Antonio Cartelli - Marco Palma

Francesco Ascoli [1]
(Associazione Calligrafica Italiana)

Per una paleografia d’età moderna
("Signo. Revista de historia de la cultura escrita", 12 [2003], pp. 107-118)

      1. La Paleografia [2]

      La paleografia, come disciplina scientifica e universitaria, ha spesso privilegiato lo studio dei codici intesi come trasmettitori di testi letterari; una disciplina di aiuto alla storia e alla filologia: poter leggere i manoscritti medievali per ricostruire la storia del testo letterario che si ha di fronte. L’interesse verso i manoscritti non letterari è sempre stato scarso e, in ogni caso, manoscritto non letterario significava soltanto testo di carattere amministrativo o giudiziario. Soltanto in tempi recenti la paleografia è diventata sempre più storia sociale, dirigendo i suoi interessi verso gli usi della scrittura e la sua importanza nella vita civile [3]. Ancor oggi, i limiti cronologici rimangono gli stessi, giacché con l’avvento della stampa non hanno più significato le istanze letterarie e filologiche. La storia della scrittura a mano finisce nel Rinascimento: l’ars artificialiter scribendi sostituisce del tutto l’ars naturaliter scribendi. L’avvento dei caratteri mobili è spesso (se non sempre) considerato e presentato come l’evoluzione naturale della cultura manoscritta; il libro stampato avrebbe preso in toto le veci dell’ormai superato codex. Insomma, una concezione un po’ trionfalistica. In realtà le cose stanno un po’ diversamente: la stampa non ha sostituito completamente la cultura manoscritta, ma ha creato una sovrastruttura, un veicolo veloce di comunicazione; certo ha tolto al libro manoscritto quel tratto caratteristico dell’essere unico e irripetibile, sbaragliando le scuole dei copisti, ha tolto quei caratteri peculiari della cultura manoscritta (come gli antichi scriptoria dei monaci, per esempio), ma non ha eliminato la tradizione manoscritta in senso lato; questa non è mai scomparsa e non scomparirà mai, almeno fino a che avremo due mani e un cervello che funziona. La stampa ha spazzato via soltanto il libro manoscritto, ma non la scrittura tout-court. La cultura manoscritta, inoltre, non era tutta nel codice medievale o umanistico, che rappresentava quasi sempre un’eccezione nel panorama scrittorio.

      2. La paleografia "moderna"

      La paleografia, la disciplina di riferimento per antonomasia per la storia della scrittura, si arresta generalmente al XV secolo. Una storia della comunicazione scritta in età moderna non esiste ancora come disciplina ben formalizzata e strutturata e tuttavia gli stessi paleografi ne hanno avvertito la necessità. Il problema di uno studio della scrittura d’età moderna si è posto diverse volte e, di tanto in tanto, nuove petizioni di principio e interventi programmatici si presentano da parte di studiosi di diversa provenienza disciplinare e geografica. Altrettante volte è stato ribadito che lo studio della scrittura in età moderna non è più paleografia, ma storia sociale tout-court, storia della letteratura, e chi più ne ha più ne metta. Robert Marichal così scriveva nel 1963 [4]: "Les quatres derniers siècles sont, partout et toujours, systématiquement dédaignés: les paléographes s’arrêtent a l’aube du XVIe siècle ; en 1694, pour Mabillon, c’était assez naturel … ; paléographes et historiens estiment qu’il est inutile apprendre à lire les écritures des XVIe, XVIIe et XVIIIe siècles …".
      Una quindicina di anni più tardi, però, un paleografo italiano, Attilio Bartoli Langeli, in un articolo del 1978 pubblicato su "Scrittura e civiltà" [5] faceva un po’ il punto su questa "coraggiosa disciplina" prendendo spunto da un convegno tenuto a Perugia l’anno prima su Alfabetismo e cultura scritta nella storia della società italiana [6]. In questo articolo Bartoli cercava di capire quali dovessero essere i confini della paleografia, sia in termini di significato, sia in termini di ampiezza cronologica. Il termine tradizionalmente indica o l’atto di scrittura o il suo prodotto e, sempre secondo l’autore, chi si occupa dello studio del significato o dell’importanza data alla scrittura in un determinato periodo e contesto sociale, non fa più paleografia bensì storia della società o storia del libro e così via. Ampliando questo ragionamento, chiunque approcci la paleografia in modo non tradizionale, finisce per "sconfinare" in una disciplina affine (linguistica, antropologia e così via). Il ragionamento è, a mio avviso, fuorviante. Il punto è che il termine "paleografia" necessita di un aggiornamento, sia in termini di semantici, istituzionali, epistemologici, sia di ampiezza cronologica di riferimento. A proposito di quest’ultima sempre Bartoli nello stesso articolo, in una nota [7], scrive: "Non può essere messo in dubbio, nonostante il lodevole tentativo di Cencetti e le molte petizioni di principio, che la paleografia si arresta irrimediabilmente alle soglie del XVI secolo, quando la diffusione della stampa cambia tutti i termini dell’evoluzione scrittoria ed esigerebbe perciò una riconversione radicale delle tecniche di analisi". Anche se intendiamo semplicemente per paleografia la storia della scrittura a mano, risulta molto facile evincere che si è scritto a mano ben oltre e ben di più rispetto al XVI secolo. E lo sa lo stesso Bartoli, che, molti anni più tardi, pubblica La scrittura dell’italiano [8], un libro ove compie un excursus sull’itinerario della scrittura in Italia dal medioevo ad oggi, rompendo quindi il "diaframma" del XVI secolo e inoltrandosi in territori di storia della scrittura d’età moderna, senza però evidenziare alcun rilievo di natura prettamente paleografica.
      Sono tuttavia sfuggite ai paleografi le osservazioni di un celebre filosofo e semiologo francese, Roland Barthes, che aggiungeva nelle sue Variazioni sulla scrittura [9]: "I nostri eruditi non hanno studiato a fondo che le scritture antiche: la scienza della scrittura non ha mai ricevuto altro che un sol nome: la paleografia … Ma sulla nostra scrittura moderna, nulla: la paleografia si ferma al XVI secolo, e purtuttavia come si fa a non immaginare che tutta una sociologia storica, un’immagine complessa dei rapporti che l’uomo classico intratteneva con il suo corpo, le sue leggi, le sue origini, potrebbe ben uscire da una siffatta neografia che non esiste? Accade questo di strano: lo storico, nella circostanza, pare colpito da amnesia locale, e la sua memoria, opaca per quel che concerne il presente, s’illumina poco a poco a misura ch’egli risalga all’indietro nel passato: ah, ecco la scrittura del VII e dell’VIII secolo! È ben questa che noi meglio conosciamo: ma le scritture del XIX secolo? O persino quelle del nostro secolo? Queste non sono mai interrogate se non dal punto di vista grafologico … Non appena diventa moderna la scrittura è rimossa: forse in ragione dell’apparizione del libro, ma anche per lo stesso atteggiamento che, nella scienza della letteratura, occulta il testo moderno a vantaggio delle opere del passato …".
      Si potrebbe dire: se non esiste, poco male, ciascuno la studi pure, se vuole, dal suo punto di vista. Considerazione profondamente errata e ingiusta: chi si occupa di storia della stampa o della comunicazione in genere, non può che riferirsi agli studi bibliologici o bibliografici, di storia del libro e dell’editoria. Questo induce ad errori e a distorsioni di prospettiva storica. Per capire, per esempio, il passaggio e le implicazioni sociali e culturali dalla scrittura manuale all’avvento della stampa (tema che sembra essere molto caro agli storici) occorre conoscere quel mondo variegato e complesso della scrittura a mano nell’età contemporanea a successiva a quella di Gutenberg. Sono stati portati a termine questi studi? Non ancora, anzi si può dire che non sono neppure cominciati. Nello studio di questo passaggio si considera il mondo della manoscrittura coincidente con quello degli scriptoria, come se quello fosse l’unico e più importante dominio della scrittura. I libri della Eisenstein sull’impatto dell’invenzione della stampa sulla cultura e la società, pur essendo ammirevoli e fondamentali da un lato, per un altro verso denunciano ancora una volta i pregiudizi verso la manoscrittura e forniscono un esempio illuminante di quanto scarna sia ancora oggi la conoscenza dell’evoluzione della scrittura in età moderna: per la studiosa americana la scrittura a mano è, ancora una volta, immaginata tutta nel codice ricopiato a mano (o almeno sembrerebbe che ragioni in questi termini). Di quell’universo articolato e mosso che era la scrittura a mano prima e dopo Gutenberg l’autrice sembra non tener conto. Una storia culturale della scrittura in età moderna è ancora tutta da scrivere, e i suoi risultati sarebbero utili non solo per se, ma anche addirittura indispensabili per meglio capire (forse in maniera soddisfacente e definitiva) il passaggio dall’homo chirographicus all’homo typographicus. Indagare su resistenze, sovrapposizioni fra queste due modalità: ecco il compito che ci attende. Vari e complessi sono i fenomeni ancora da sviscerare. Si pensa normalmente che gli impatti della cultura tipografica vadano, rispetto alla manoscrittura, in una sola direzione: dalla stampa alla cultura manoscritta e non viceversa. Anche qui possiamo verificare il solito pregiudizio storiografico della succedaneità della scrittura manuale nei confronti della stampa. Non solo il processo non è monodirezionale, ma bidirezionale (dalla stampa alla scrittura e viceversa) e ricco di incroci e sovrapposizioni secondo i luoghi, i periodi, le culture, i personaggi. Anche questa analisi non è stata fatta. Spesso poi il processo è circolare. La stampa alimenta una maggior circolazione di scrittura, di scambi epistolari, i quali a loro volta alimentano pubblicazioni di "segretari" e di raccolte di lettere. La stampa alimenta anche una maggiore attenzione al principio dell’auctoritas del testo, e la cultura manuale scopre l’autografo della persona celebre (le raccolte d’autografi hanno anch’esse la loro storia che meriterebbe di essere raccontata) e questa alimenta a sua volta pubblicazioni di raccolte in facsimile, manuali per collezionisti; le biblioteche si riempiono sia di autografi, sia di letteratura a stampa sugli autografi.
      Anche nel campo del disegno del carattere ci sono prestiti e scambi, a partire dagli stessi utilizzati per la prima volta in tipografia. Una serie intera di caratteri tipografici è ricavata dalle scritture manuali: basti pensare al corsivo o, per esempio, all’adozione dei caratteri cosiddetti di "civilité" o, in tempi più recenti, al Mistral. Gli incisori dei punzoni erano spesso anche calligrafi, anzi l’incisione dei caratteri poteva rappresentare un valido e dignitoso sbocco professionale rispetto ad altri, come l’umile insegnamento o il "dipintore di insegne", poco considerati e ancor meno retribuiti.

      3. Le ragioni per una nuova (ma anche vecchia) disciplina

      Una delle motivazioni (oltre quelle di natura filologica) per cui si arresta lo studio della paleografia alle soglie del XVI secolo è rappresentata dal fatto che le scritture a mano dopo quel periodo non presentano particolari problemi di lettura e che questa diventa un fatto più di intuizione che di studio, per cui, essendo uno degli scopi principali della paleografia quello di insegnare a leggere, non risulta in tal modo più necessaria alcuna conoscenza tecnica specifica. Ma questo ragionamento è errato in almeno due direzioni: primo, la paleografia non è, o non dovrebbe essere, soltanto una tecnica, ma qualcosa di più, e principalmente storia sociale della scrittura e dei suoi usi; secondariamente, non è del tutto vero che non esistono problemi di lettura per i manoscritti moderni, e non soltanto perché possono capitare delle grafie vergate semplicemente in malo modo, ma anche perché possono esistere difficoltà oggettive legate al tipo di scrittura, non alla cacografia dello scrivente; un esempio molto evidente è rappresentato dalla scrittura cosiddetta Kurrentschrift, una scrittura corsiva in uso nei paesi di lingua tedesca fino alla prima metà del XX secolo, ancora oggi di difficile lettura per gli stessi tedeschi. Oltre a tutto ciò, in età moderna, come vedremo, sono stati utilizzati stili di scrittura diversi nei vari paesi e oggi non scriviamo più come una volta. Non solo sono intervenuti fattori formali nel cambiamento (cioè nel ductus), ma anche nei mezzi scrittori, dalla penna d’oca al pennino d’acciaio, dalla penna biro alla stilografica, ai pennarelli. Anche in questo campo, quello della storia degli strumenti scrittori, è prevalso finora l’aspetto collezionistico e aneddotico; pochissimi sono gli interventi che si spingono oltre, verso un’analisi degli usi e della diffusione degli strumenti.
      Tuttavia, una paleografia d’età moderna (anche se l’espressione può sembrare un ossimoro o, peggio, una contraddizione in termini) è sempre esistita, anche se non codificata e ancorata a una solida tradizione di studi a livello universitario, specie nei paesi di lingua tedesca. Purtroppo l’ostacolo linguistico e il disinteresse hanno impedito l’ingresso di tutta questa letteratura in Italia. Forse non tutte queste opere sono degne di particolare attenzione, ma alcune certamente sì, ed hanno fatto scuola, almeno a giudicare dal numero di volte in cui si trovano citate nelle fonti ogniqualvolta si parla di storia della scrittura in età moderna. La tradizione germanica però accomuna storia del carattere a stampa e storia del carattere a mano, creando a volte non poca confusione. Inoltre molte opere sono dedicate al gotico, alla sua presunta superiorità rispetto al carattere latino, e al serrato dibattito fra questi due tipi di scrittura, un dibattito che fu particolarmente sentito quando, alla fine del XIX secolo, si volle abolire la Kurrentschrift almeno nell’industria e nel commercio. Questi vizi di fondo, uniti al gusto antiquario e didascalico, fanno sì che le opere tedesche subiscano una deformazione di prospettiva storica; inoltre, in tutti questi lavori, l’aspetto della storia sociale è poco presente, mentre è forte la preoccupazione di informare il più possibile ponendo notizie di diverso livello sullo stesso livello, senza dare criteri o parametri di discernimento. Ciononostante si tratta di testi assolutamente interessanti e utilizzabilissimi come fonte per una futura storia della scrittura a mano nei paesi di lingua tedesca: il materiale è abbondante. Anche in altri paesi si è fatto qualcosa: in Francia qualche anno fa fu pubblicato Lire le français d’hier, un trattato di paleografia moderna, come recita il sottotitolo [10].
      In Italia rimangono le lucide anche se scarne e un po’ frettolose pagine di Giorgio Cencetti nei suoi Lineamenti di storia della scrittura latina, pubblicati a Bologna nel 1956 e che rimane l’ultima sintesi finora pubblicata in Italia. Non vi compare la dizione di "paleografia moderna", ma l’ultima parte del suo capitolo sull’evoluzione della scrittura latina è dedicata all’età moderna fino praticamente ai nostri giorni.
      Oggi le scritture d’età moderna trovano particolare attenzione in diversi paesi e in diverse istituzioni. Sono spesso gli archivisti che, per esigenze pratiche (contraddicendo il fatto che le scritture moderne non necessitano di uno studio apposito per essere lette), tengono corsi di lettura di manoscritti moderni. Molte anche le università che tengono dei corsi di paleografia moderna: Francia, Germania, Stati Uniti, Inghilterra, Spagna [11].
      Purtroppo in Italia ancora tutto tace: neanche nel limbo delle buone intenzioni troviamo qualcosa di simile. Esiste soltanto qualche scarna iniziativa di archivisti volenterosi che propongono dei seminari sull’argomento. Quanto ad insegnamenti di "paleografia moderna", in Italia non se ne parla proprio. E chi dovrebbe impartire questo insegnamento? I paleografi classici che nulla sanno di moderno? Gli storici tout-court, gli storici dell’educazione, visto che in età moderna la calligrafia si insegnava nelle scuole? O chi altro? Io dico: un paleografo moderno.

      4. Proposte: la storia della calligrafia

      In questi ultimi anni si è sviluppato un enorme interesse verso le scritture marginali o subalterne e la bibliografia relativa è ormai vastissima [12]: se da una parte è lodevole far emergere il "sommerso", dar voce a chi non ne ha avuta, è altresì perlomeno strano che non si voglia indagare invece su quella che è stata la norma grafica di riferimento. Spesso si sono considerate le scritture quotidiane, brutte e marginali, opposte a quelle d’apparato, borghesi ma eleganti: le brutte scritture per i ceti popolari, la calligrafia appannaggio di ceti medi e benestanti. Evidenziare la questione in questi termini contrapposti può portare ad errori ed equivoci. Le mediazioni, i compromessi, gli adattamenti, le maschere, le metamorfosi della scrittura sono tante e difficili da leggere in chiave prettamente politica o sociologica. Anche se il ragionamento classi subalterne / scrittura incolta – classi medie / scrittura colta può essere vero in linea di massima, questo non autorizza a dire molto di più e non porta a granché. Questi parametri sono troppo ristretti. La scrittura è anche una questione soggettiva. In questo senso, forse, può venire incontro la grafologia. Più l’accesso alla scrittura è generalizzato, più alto è il grado di libertà verso la scrittura o la non-scrittura, la libera scelta di scrivere o di non scrivere o di scrivere male. Più so scrivere, più scrivo solo quando mi serve. Meno so scrivere, più vorrei scrivere anche quando non mi occorre. La pretesa è sempre quella: afferrare l’oggetto della propria ricerca, in questo caso la scrittura, in una volta sola. Non si può. La scrittura sfugge a se stessa e si lascia leggere solo dopo che è stata scritta. La paleografia ha da essere pertanto una disciplina umile, che si propone, in ultima analisi, di ripercorrere il tracciato scritto a diversi strati interpretativi, cominciando da quello materiale, che è la chiave di ingresso per poter guardare al fenomeno nel suo farsi e nel suo dispiegarsi nel tempo e nello spazio.
      Chi fa paleografia fa anche storia della cultura scritta, ma chi fa (solo) storia della cultura scritta non necessariamente fa paleografia, perché è facile dimenticare le ragioni materiali di questa scienza e del fatto che la scrittura ha anche una sua storia e un suo percorso "interno" che solo la paleografia può riconoscere e descrivere. Le scritture cosiddette marginali quindi non si possono studiare indipendentemente dalle scritture non marginali. Come si può stabilire come e quanto si devia da una norma se questa non ci è sufficientemente chiara nei suoi sviluppi formali, logici, pedagogici e storici? Come mai non ci si interroga, di fronte alle scritture semicolte, su quali erano i parametri di riferimento? Parametri non solo grafici o calligrafici, ma anche materiali, etici ecc. riguardo l’atto dello scrivere (la famosa "writing performance"). Lo studio della storia della calligrafia diventa un capitolo non ultimo di una storia della scrittura e di uno studio paleografico generale. Tutti (o quasi) gli studi di storia della calligrafia sono stati affrontati o con un approccio da mirabilia, cioè da calligrafi che volevano accentuare, per amore della loro disciplina, il lato artistico o ammirevole [13], o da un bibliofilo collezionista che rimarcava la curiosità dell’argomento. Emanuele Casamassima ha rappresentato un’eccezione. Egli, addentrandosi nei meandri delle pubblicazioni calligrafiche del Cinquecento italiano, si era reso conto di questo vuoto di studi, parlava di una no man’s land e aveva ragione: ben pochi si erano avventurati in quel terreno insidioso che è la storia della calligrafia in età moderna.
      I miei sforzi, attualmente, vanno prevalentemente in questa direzione [14], per il semplice fatto che la storia della calligrafia è il primo fenomeno grafico di età moderna non ancora indagato a sufficienza, anzi, per quello che riguarda l’Italia, non indagato affatto, mentre altri paesi, come la Francia o la Spagna, hanno già iniziato a fornire contributi significativi in questa direzione [15].

      5. Proposte: la storia della posta

      La stampa ha rappresentato un veicolo veloce di comunicazione sociale e culturale; mai come nel periodo in cui nasce e si sviluppa si sente la necessità di scrivere, di scambiarsi informazioni. Proprio allora si sviluppa e si organizza su basi moderne il sistema postale europeo sotto l’egida dei Tasso; la posta diventa un valido termometro per meglio indagare sul come, sul dove, sul quanto e sul che cosa ci si scambiava nelle lettere. È necessaria pertanto una rivalutazione o una valutazione tout-court della storia postale, ma intesa né soltanto come collezionismo né come disciplina ausiliaria della storia. Occorre ripensare la storia della posta in termini di storia sociale, di cultura materiale, di storia delle testimonianze scritte. E non è un caso che, sempre nel Cinquecento, si pubblichino parecchi trattati che insegnano a scrivere lettere. Per la verità l’argomento della lettera e della corrispondenza ha suscitato un vivace interesse da parte degli studiosi più disparati: vari convegni sono stati dedicati alla lettera privata, alla comunicazione epistolare in generale (v. Bressanone, Rovereto ecc.), ma trascurando quasi del tutto gli aspetti materiali [16], sia della confezione (formato, dimensione ecc.) sia della grafia (quale canone grafico utilizzato, quale disposizione nello spazio ecc.) e, soprattutto, senza che vi sia un’ottica di ricerca comune, un centro disciplinare comune di riferimento, come invece potrebbe e dovrebbe essere nell’ambito di una paleografia moderna.

      6. Frontiere

      Attualmente molte sono le frontiere di studi che attraversano o si interrogano sulla scrittura in età moderna: storici del libro come Roger Chartier, storici della letteratura (come Harold Love Peres), storici tout-court (come Christine Métayer), studiosi della storia dell’alfabetismo e dell’alfabetizzazione (come per esempio Marina Roggero). Altrettanto numerosi sono gli "utilizzatori" della scrittura moderna: grafologi, genealogisti, artisti di poesia visiva, calligrafi e così via. Ognuno ne coglie un aspetto, ne svela un segreto, con un proprio linguaggio e proprie finalità. Qualche risultato si può sovrapporre, si possono scrivere le stesse cose e arrivare a medesime conclusioni con parole diverse, o si può giungere invece a conclusioni differenti con parole simili … Il problema non è solo di comunicare, il problema è anche quello di capire, una volta per tutte, che cosa sia lo studio della storia della scrittura in età moderna. Partendo da istanze differenti, come la storia del libro o la critica letteraria, anche se riferentisi alla storia della cultura scritta, si corre il rischio di dimenticare "segmenti" della storia della scrittura come, per esempio, può essere il caso della storia della stenografia o delle perizie di scrittura, o di vedere questi "segmenti" come non importanti o comunque non afferenti all’oggetto "storia della scrittura". Occorre pertanto ripensare anche al ruolo nuovo di vecchie discipline poco considerate od ignorate dall’establishment della cultura (cfr. sopra per la storia della posta), occorre, e a mio avviso si fa sempre più urgente, un "riordino", un coordinamento delle iniziative che pur ci sono attorno a questo tema e che ci indicano che quanto stiamo dicendo non è velleitario, ma rappresenta un’esigenza oltremodo concreta e molto sentita. In tutto il mondo occidentale si fanno corsi di "paleografia moderna", nati perlopiù da esigenze di archivisti che hanno capito che leggere manoscritti moderni non è solo un’esigenza quotidiana, ma che è anche più difficile del previsto e non basta la solita "intuizione". Tutte le associazioni di ricerche genealogiche pubblicano e fanno corsi dello stesso tipo. Che fare dunque, anche per non lasciare tutte queste iniziative isolate fra di loro o lasciate all’iniziativa di associazioni amatoriali? Le cose da fare sono molteplici e vanno in diverse direzioni.

      Conclusioni provvisorie

      Anzitutto, a mio avviso, ciò che occorre in prima istanza è avvertire la necessità di una rifondazione della disciplina paleografica in direzione modernista e concepire un modello concettuale che permetta il dialogo fra le varie discipline che si occupano, in maniera significativa, di scrittura in età moderna. Pertanto occorre:

  • ridefinire compiti e ruoli della paleografia per ciò che attiene all’era moderna attraverso un congresso internazionale fondativo;
  • definire un linguaggio comune e uno strumento scientifico di riferimento attraverso il quale confrontarsi in maniera interdisciplinare;
  • creare un elenco di obiettivi comuni per far sì che le forze attualmente impegnate in ricerche particolari non si disperdano, al fine di produrre risultati più generali e consolidati;
  • creare strumenti bibliografici e opere di consultazione e di riferimento comuni;
  • rapportarsi con tutte le altre discipline che, in un modo o nell’altro, utilizzano la scrittura d’età moderna (per esempio la grafologia o le società di ricerca genealogica);
  • identificare uno strumento di scambi culturali e quant’altro si muove nel variegato mondo delle scritture moderne (una rivista come "Signo", per esempio, potrebbe ospitare, in maniera permanente, un contributo di questo tipo), ma anche Internet può essere un ottimo strumento a patto che vi sia comunque una organizzazione che segua e coordini questo discorso in maniera organica e disciplinata;
  • identificare un corso di studi appropriato e specifico per l’insegnamento della paleografia moderna e la formazione dei docenti;
  • rivedere il già pubblicato e fornire uno strumento bibliografico appropriato di retrospettiva come base di partenza per le future ricerche.

      Spero che queste poche righe possano riuscire a generare un proficuo dibattito sull’argomento.

Note bibliografiche

  1. Via G. Verdi 26, 20080 Cisliano (Milano), Italia (ascolfr@tiscali.it). Fondatore e già presidente dell’Associazione Calligrafica Italiana e studioso di storia della scrittura in età moderna.
  2. Per un generale inquadramento v. il testo di Armando Petrucci, Prima lezione di paleografia, Bari, Laterza, 2002.
  3. In Italia notevoli in questa direzione gli sforzi di Giorgio Cencetti; attualmente il prof. Armando Petrucci, della Scuola Normale Superiore di Pisa, è il paleografo che più di altri ha contribuito a diffondere un’idea di paleografia anche sociale e politica. Tuttavia anche il Petrucci è fondamentalmente un medievista; d’altra parte non potrebbe essere diversamente, visto che il curriculum di studi universitari per paleografi è quasi completamente orientato al medioevo.
  4. Robert Marichal, L’écriture latine, in L’écriture et la psychologie des peuples, Paris, Colin, 1963, p. 200.
  5. Attilio Bartoli Langeli, Ancora su paleografia e storia della scrittura: a proposito di un convegno perugino, "Scrittura e civiltà", 2 (1978), pp. 275-294.
  6. Alfabetismo e cultura scritta. Atti del seminario tenutosi a Perugia il 29-30 marzo 1977, Rimini, Maggioli, 1978.
  7. Ibid., p. 281 n. 14.
  8. Attilio Bartoli Langeli, La scrittura dell’italiano, Bologna, Il Mulino, 2000.
  9. Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura, Torino, Einaudi, 1999, p. 14 (ma il testo originale è di parecchi anni anteriore e risale a circa il 1971).
  10. Gabriel Audisio, Isabelle Bonnot-Rembaud, Lire le français d’hier. Manuel de paléographie moderne (XVe-XVIIIe siècles), Paris, Colin, 1991.
  11. Per la Spagna v. il contributo di Milagros Carcel Ortí, La paleografía y la diplomática en las universidades españolas, "Signo", 9 (2002), pp. 39-106.
  12. V. per esempio Écritures ordinaires, a cura di Daniel Fabre, Paris, Éditions P.O.L. / Centre Georges Pompidou, 1993; Cultura escrita y clases subalternas. Una mirada española, a cura di Antonio Castillo Gómez, Oiartzún (Guipúzcoa), Editorial SENDOA, 2001 (Collección La Tinta Náufraga, 2).
  13. V. per esempio Claude Mediavilla, Calligraphie, du signe calligraphié à la peinture abstraite, Paris, Imprimerie Nationale, 1993.
  14. Da diversi anni sto preparando una vera e propria storia della calligrafia italiana. Ho pubblicato diversi articoli in Italia e alcuni all’estero su questo argomento. Tutti coloro che fossero interessati possono inviarmi una lettera o una e-mail all’indirizzo in calce.
  15. Per la Francia v. per esempio gli studi di Jean Hébrard o di Christine Métayer, mentre per quelli spagnoli v. i contributi nel testo collettaneo Historia ilustrada del libro escolar en España, Madrid, Fundación Germán Sánchez Ruipérez, 1997, in particolare i saggi di Francisco M. Gimeno Blay e di León Esteban sulla calligrafia d’antico regime fino agli inizi del sec. XX.
  16. Spesso assenti le riproduzioni.

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