Antonio Cartelli - Marco Palma

Paolo Bertolini
"Actum Beneventi". Documentazione e notariato
nell’Italia meridionale langobarda (secoli VIII-IX)
,

Milano, Giuffrè, 2002 (Fonti e strumenti per la storia del notariato italiano, 9)
[riproduzione parziale delle pp. 129-133 e 228-231]

      La corsiva nuova è il tipo di scrittura, che ricorre in buona parte degli strumenti notarili rogati nell’Italia Meridionale langobarda tra il 792 e l’837 sino a noi pervenuti in originale. In essa emergono precocemente forme ed atteggiamenti, che o lasciano intravedere quelli proprii della beneventana o sono già inequivocabilmente beneventani [quali: la e eseguita in due tempi, che appare usata in concorrenza con la e eseguita in un tempo solo; la t "a fiocco"; a a forma di oc, usata accanto alla a "aperta"; il legamento et di tipo beneventano; l’abbreviazione "a punto e virgola" (;), specifica di -us; l’uso dei due punti (:) per indicare la pausa breve]. Si tratta di forme e di atteggiamenti indicativi di un contesto grafico già preparato ad accogliere - con tutte le sue implicazioni ideologiche e propagandistiche - il nuovo, peculiare tipo di scrittura, espressione di un ambiente ormai maturo e psicologicamente consapevole della propria identità nazionale e della originalità della propria cultura. Non sempre ben allineata, tale corsiva nuova è caratterizzata da: aste superiori alte e raddoppiate a frusta; a in genere aperta; c slanciata e strozzata, eseguita in due tempi; d con occhiello aperto; e chiusa in alto, vergata in unico tratto; g talora di tipo semiunciale, in genere con occhiello superiore chiuso da un tratto ascendente, che la unisce alla lettera successiva; i iniziale alta, indipendentemente dalla circostanza di essere seguita da lettera alta o bassa; o, che, quando è preceduta da una r, si alza notevolmente verso l’interlineo; q con occhiello aperto; r a volte ritoccata inferiormente, che si slancia in modo vistoso verso l’alto quando non si leghi a destra con altra lettera; s talora ritoccata inferiormente; t con occhiello ma biforcuta quando sia legata ad una lettera precedente o successiva. Caratteristici di tale tipo di scrittura sono pure: l’uso frequente di legamenti, tra i quali ricordo qui, perché di particolare rilievo per la storia della beneventana, i due diversi e tipici legamenti ti, specifico l’uno della t spirantizzata, proprio, l’altro, della t sorda; i segni di abbreviazione in forma di trattino ondulato posti al di sopra delle parole interessate al compendio; la presenza non costante di segni d’interpunzione, dovuta con ogni probabilità alla circostanza che il loro uso non era ancora stato accolto programmaticamente e canonizzato nelle scuole e negli usi notarili del tempo e dell’area culturale langobardo-meridionale.
      Modelli esemplari di beneventana di tipo notarile offrono invece la cartula venditionis di Roppolo del fu Tremodi dell’ottobre dell’816, indiz. X; quella di Leone del fu Piperato, dell’agosto dell’818, indiz. XI; la venditio di Lambaiari, figlio del defunto gastaldo Nando, scritta in Salerno dal notaro Ragemprando nel dicembre dell’837, indiz. I; ed il membranum di Rodenando del fu Fermenando, rogato in Benevento dal notaro Pietro nel luglio dell’879, indiz. XII. Caratterizzano la scrittura, in cui furono stesi questi strumenti, l’allineamento in genere buono, l’aspetto curato e, talora, una leggera inclinazione verso destra; l’andamento verticale dei tratti; le aste ascendenti raddoppiate a frusta, che possono prolungarsi a raggiungere le lettere del rigo superiore; la a occhiellata di tipo beneventano, a forma di oc, qualche volta in concorrenza con la a aperta della corsiva nuova; la e propria della beneventana, strozzata e delineata in due tempi; i legamenti della i, pure di tipo beneventano; la t occhiellata della beneventana, in concorrenza con la quale appare talora usata una t minuscola ma con tendenza a formare occhiello a sinistra; i legamenti di tipo beneventano per rappresentare, rispettivamente, il suono sordo ed il suono spirantizzato del gruppo ti; le abbreviazioni a forma di 3 o di punto e virgola per us; il legamento "a ponte" per rappresentare et. A ciò si possono aggiungere altre particolarità: i alta sia in posizione intervocalica, sia all’inizio di parola; o biforcuta in legamento, vergata in un sol tempo quando è unita alla r; la r sporgente sotto il rigo di base, corta in fine di parola e talvolta in posizione mediana; il legamento st "a ponte"; la t tracciata in un sol tempo in legamento con e; le a alte, che scendono sul rigo, di tipo beneventano cancelleresco.
      Un tipo di beneventana con forme di corsiva nuova appare usato nella offertio di Arniperto del fu Cossuni, rogata in Tito (Potenza) da "Teoccari, diaconus et notarius" nel marzo dell’823, indiz. I; ed un misto di corsiva nuova e di beneventana appare sia nella chartula benditionis di Sindolo del fu Arimodo, rogata in Salerno dal notaro Orso nel luglio dell’821, indiz. XIV, sia nel breve condonationis di Boniperto di Domnerissi, rogato in Nocera Inferiore (Salerno) dal notaro Barbato il 21 aprile dell’832, indiz. X.

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      La preparazione dei notari dell’Italia Meridionale langobarda risulta essere nel complesso omogenea ed uniforme sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista tecnico e professionale. Nelle scuole, in cui erano stati formati, si seguivano dunque a livello elementare ed a livello superiore sistemi educativi analoghi ed analoghi programmi didattici dai medesimi obiettivi e dai medesimi contenuti. Ciò significa che tali scuole operavano facendo riferimento alle direttive e al modello proposto ed enfatizzato da un unico centro propulsivo e insieme di controllo, senza dubbio da identificare nella capitale, Benevento, dove avevano sede il sovrano dei Langobardi Meridionali, la sua Cancelleria, la sua Corte, attorno alla quale gravitavano retori e poeti, cronisti e medici, musicisti e architetti, un prestigioso scriptorium [Che a Benevento fosse attivo un importante centro, nel quale si insegnava l’arte della scrittura latina, si approfondiva lo studio delle tecniche grafiche e se ne preparavano innovazioni e perfezionamenti, è provato, da una parte, sia dalla uniformità dei tipi di scrittura in cui sono redatti gli originali sino a noi pervenuti, sia dalla comparsa quasi contemporanea e dal rapido generalizzarsi della beneventana negli usi documentari. È confermato, dall’altra, dalla bellezza e dalla calligraficità delle iscrizioni monumentali coeve quali, ad esempio, l’epigrafe sepolcrale della principessa Caretruda, sposa di Radelchi I, quelle dei principi Sicone (817-832) e Radelchi I (839-851), di Orso, tuttora visibili, murate nella facciata della cattedrale di Benevento], una scuola - probabilmente palatina - di grammatica, di rettorica e di diritto per la preparazione così dei funzionarii dell’amministrazione centrale e periferica, iudices, come dei diversi ufficiali di Cancelleria, notarii.
      A Benevento ed al potente influsso del suo scriptorium riconducono sia la uniformità e la standardizzazione dei tipi di scrittura, che appaiono usati nei documenti a noi pervenuti in originale - due soli in un secolo: la corsiva nuova, fino ad una certa data, e poi la beneventana di tipo notarile o cancelleresco -; sia la constatazione che questo secondo tipo, già ben definito nelle sue forme e nei suoi elementi caratterizzanti, fa la sua comparsa iniziale in strumenti notarili dell’816 e dell’818 [Sono, rispettivamente, la cartula venditionis di Roppolo del fu Tremodi e quella di Leone del fu Piperato. Ambedue vennero rogate in Salerno. Tra i più antichi documenti stesi in beneventana non ricordo qui, di proposito, né il preteso preceptus concessionis di Grimoaldo II dell’agosto dell’810, indiz. III, perché falsificazione posteriore, né la cartula venditionis di Mauro, Cerbulo e Palumbo, figli del fu Lapi da Caucilione, del dicembre 820, indiz. XIV, perché copia semplice]; sia la stessa circostanza, fatta rilevare più in alto, che le caratteristiche interne della chartula appaiono fin dai primi esemplari noti perfettamente normalizzate per quanto attiene alla loro struttura espressiva, al formolario, allo stesso dettato. Lo scriptorium e la Cancelleria dei sovrani di Benevento svolsero infatti nel settore una rilevantissima funzione di indirizzo, di stimolo, di sostegno, di unificazione sia sul piano grafico, sia sul piano più propriamente diplomatistico. Essi, tra l’altro, contribuirono efficacemente a creare il contesto non solo grafico, che fu pronto ad accogliere - con tutte le sue implicazioni di ordine ideologico e propagandistico - quel nuovo, peculiare modello di scrittura, che gli eruditi del passato chiamarono "longobarda" e che i paleografi ora definiscono "beneventana". Concepito ed elaborato nell’ambito del Palazzo e dei suoi dicasteri, diffuso certamente dalla Cancelleria - le più antiche testimonianze di beneventana sono costituite da chartulae e da praecepta -, il nuovo tipo di scrittura è espressione di un ambiente culturale ormai maturo, ben conscio della originalità, della forza e della vitalità della propria cultura. La beneventana fu, dal punto di vista ideologico, un simbolo unitario e qualificante immediatamente riconoscibile: strumento di coesione e sorta di esplicito manifesto degli ideali, dei miti e della mentalità del "popolo nuovo" venutosi a formare nell’Italia Meridionale continentale dopo la seconda metà del secolo VI. [Tra gli studiosi di storia della scrittura latina medioevale nessuno - per quanto io sappia - ha mai sottolineato o ha comunque preso in considerazione una circostanza estremamente significativa per le sue implicazioni: quella che la beneventana fa la sua prima timida comparsa e si afferma poi come scrittura documentaria notarile in un momento di particolare rilievo - sia sul piano politico, sia su quello culturale ed artistico - della storia dei Langobardi Meridionali. Il nuovo modello grafico, infatti, cominciò a delinearsi per diffondersi poi, già perfetto, tra lo scorcio del secolo VIII ed il primo quarantennio del secolo IX, in concomitanza, da un lato, con l’assunzione, nel 774, da parte del duca Arechi II, della corona, del titolo e delle prerogative di "princeps gentis Langobardorum"; con la politica, da lui perseguita sino alla sua morte, avvenuta nel 787, di determinata contrapposizione al nuovo sovrano di Pavia, il potente re dei Franchi Carlo Magno; con i principati di Grimoaldo I (788-806), di Grimoaldo II (806-817), di Sicone (817-832), di Sicardo (832-839), quando la Langobardia Meridionale, ormai affermatasi come potenza regionale egemone, si condusse su un piano di parità quale autorevole interlocutore sia dello stesso Carlo Magno e dei dinasti franchi suoi successori, sia degli imperatori di Costantinopoli, sia, infine, della Sede Apostolica. D’altra parte, la comparsa ed il progressivo prevalere del nuovo modello grafico rispetto a quello sin’allora usato coincisero sia con la maturazione e la presa di coscienza di sé della civiltà elaborata dai Langobardi Meridionali, sia con la splendida fioritura nel campo delle lettere e della storia, degli studi rettorici, delle arti figurative e plastiche, dell’edilizia monumentale sacra e profana, della musica, non solo religiosa, e della liturgia locale - lo "Old Beneventan Chant" del Kelly -, che si ebbero appunto nel Mezzogiorno d’Italia tra la seconda metà del secolo VIII e la prima del secolo IX per impulso dei principi Arechi, Grimoaldo I, Grimoaldo II, Sicone e Sicardo].

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