mercatanti. Niccolaio nella sua pueritia volle
il padre che facessi il medesimo et non poté vacare alle
lettere") [13] e almeno tre lettere autografe. E lo
confermava, soprattutto, linnegabile vocazione alla
corsività che traspare nella maggioranza dei codici di sua mano,
tutti relativamente tardi (posteriori al 1423) rispetto al
momento cruciale. E nemmeno lidentificazione della sua
"formata", proprio per la sua natura episodica, ha in
realtà cambiato i termini della questione: il ruolo grafico di
Niccoli continua ad essere condizionato dalla rigida geometria
del giudizio di Ullman [14].
Proseguendo il cammino a ritroso iniziato con
il suggerimento del Lami, è possibile ricondurre alla mano di
Niccoli anche il Riccardiano 264, databile, con buona
approssimazione, alla fine del Trecento. Si tratta del Lattanzio
dato per disperso nella ricostruzione della biblioteca del
Niccoli [15], quel "chartaceus vetus" che Traversari
dimostrò sempre di preferire fra gli altri codici di Lattanzio
posseduti dal Niccoli [16]. E le ragioni di quella preferenza
coincidono, forse, con quelle che hanno spinto Niccoli, più
volte a distanza di tempo, a riprendere il codice fra le mani.
Nella fitta trama delle annotazioni, in margine e fra le righe,
si distinguono almeno quattro interventi di sua mano successivi
alla copia: 1) laggiunta della traduzione dei passi greci;
2) una prima revisione avvenuta a non grande distanza dalla
copia; 3) linserimento dei titula in capitale; 4)
una seconda, tarda, incompleta collazione. Qualche tempo prima di
questultima è avvenuta anche la sostituzione del
fantasioso greco del testo con quello a margine, intervento per
il quale è stato proposto il nome di Traversari [17].
Nellanalisi dei vari sedimenti grafici
è utile partire dal più recente, cioè dallo strato
corrispondente alla seconda collazione che si identifica, nei
margini, con la tarda, notissima corsiva niccoliana. La
collazione fu fatta in gran fretta, nel 1431, con quel
"vetustissimum exemplar" di Lattanzio trovato dal
Parentucelli a Nonantola (oggi Bologna, Biblioteca Universitaria
701); Niccoli non riuscì a completare il lavoro (le lezioni di B
si arrestano in coincidenza della lacuna) perché il Nonantolano
fu restituito al Parentucelli [18].
La prima revisione è avvenuta in un periodo
ben più lontano e graficamente distinto. Niccoli impiega (nei
margini, fra le righe ed anche su rasura) una libraria che, se
non fosse per il persistere della variante onciale di d,
potrebbe dirsi perfettamente compiuta "allantica:
da notare luso costante della s diritta in fine di
parola, di & per la congiunzione, del dittongo espresso come e
caudata o come nesso (singolarmente affine, come costruzione
e risultato, alla legatura &), laccenno alla legatura ct.
Risulta ancora difficile a Niccoli inibirsi la rapida
variante di e in due tempi (la stessa che, con altro
significato e altra funzione, è giustamente riconosciuta come
elemento caratteristico della sua corsiva). Le poche capitali
hanno unaria nuova, anche se ancora non si può dire
dimenticato o superato lalfabeto misto capitale/onciale.
Lovvio rimando è agli esempi in "formal hand"
proposti da Albinia de la Mare [19]. Se lattribuzione al
Niccoli non può che risultare rafforzata dal confronto, è
certo, però, che la sua littera antiqua nel San Marco
649, o nei Fiesolani 12 e 13 può dirsi perfettamente compiuta
non solo quanto a varianti distintive, ma anche (e soprattutto)
per la pulizia stilistica, per il raggiunto equilibrio tra modulo
dei segni e distanza interlineare, tra peso dei tratti e spazio
fra le lettere; mentre nelle annotazioni del Riccardiano 264 la
mano del Niccoli non sembra ancora affrancata, in quegli stessi
elementi, dalla tecnica scrittoria moderna. Unequivalenza
morfologica e cronologica, perfetta fin quasi alla
sovrapposizione, può essere trovata invece in alcune carte del
Laur. XLIX, 18, il famoso Cicerone del Salutati. Il richiamo tra
il Riccardiano 264 ed il Laurenziano è suggerito, tra
laltro, da una curiosa serie di coincidenze nella
stratificazione degli interventi a margine e nella situazione
originaria del testo. Anche in questo caso siamo di fronte ad una
bastarda tardo trecentesca che per le citazioni greche ha
utilizzato un improbabile alfabeto capitale; greco che è stato
reintegrato a margine, qualche tempo dopo, accompagnandolo con la
traduzione interlineare ad verbum. Per questi due
interventi è stato fatto il nome di Crisolora e proposta una
data corrispondente al suo soggiorno fiorentino, 1397-1400 [20].
Se la data mi sembra più che plausibile, per la mano latina
propongo invece, sulla base del confronto con il Riccardiano 264,
il nome di Niccoli. Lequivalenza, ripeto, mi pare perfetta:
non si tratta della sola identità dei segni (per lanalisi
dei quali rimando a poco più sopra), ma anche dello stesso
livello morfologico. Emanuele Casamassima, che da tempo inseguiva
una sua idea sul possibile contributo dei greci alla riforma
[21], era molto incuriosito dallattribuzione al Crisolora;
ma esaminando con me il Laurenziano non solo fu daccordo
sul nome di Niccoli per la scrittura della versione latina
interlineare, ma, quasi con rammarico, fu molto perplesso
sullattribuzione del greco al Crisolora, fino al punto di
dubitare che potesse essere la mano di un bizantino. Chi lo abbia
scritto resta, per ora, un mistero. Comunque non Niccoli le cui
conoscenze, dopo il passaggio del Crisolora e poi di Guarino, non
andarono mai molto più in là dellalfabeto capitale e
delluso di spiriti e accenti [22]; ma certo qualcuno tanto
vicino a Niccoli da potergli dettare, in contemporanea, la
traduzione.
Allepoca in cui Niccoli copiò il
Lattanzio riccardiano, Crisolora non doveva essere ancora
arrivato a Firenze. Per quanto potesse essere difficile, copiando
da un exemplar medievale, dedurre una plausibile lezione
greca, certo Niccoli non avrebbe resistito (come non resisterà
in altre occasioni) [23] alla tentazione di mettere in mostra le
sue conoscenze di quellalfabeto. Se solo ne avesse avuto la
possibilità. E questo ci trascina verso una data decisamente
alta, oltre il 1397 [24]. La copia del testo e linserimento
nei margini della traduzione dei passi greci avvennero, come
dimostra il tipo di lettera impiegata, a non grande distanza di
tempo. A differenza di quanto accade per i marginalia del
Laurenziano XLIX, 18, siamo di fronte ad una traduzione che non
è letterale e che rimanda, attraverso espliciti richiami, al
greco medievale del testo. Nel caso di parole isolate o di
espressioni più brevi, la versione latina è posta
nellinterlinea. Il greco del Traversari è andato ad
inserirsi, sempre nei margini, in corrispondenza della versione
latina di mano del Niccoli, al di sopra o al di sotto di essa,
condizionato dallo spazio rimasto disponibile.
Nelle prime sei carte del codice Niccoli ha
adoperato o il tipo di lettera che doveva essergli più consueto
in quel momento o quello che nel solco della migliore tradizione
trecentesca (e fiorentina) doveva sembrargli il più adatto,
cioè una bastarda minuta e piuttosto stilizzata dalla quale,
inaspettatamente, sembra affiorare una trama di fondo
cancelleresca piuttosto che mercantesca (si vedano gli
ingrossamenti dei tratti discendenti di f ed s accompagnati
dal secondo tratto enfatizzato in senso orizzontale, cui si
richiamano, specularmente e sotto il rigo, la coda di g e
ed il prolungamento dellultimo tratto di h). La mano
è innegabilmente "moderna" e nulla lascia prevedere
ciò che invece accade poche carte più in là. Ma se, con
limmaginazione, spogliamo questa bastarda di quelli che
sono gli elementi distintivi "moderni" (la nota
tachigrafica per et, s tonda in fine di parola, d
onciale, r tonda e nesso di curve) e privilegiamo gli
elementi neutri, che non costituiscono discrimine fra luno
e laltro sistema, eseguiti con una penna diversa,
lidentità di mano ed il legame con gli esempi tardi di
corsiva allantica mi sembrano emergere con prepotente
evidenza. Il confronto può essere eseguito sulla c. 1v,
che riunisce i due estremi dellesperienza corsiva di
Niccoli, con il sussidio del termine intermedio rappresentato dal
Riccardiano 136. Ma già a c. 6v il progetto grafico
iniziale risulta alterato: la corsività decisa delle prime carte
pare come diluirsi in corrispondenza dei primi accenni alla
legatura &, e alluso, non esclusivo, di s
diritta in fine di parola e di e caudata per il dittongo.
Da qui in avanti Niccoli procede (con solo qualche ripensamento)
su una strada che si fa decisamente libraria, inibendosi la
tendenza alle connessioni dal basso cui contrappone luso
del nesso di curve, privilegiando le varianti articolate, più
posate e riducendo nel modulo le lettere. Anche le maiuscole del
testo (persino le capitali usate per le citazioni greche) sono
coinvolte in questa trasformazione, perdendo la loro connotazione
medievale, ma senza che si possa parlare di un reale modello
antico, né librario né epigrafico. Un po come era
successo, una generazione prima per Petrarca o Boccaccio [25].
Può essere utile per il lettore tornare, per un confronto, al
Niccoli della prima collazione e agli esempi di "formal
hand" già richiamati.
Siamo di fronte, ancora una volta, ad una
scrittura in evoluzione, ad una mano che sperimenta nuove strade.
Però, mentre per il Riccardiano 136 linstabilità si
identifica con una scelta, in apparenza non risolta, fra un
modello librario ed uno corsivo comunque già trasformati
"allantica" che arrivano ad opporsi pagina contro
pagina, riga contro riga, per il Riccardiano 264 si può parlare
di un progetto grafico che muta, senza troppi ripensamenti, col
procedere dalla copia. Nelle pagine che dividono la prima carta
del codice dallultima è come pietrificato il trapasso fra
letà moderna ed il nuovo, antico, modo di scrivere. Solo
in alcuni codici del Salutati è possibile cogliere qualcosa di
analogo; ma è come se letà, o meglio una vita trascorsa
(e a che livello!) nella littera moderna avesse indurito
la sua mano: gli elementi antichi hanno il significato di
semplici citazioni incapaci di mutare il senso complessivo dello
scrivere. E diverso è anche il caso di Poggio: nei suoi primi
tentativi (basti per tutti lesempio del Catullo marciano)
il progetto è in certo senso anteriore allinizio della
copia, tutto esterno alla pagina, nella quale si coglie, per
così dire, la ginnastica della mano, lo sperimentare
allangolo, della pressione della penna, la ricerca di un
equilibrio spaziale fra i segni, laderenza formale ad un
modello, concreto o ideale che sia.
***
Nel Riccardiano 264 è possibile
osservare, nel vivo della pagina, il lento progredire di una mano
da unepoca grafica allaltra; in esso è come
cristallizzata lintera evoluzione allantica di
Niccoli. E se ne ricava limmagine di uno scriptor molto
versatile, in grado di percorrere tutte le strade che i tempi
permettevano (conosciamo la sua bastarda moderna, la sua
mercantesca, la bastarda e la minuta cursiva allantica,
la sua littera antiqua a gradi diversi di elaborazione).
Capacità grafiche che gli venivano riconosciute dai
contemporanei e che nemmeno i numerosi, inviperiti (anche a
ragione) detrattori mettevano in discussione; capacità
compendiate nel famoso, citatissimo (né io mi sottrarrò alla
consuetudine), attendibile giudizio di Vespasiano da Bisticci:
"et quando interveniva che si potessino avere le copie di
libri et non i libri, gli scriveva di sua mano o di lettera
corsiva o ferma, che delluna lettera o dellaltra era
bellissimo iscrittore, come si vede in Sancto Marco di più libri
che vi sonno di sua mano, delluna lettera et
dellaltra" [26]. È probabile che con "lettera
corsiva" e "lettera ferma" ("formata"
secondo la lezione accolta da altri editori) [27] Vespasiano
voglia solo indicare genericamente lopposizione tra i due modi
scribendi al di là della loro connotazione antica o moderna.
Tuttavia termini come littera formata o de forma, pur
riferendosi, teoricamente, solo al grado di attuazione
calligrafica di una scrittura libraria, alla "qualità della
lettera" [28], si sono legati in modo quasi esclusivo al
sistema delle "litterae modernae", assumendo un
significato specifico, tecnico: littera formata, negli
inventari quattro e cinquecenteschi [29], indica quasi senza
eccezione la littera textualis del sistema moderno; e
così littera formata finisce per opporsi a littera
antiqua. È possibile dunque che Vespasiano da Bisticci
conoscesse qualcosa di più dellattività grafica del
Niccoli?
Una risposta potrebbe venire dalle prime due
carte del Riccardiano 528, cioè dal Terenzio dellXI secolo
appartenuto a Niccoli [30]. A restauro di quella che appare come
la classica mutilazione da usura, verso la fine del Trecento, è
stato premesso al nucleo antico un bifolio membranaceo che
contiene lepitaffio e la vita di Terenzio (c. 1r),
seguiti dallargumentum e dallincipit
dellAndria (cc. 1v-2v). Il
testo di Terenzio e lepitaffio sono scritti in una littera
textualis piuttosto formale con lettere iniziali in rosso e
maiuscole ritoccate in rosso; le altre aggiunte (ma anche le note
di commento e le glosse ricorrenti con moderata frequenza in
tutto il codice) sono affidate ad una veloce littera minuta
cursiva: la disposizione sulla pagina e la successione
nel bifolio indicano chiaramente che siamo di fronte al lavoro di
ununica mano che usa litterae diverse in un preciso
e non casuale rapporto gerarchico [31].
Si è detto che il codice appartenne al
Niccoli e che le due carte iniziali sono state aggiunte alla fine
del Trecento. È possibile che il restauro sia opera di Niccoli?
Non sappiamo quando il codice di Terenzio arrivò fra le sue mani
né quali fossero le sue condizioni, ma certo Niccoli aveva tutte
le carte in regola per poter procedere ad una integrazione; né
è economicamente plausibile che per un lavoro di così poca
entità ricorresse ad una terza persona.
Se, allarmati da questa ipotesi in un certo
senso esterna al codice, torniamo alla scrittura delle prime due
carte e paragoniamo la lettera delle annotazioni con quella più
formale e contenuta delle prime carte del Lattanzio riccardiano,
la parentela fra le due mani appare perlomeno singolare.
Parentela che può essere verificata, più che nelle singole
varianti di lettera (tutte coincidenti, ma tipiche della
tradizione tardotrecentesca), in quelli che sono i tratti
irriflessi dello scrivere, non dominati dalla coscienza, dai
quali affiora, senza veli, la personalità grafica dello
scrivente. Ad esempio il senso dello spazio che regola, in un
modo che è costante anche al di là del ricorso a litterae diverse,
il rapporto che fra vuoto e pieno, fra bianco e nero e che si
realizza prima di tutto allinterno della lettera, poi fra
le lettere, fra le parole, fra le righe; e poi
linclinazione generale del tracciato (che si può
verificare in tutte le lettere con asta, sopra o sotto il rigo);
la tendenza (che è un fatto di economia mentale prima ancora che
pratica, che è del singolo prima che del sistema) ad
interpretare per analogia tratti percepiti come simili. Si
osservino, ad esempio, latteggiamento della
"coda" di g, lo sporgersi caratteristico del
secondo tratto di f ed s [32], il rapporto
fra i due tratti di e, linclinazione del
secondo tratto di d, la forma dei cosiddetti corpi
in o, b, d, p, q. Annotazioni
di questo tipo sono presenti in molti altri codici passati per le
mani di Niccoli, ad esempio nei margini del Laurenziano San Marco
272 e 286.
Accettare il nome di Niccoli per le
annotazioni corsive del Terenzio riccardiano significa, però,
attribuire a lui (qui davvero senza termini di confronto) anche
la responsabilità della littera textualis delle cc. 1r
e 2r-v. E così potrebbe dirsi completo
il ciclo della sua storia grafica. Ciclo che sembra chiudersi
come era cominciato, allinsegna di una vocazione alla
corsività che è tipica della migliore tradizione trecentesca,
non solo fiorentina, in un ambiente di grande spessore culturale,
ma non di professionisti del libro. Non è un caso che al di
fuori di Firenze, e cioè dove più a lungo la sperimentazione
delle litterae antiquae è rimasta unesperienza
intellettuale, solitaria, lontana dalle botteghe di cartolai o
editori, si possa osservare un fenomeno analogo. Niccoli non è
uno scriptor di professione e si muove con una libertà
che non è concessa a Poggio o ai suoi imitatori e seguaci,
presto irretiti nel mestiere, e che è assicurata proprio da quel
terzo modus dello scrivere rappresentato dalla littera
bastarda. La littera antiqua di Niccoli che abbiamo
visto emergere, cominciare a costruirsi nelle carte del
Riccardiano 264, in anni addirittura anteriori al 1397, nasce
dunque come progressiva ascesi di una scrittura che è corsiva
quanto a elementi e sistema, libraria quanto a funzione ed
impiego [33]. E tuttavia (con una precocità che fa dubitare che
sia proprio Niccoli a fare da discrimine fra le due età dello
scrivere) la sua antiqua appare come un risultato
perfetto. Allo stesso modo la corsiva dei suoi ultimi anni è un
prodotto meditato, tuttaltro che automatico, ottenuto
proprio attraverso il filtro di quella esperienza formale.
A questo punto, per concludere senza lasciar
debiti in sospeso, devo tornare al punto di partenza, cioè alle
cc. 160v-240v del Riccardiano 136, e porre una
questione che non sono in grado di risolvere e che riguarda
lidentità dello scriptor delle due ultime vitae del
piccolo corpus bruniano. Come ho già detto,
limpressione immediata, ad apertura di pagina, è che a
Niccoli si sia sostituito, nella copia, un secondo personaggio
che impiega una littera antiqua (ancora instabile, fluida)
che si ispira ad un modello grafico estraneo alla tradizione
fiorentina. La leggerezza delle lettere, linclinazione
generale del tracciato, laccentuato carattere minuscolo (il
divario fra corpi ed aste è più deciso), la tendenza a
trascinare i tratti orizzontali specie in fine di parola,
richiamano alla mente quegli esempi del IX secolo cui si sono
precocemente ispirati Guarino, Biondo, Aurispa, Ciriaco e che
continueranno ad ispirare tutta quella produzione libraria
riferibile ad area veneta o più genericamente settentrionale. Si
noti soprattutto il modo con cui il secondo tratto di f ed
s si inserisce sul primo, verticalmente e con un andamento
sinuoso; e poi quella e in tre tempi con il terzo tratto
così prolungato, di sapore vagamente ciriacano; la t con
il tratto orizzontale ondulato; la a decisamente onciale,
soprattutto in fine di parola e di riga; luso
tuttaltro che raro della variante onciale di m, anche
in questo caso in fine di parola e in fine di riga. Non so chi
sia questo copista cui Niccoli ha delegato il compito di
completare la silloge di testi del Bruni. Ma devo confessare che
il dubbio che possa trattarsi dello stesso Niccoli mi assale
periodicamente. Si avverte infatti fra le due sezioni del codice
[34], nonostante tutto, una curiosa solidarietà proprio in
quegli aspetti interpretativi, quei tratti irriflessi dello
scrivere cui accennavo prima a proposito del Riccardiano 528,
come se le differenze, che pure esistono, fossero tutte
imputabili soltanto al diverso modello grafico di riferimento.
Le testimonianze che ho proposto - che si
accerti o meno la responsabilità della seconda sezione del
Riccardiano 136 - sembrano dunque ridisegnare i confini della
carriera grafica di Niccoli e dilatare il suo contributo al
restauro delle litterae antiquae formae. Nello stesso
tempo rappresentano un caso esemplare e unico nel suo genere (per
leccezionalità del momento in cui si verifica) di
coesistenza, nella mano dello stesso scriptor, di genera
scripturarum diversi coscientemente impiegati e modificati,
con tutto il bagaglio tecnico e teorico che una simile esperienza
comporta.
Note bibliografiche
- Edito integralmente in B. Maracchi
Biagiarelli, Manoscritti della raccolta
dellumanista Nicodemo Tranchedini nella Biblioteca
Riccardiana di Firenze, in Miscellanea di studi in
memoria di Anna Saitta Revignas, Firenze, Olschki,
1978 ("Biblioteca di bibliografia italiana",
LXXXVI), pp. 237-258.
- B. Maracchi Biagiarelli, Manoscritti cit.,
p. 241.
- Per la mano di Niccoli si vedano gli
esempi raccolti e commentati da B. L. Ullman, The
Origin and Development of Humanistic Script, Roma,
Edizioni di Storia e Letteratura, 1960, pp. 59-77 e tavv.
29-39, e da A. C. de la Mare, The Handwriting of
Italian Humanists, I, Association internationale de
bibliophilie, 1973, pp. 44-60 e tavv. X-XIII, che
costituiscono il materiale di confronto cui si rinvia
(anche implicitamente) nelle pagine che seguiranno. Altri
esempi in A. C. de la Mare, Humanistic script: the
first ten years, in Das Verhältnis der Humanisten
zum Buch, a cura di F. Krafft e D. Wuttke, Boppard,
1977, pp. 95-96 e tavv. 1-3 ("Deutsche
Forschungsgemeinschaft, Kommission für
Humanismusforschung", Mitteilung IV).
- Secondo la testimonianza di Vespasiano da
Bisticci (confermata dai conteggi effettuati da Ullman)
"era Nicolaio liberalissimo et prestava libri a chi
gliene domandava, in modo che alla sua morte naveva
prestati a più persone volumi dugento, fra quali ve
nera a frate Francesco certi libri greci"
(Vespasiano da Bisticci, Vite, ed. A. Greco,
Firenze, Istituto nazionale di studi sul Rinascimento,
1970-1976, vol. II, p. 231). Il gruppo di manoscritti
sorpreso dalla morte del Niccoli in mano altrui fu
disperso in vario modo, o perché i volumi non furono
restituiti agli esecutori testamentari, o perché furono
venduti da questi ultimi per pagare i debiti di Niccoli.
È probabile, dunque, che altri fondi di biblioteche
fiorentine, specie quelli che raccolgono i brandelli
delle collezioni private tardoquattrocentesche e
cinquecentesche, possano restituire non pochi di quei
manoscritti. Tuttavia, se lidentità dei pezzi che
entrarono a far parte della biblioteca di San Marco è
assicurata dalla annotazione "de hereditate Niccolai
de Nicolis Florentini viri doctissimi", è invece
destinata a rimanere misteriosa (in assenza degli
inventari ricordati dal Lapaccini) quella dei codici che
a San Marco non entrarono. Con qualche eccezione, perché
è possibile ipotizzare che la raccolta di Niccoli
comprendesse anche testi volgari (almeno Dante, Petrarca
e Boccaccio) e opere di contemporanei come Salutati,
Poggio, Vergerio e almeno le copie di dedica della
Descriptio insulae Cretae di Cristoforo Buondelmonti
e della traduzione del Bruni del Tyrannus di
Senofonte. Il Ricc. 136, arrivato nelle mani del
Tranchedini probabilmente allepoca dei suoi
soggiorni e contatti fiorentini (1446-1450 e 1466-1475),
è il tipico esempio di codice che era prevedibile
facesse parte della raccolta di Niccoli. Per la struttura
e consistenza della raccolta cfr. B. L. Ullman-P. A.
Stadter, The Public Library of Renaissance Florence.
Niccolò Niccoli, Cosimo de Medici and the Library
of San Marco, Padova, Antenore, 1972 ("Medioevo
e Umanesimo", 10), pp. 59-89 (da integrarsi con la
recensione di F. Di Benedetto, "Studi
Medievali", 3a serie, XIVo,
1973, pp. 947-960). Per i libri che il Tranchedini fece
spedire da Firenze a Pontremoli si vedano le liste
pubblicate da P. Ferrari, Una biblioteca Pontremolese
nel secolo XV, "Giornale Storico della
Lunigiana", IV, 1922-1923, pp. 48 sgg., liste
estratte da un Memoriale inedito del Tranchedini
posseduto dal Ferrari stesso e poi passato ad una non
meglio identificata collezione privata pontremolese (cfr.
B. Maracchi Biagiarelli, Manoscritti cit., p. 237
e 257).
- La descrizione del Lami può essere, per
la parte esterna, integrata da questi dati: cartaceo (la
filigrana, molto comune, non è di nessun aiuto per la
datazione); cm 21,3 x 14; di cc. III recenti + I (sec.
XIX) + 204 + II + III; è composto di
diciassette sesterni, di cui i primi tredici (cioè fino
a c. 156) con richiamo al centro del margine inferiore,
secondo consuetudine in codici del Niccoli; lo specchio
di scrittura, affidato alla sola giustificazione
verticale, eseguita a secco a bifolio aperto, e su di un
bifolio per volta, è costante in larghezza (90 mm)
mentre varia moderatamente in altezza fra 135 e 145 mm in
relazione al numero delle linee di scrittura (fra 25 e 27
fino a c. 160r, fra 23 e 26 da c. 160v dove
il modulo delle lettere diventa più grande). Quando
uscì dalle mani del Niccoli il codice era privo di
decorazione, fatta eccezione per le capitali in rosso di
c. 100r; di mano coeva è lo scherzoso, sorridente
affacciarsi di un viso dalla maiuscola O di c. 174r.
Gli elementi che decorano il frontespizio, e cioè il nomen
sacrum "Iesus" in rosso fra piccoli fiori,
le due maiuscole rosse L e C, lo stemma
blandamente eraso (laquila bicipite che regge fra
gli artigli il cartiglio col motto "honore") e
inserito in una corona dalloro ad acquarello posta
fra le iniziali N e TR (quasi svanite),
risalgono allingresso del codice nella raccolta di
Nicodemo Tranchedini. Il manoscritto è stato legato di
recente in cartoni coperti di pergamena.
- A. C. de la Mare, The Handwriting
cit., tav. XII; Ead., Humanistic script
cit., tavv. 1-3.
- B. L. Ullman, The Origin cit.,
tavv. 29-39; A. C. de la Mare, The Handwriting
cit., tavv. X e XI.
- Per una definizione di littera bastarda
("terzo modus scribendi
del quale la
paleografia ha una cognizione sommaria e superficiale,
sia per quanto riguarda la genesi e la funzione che la
straordinaria, universale diffusione in una estrema
varietà di esecuzione e di stile anche in relazione alla
natura dei testi" si veda E. Casamassima, Tradizione
corsiva e libraria nella scrittura latina del Medioevo,
Roma, Gela reprint, 1988, pp. 98-99.
- H. Baron, Leonardo Bruni Aretino.
Humanistisch-philosophische Schriften mit einer
Chronologie seiner Werke und Briefe, Leipzig-Berlin,
Teubner, 1928, pp. 113-120 e 161-167; V. R. Giustiniani, Sulle
traduzioni latine delle "Vite" di Plutarco nel
Quattrocento, "Rinascimento", n. s., I,
1961, pp. 27-31 e 36-40.
- G. Zippel, Niccolò Niccoli. Contributo
alla storia dellumanesimo, Firenze, Bocca,
1890, pp. 32-34.
- J. L. Butrica, A New Fragment in
Niccolis Formal Hand, "Scriptorium",
XXXV, 1981, pp. 290-292 e tavv. 15-16.
- E. Casamassima, Literulae Latinae. Nota
paleografica, in S. Caroti-S. Zamponi, Lo
scrittoio di Bartolomeo Fonzio, Milano, Il Polifilo,
1974, p. XIII.
- Vespasiano da Bisticci, Vite cit.,
p. 225; per la mano mercantesca di Niccoli cfr. A. C. de
la Mare, The Handwriting cit., tav. XIII e T.
Foffano, Niccoli, Cosimo e le ricerche di Poggio nelle
biblioteche francesi, "Italia medioevale e
umanistica", XII, 1969, tavv. IX e X.
- La tentazione di risolvere, in una
versione trinitaria, non solo il problema, già
abbastanza complesso, della rinascita della littera
antiqua, ma anche quello dellopposizione, nei
caratteri di stampa, di tondo e corsivo, affiora senza
veli: "The script of Niccoli in the manuscripts
generally attributed to him is not of formal humanistic
type such as that practiced by Poggio and his imitators.
Rather it is a humanistic cursive, with a sprinkling of
Gothic. It is in fact the kind of hand that led to the
italic type fonts, just as the script of his friend
Poggio was the protoype of the roman type fonts" (B
.L. Ullman, The Origin cit., p. 60); e più avanti
"I have said that Niccolis humanistic cursive
was the kind of script that developed into Aldus
italic type. Until earlier examples are discovered we can
give Niccoli credit for inventing this script. In that
event we reach the interesting conclusion that intimate
friends, Poggio and Niccoli, both protégés of
Coluccio, originated the two scripts that developed into
the two most popular printing fonts of today, roman and
italic" (B .L. Ullman, The Origin cit., p. 77).
- B .L. Ullman-P. A. Stadter, The Public
Library cit., pp. 75 e 139 (= n. 131 del catalogo di
San Marco).
- Ep. VII, 40: "Quod de non
inserendis graecis litteris novo Lactantio praecipis, dum
venias, observabo diligenter. Equidem chartaceum tuum
illum veterem quam novum istum plus diligo" (Ambrosii
Traversarii Generalis Camaldulensis
epistolae a
Domino Petro Canneto
in libros XXV tributae.
Accedit eiusdem Ambrosii vita
deducta a Laurentio
Mehus, Florentiae, 1759, vol. I, col. 404).
- Il codice è stato studiato (e ampiamente
descritto) da G. Pomaro, Lattività di Ambrogio
Traversari in codici fiorentini,
"Interpres", II, 1979, pp. 107-110, tav I3;
Ead., Fila traversariane. I codici di Lattanzio,
in Ambrogio Traversari nel VI centenario della nascita,
Convegno Internazionale di studi (Camaldoli-Firenze,
15-18 settembre 1986), a cura di G. C. Garfagnini,
Firenze, Istituto nazionale di studi sul Rinascimento
L. S. Olschki, 1988, pp. 240-244 e 269-271, tavv.
IIb-c e III. A Gabriella Pomaro si devono
anche il riconoscimento della mano di Traversari per il
greco e di quella del Niccoli nella fascia di intervento
corrispondente alle due collazioni, e la prima intuizione
(prudentemente soffocata, in mancanza di termini di
confronto intermedi) di una certa affinità fra la
scrittura del testo e quella di Niccoli. Della
descrizione si ripropongono qui solo quei pochi dati che
sono funzionali ad evocare fisicamente il codice. Del
manoscritto originale, cartaceo, di cm 29,5 x 21,5, sono
sopravvissuti i tre quinterni iniziali e i cinque finali
(tutti con richiamo): un restauro moderno ha ricostruito
la consistenza del volume integrandolo con 5 quinterni di
fogli bianchi in corrispondenza della lacuna (il testo
delle Institutiones è mutilo da II, 10 a V, 9);
la vistosa numerazione meccanica copre anche
lintegrazione, per un totale di 130 carte,
precedute e seguite da guardie settecentesche. La
scrittura occupa 38/39 linee disposte su di uno specchio
ottenuto con una profonda incisione a punta metallica con
doppia giustificazione verticale. Al momento della copia
del testo Niccoli scrisse le sole capitali del
frontespizio lasciando, allinterno del codice, lo
spazio per iniziali e titoli che integrò, sempre in
rosso, in un secondo momento.
- Il codice bolognese era probabilmente a
Firenze da diverso tempo, forse addirittura fin dalla sua
scoperta (Parentucelli a Niccoli nel 1426:
"Lactantium illum vetustissimum habeo, quem videre
poteris post modicos dies, quum per vos transeundum
erit", App. XXV, 3; Ambrosii Traversarii cit.,
col. 1046). Ma dopo lentusiasmo iniziale, il
progetto di trarne una copia era stato rimandato.
Nellimminenza della restituzione Traversari scrive
a Niccoli sollecitandolo almeno alla collazione,
comunicandogli il proprio disagio per quella che non
poteva non apparire al Parentucelli una grave negligenza:
"Volumen illud Lactantii pervetustum mitto ad te,
orans atque obsecrans ut libellos illos de ira Dei et
opificio hominis et epitomen, quanta licet celeritate,
transcribas ac praeterea tuum ad hoc exemplar volumen
emendes. Satis enim vereor ne Thomas noster
substomachetur tantae negligentiae nostrae, apud quos
ipse codex otiosus fuerit tamdiu. Nam memini illum quum
Roma proficiscetur, solicite rogasse absolvissemus illum,
necne quod restituendi tempus immineret sibi" (VIII,
27; Ambrosii Traversarii cit., col. 384).
- Cfr. n. 6.
- A. C. de la Mare, Humanistic script
cit., p. 96.
- Il 26 maggio 1986, nellambito di un
seminario su "La cultura a Firenze nel
Quattrocento" organizzato dallIstituto
nazionale di studi sul Rinascimento e dal Dipartimento di
studi sul Medioevo e il Rinascimento
dellUniversità di Firenze, Casamassima tenne una
lezione su "Il contributo dei dotti bizantini, e di
Guarino e dei suoi, alla riforma scrittoria umanistica e
ai fondamenti della paleografia". Il testo di questa
lezione (nella quale avevo una piccola parte in qualità
di illustratrice) è stato ritrovato fra le sue carte e
sarà pubblicato su uno dei prossimi di "Medioevo e
Rinascimento".
- Sulla scarsa conoscenza del greco si veda
G. Zippel, Niccolò Niccoli cit., p. 19, che
riporta un giudizio di Filelfo ("grecam litteraturam
libarat, non ebibarat") e ricorda che fu il Bruni,
in più occasioni, a spiegare a Niccoli il significato di
parole greche. Si veda inoltre B. L. Ullman-P. A.
Stadter, The Public Library cit., pp. 84-84, dove
sono riportati il terribile giudizio di Guarino
("Nam cum in condiscipulatu quendam sui certe
amantissimum paucis adeo mensibus proficere cerneret, ut
non dubium esset quin ipse, qui iam anno quarto decimo
huic litterarum generi operam dare coepisset,
superaretur, immo vero propter ingenii crassitudinem,
pingue et innatam malivolentiam nihil praeter characteres
gustare posset") e quello poco entusiastico di
Poggio ("Graecis literis plurimum insudavit").
- Per la mano greca di Niccoli si vedano le
annotazioni in margine al San Marco 328 e al Laurenziano
XLIX 7 e gli esempi più tardi in A. C. de la Mare, The
Handwriting cit., tav. X (b, d, f).
- Lanno 1397 viene assumendo, nella
storia della riforma grafica e dellumanesimo in
genere, un carattere quasi simbolico. Cfr. G.
Billanovich, Alle origini della scrittura umanistica:
Padova 1261 e Firenze 1397, in Miscellanea Augusto
Campana, Padova, Antenore, 1981 ("Medioevo e
Umanesimo", 44) vol. I pp. 125-140 e tavv. II-V.
- Per le maiuscole di Petrarca si veda E.
Casamassima, Lautografo riccardiano della
seconda lettera del Petrarca a Urbano V (Senile IX 1),
"Quaderni petrarcheschi", III, 1985-1986, p.
31. Per Boccaccio rimando alle capitali del Laurenziano
XXIX 8 (c. 73r, notamentum della laurea del
Petrarca), del Laurenziano XXXIII 31, e a quelle
sorprendentemente "antiche" (e di chiara
ispirazione epigrafica) raffigurate sullarchitrave
della porta dellinferno nel disegno forse di sua
mano a c. 7r del Riccardiano 1035; cfr. Mostra
di manoscritti, documenti e edizioni, VI centenario
della morte di Giovanni Boccaccio (Firenze, Biblioteca
Medicea Laurenziana, 22 maggio-31 agosto 1975), Certaldo,
a cura del Comitato promotore, 1975, rispettivamente
tavv. XIV, XV, VIII.
- Vespasiano da Bisticci, Vite cit.,
p. 228. A. C. de la Mare, The Handwriting cit., p. 50
ricorda che a Niccoli era attribuito anche il merito di
aver introdotto la decorazione
"allantica" e che a Niccoli ci si
rivolgeva, nei primi anni del 400, per far decorare i
libri secondo la nuova maniera. Lipotesi è molto
interessante, perché è certo che scrittura e
decorazione sono state percepite come elementi
complementari nel recupero, nella riproposta di un libro
ideale, antico, sullo stesso piano del testo,
dellortografia, ma anche dei materiali, delle
tecniche di preparazione delle superfici e
dellimpaginazione. Ed è probabile che i meriti di
un simile recupero vadano tutti ascritti alla stessa
persona.
- Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini
illustri del secolo XV, ed P. DAncona-E.
Aeschlimann, Milano, Hoepli, 1951, p. 435.
- E. Casamassima, Litterae Gothicae. Note
per la storia della riforma grafica umanistica,
"La Bibliofilia", LXII, 1960, p. 117.
- S. Rizzo, Il lessico filologico degli
umanisti, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,
1973 ("Sussidi eruditi", 26), p. 145.
- A c. 1r: "Iste liber est
conuentus Sancti Marci de Florentia ordinis predicatorum
quem habuit a Cosma de Medicis ex hereditate Nicolai de
Nicolis". Corrisponde al n. 919 o 921 del catalogo
di san Marco (B. L. Ullman-P. A. Stadter, The Public
Library cit., p. 233).
- Lepitaffio di Terenzio occupa solo
il quarto superiore di c. 1r; lAndria
comincia a c. 2r. Non è pensabile, dunque, che
lepitaffio sia stato collocato così in alto nella
pagina se non per far posto ad un testo tanto lungo da
occupare il resto della facies e gran parte del verso
di c. 1. Né è pensabile che un simile progetto
appartenga a due persone.
- Devo dire che lunica nota stridente
è proprio la diversa inclinazione delle aste di f
ed s.
- E. Casamassima, Tradizione corsiva cit.,
p. 98.
- Devo aggiungere che la mano più formale
di Niccoli ricorre nei margini da c. 151v in poi,
rafforzando ancor più questo senso di continuità fra le
pagine. A c. 166r, inserita nel testo della Vita
Demosthenis, si legge una frase (qui riprodotta in
corsivo) che riferisce un discorso del Bruni: "Nam
oratio illa quae est contra Aeschinem falsae legationis,
incertum est an orata unquam fuerit, quamquam asserat
Idomeneus a XXX dumtaxtat absolutum fuisse Aeschinem. Sed
non videtur id verum ut ex utriusque orationibus in causa
Ctesiphontis scriptis coniectari licet in quibus nulla
mentio est huius iudicii neque clare neque obscure habita
est. Leonardus Aretinus dicit se quandam aepistolam
Aeschynis legisse in qua mentio habetur huius iudicii et
constat oratam fuisse causam a Demosthene
<corretto su Antisthene>. Propositum autem
Demosthenis
". La frase non trova ovviamente
posto nei testimoni della Vita Demosthenis, ma
costituisce una prova che lo scriptor di questa
sezione del codice era tanto vicino al Bruni da essere in
grado di riferirne unosservazione.
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