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Marco Palma
Un manuale
A proposito del libro di Maria Luisa Agati, Il
libro manoscritto. Introduzione alla codicologia,
Roma, "LErma" di Bretschneider, 2003 (Studia
archaeologica, 124)
(Università di Roma "Tor Vergata", 5 maggio 2004)
La prima impressione che si ha prendendo
contatto con il manuale di Maria Luisa Agati, almeno per una
persona della mia generazione, è quella di un anagraficamente
gradevole salto indietro nel tempo, cioè, per quel che mi
riguarda, alla seconda metà degli anni Sessanta del secolo
scorso. Lo studente universitario di quellepoca, se la
memoria non mi inganna, studiava buona parte delle discipline
cosiddette portanti su delle grandi sintesi di diverse centinaia
di pagine, la cui editio minor gli era spesso nota dai
tempi del liceo (classico, beninteso). La institutio, data
per scontata, andava approfondita e allargata con lo studio
privato, mentre nuovi interessi, stimoli e curiosità sorgevano
dagli immancabili corsi monografici che i docenti si premuravano
di variare anno per anno. Lesame, quasi esclusivamente
orale, almeno per i tradizionali corsi di laurea delle facoltà
umanistiche, verteva sugli argomenti trattati a lezione, ai quali
si aggiungeva una serie di domande, le meno gradite sia agli
esaminatori che agli studenti, con le quali si accertava il
livello delle conoscenze istituzionali. Quel che è successo
dopo, a cominciare dal 68, è talmente noto che non occorre
ripeterlo in occasione della presentazione di un manuale di
codicologia.
Vorrei fugare leventuale impressione
che questo esordio si possa motivare con la mia ascrizione al
partito, assai numeroso, dei nostalgici del bel tempo andato. La
spiegazione la dà lincipit stesso del libro di
Maria Luisa: "Lidea del presente volume è nata nel
corso delle mie lezioni di codicologia, di fronte al generale
disagio degli studenti sia per la scarsità di strumenti
didattici relativi a questa disciplina sia, daltro canto,
per il numero sempre crescente di una messe di contributi sparsi
e, molti, in lingua straniera che rendono sempre più arduo un
lavoro di sintesi, oltre che una visione unitaria dei vari
argomenti". La disciplina trattata in questo manuale,
infatti, non appartiene al novero delle portanti e, se mi si
permette il gioco di parole, non è nemmeno considerata fra
quelle importanti dal mondo accademico. Già la paleografia
(nelle sue varie versioni linguistiche) non può ambire a un tale
riconoscimento: a maggior ragione la codicologia, materia
giovanissima, di nome e statuto incerti, stenta a farsi
individuare fra le numerose scienze che, con terminologia tuttora
in auge ad esempio nel mondo tedesco, vengono definite
ausiliarie della storia. Occorre ovviamente
prescindere dalla moltiplicazione degli insegnamenti che negli
ultimi anni, in particolare dopo la riforma della didattica, si
è verificata nelle nostre università: un modulo di codicologia
o di archeologia del libro o di storia del libro manoscritto si
può trovare in quasi tutti i curricula dei corsi di
laurea di primo o secondo livello in Lettere o Beni culturali.
Ciò non significa ovviamente che alle spalle di tanta didattica
o, per essere coerenti con il linguaggio duso, di tanta
offerta formativa si trovi una brillante ed apprezzata attività
di ricerca; quel che serve di solito è unintroduzione ai
misteri del libro medievale, oggetto che sta pian piano sfuggendo
al ruolo di passivo contenitore di testi al quale era stato
relegato nei secoli da filologi e storici. A questo fine si
ritiene di solito sufficiente qualche giovane e valente studioso,
i cui interessi magari si dirigono verso mete diverse e più
prestigiose.
Quando poi si affronta concretamente il
problema della didattica, quando cioè ci si trova a far lezione
a dei giovani in grande maggioranza privi di riferimenti storici,
filologici, artistici, paleografici, di solito in difficoltà con
le lingue classiche e straniere, ci si accorge di quanto sia
disperata limpresa di fornir loro anche una semplice
infarinatura sul libro medievale. Non tocchiamo
nemmeno la questione, peraltro essenziale, che senza un contatto
diretto, loggetto della disciplina rimane per chiunque un
concetto astratto: il codice in fotocopia, facsimile o anche
mirabilmente riprodotto sul sito di qualche generosa biblioteca
non può mai sostituire il manoscritto nella sua concretezza,
prodotto tanti secoli fa per essere sfogliato e letto, proprio
come un libro di oggi. Non tutti i docenti di codicologia
riescono a far lezione in una biblioteca fornita di almeno una
buona parte degli esemplari che potrebbero essere portati ad
esempio delle diverse fasi della produzione del libro medievale,
tanto che spesso la didattica prevede qualche saltuaria o anche
ununica visita a un fondo manoscritto facilmente
raggiungibile dalla sede delluniversità. Gli strumenti
bibliografici in lingua italiana a disposizione dei discenti
rimangono poco numerosi o troppo specialistici (paradosso
ulteriore nellambito di una disciplina così settoriale),
se si fa eccezione per i due meritori lavori di Marilena Maniaci,
debitamente ricordati in questo volume: la versione (che non è
una semplice traduzione) del Vocabulaire codicologique di
Denis Muzerelle e la recentissima Archeologia del manoscritto
(che, a sua volta, non vuol essere un manuale). Né ci si può
illudere di ricorrere ai due strumenti disponibili dalla fine
degli anni Ottanta, cioè i manuali di Jacques Lemaire ed Elisa
Ruiz García (questultimo riedito nel 2002), perché,
appena si esce dal consueto seminato dellinglese (e neppure
questo è sicuro), la disponibilità da parte dei discenti a
leggere qualche testo in altre lingue si avvicina generalmente
allo zero.
Lidea di fornire uno strumento di
riferimento in italiano è quindi apparsa naturale a Maria Luisa
Agati, che, redigendo in diversi anni di lavoro un poderoso
volume di 500 pagine, ricco di illustrazioni, in parte anche a
colori, ha indubbiamente colmato un vuoto. Tutto bene, si dirà:
congratuliamoci e cominciamo a usarlo, come del resto abbiamo
iniziato a fare. Le cose non sono però così semplici e
impongono qualche riflessione ulteriore. Innanzitutto: produrre
un manuale non è impresa facile, perché richiede, prima ancora
che delle vastissime competenze, una notevole dose di umiltà.
Questo ossimoro concettuale potrà forse sorprendere: se si è
molto competenti, come ci si può sentire umili? La risposta è
nellesperienza di chiunque faccia ricerca: più ci si
inoltra su sentieri inesplorati, più, insieme alla vertigine
dellignoto, si constata la propria ignoranza, o almeno la
distanza da un accettabile livello di conoscenza. Un manuale
costituisce a mio parere la (o meglio una) misura di quello che
si dovrebbe istituzionalmente sapere: di una nozione largamente
conosciuta si usa infatti dire che si legge in tutti i manuali.
Quando ci si accinge a scrivere un libro di questo tipo, si sa in
partenza che la grande maggioranza degli argomenti dovranno
essere studiati preliminarmente a fondo dallautore, che
verso di essi non ha mai posseduto alcun interesse o
inclinazione. Buona parte della materia da rendere comprensibile
al lettore quindi è estranea allautore stesso, che in ogni
caso sa che non dovrà far altro che assimilarla e renderla
comprensibile a chi ne ricaverà una prima informazione. Ogni
speranza di approfondimento o di ricerca originale deve essere
lasciata da parte, pena la rinuncia pura e semplice a portare a
compimento limpresa. Si può dare una maggiore
contraddizione per chi ha fatto della ricerca del nuovo il fine
della sua attività professionale?
A queste difficoltà, che lautore avverte indubbiamente fin
da quando concepisce lopera, si aggiunge il rischio
realissimo e incombente di cadere vittima delle giuste critiche
di quanti, cioè in pratica tutti i ricercatori del settore,
troveranno che i temi di cui sono o si ritengono specialisti, ai
quali hanno dato contributi importanti, non sono stati trattati
in modo quantitativamente o qualitativamente adeguato e che
invece si è troppo insistito su argomenti di modesto rilievo.
Per Maria Luisa il problema era
oggettivamente aggravato dalla constatazione che, salvo
pochissime eccezioni, i paleografi e i codicologi si dividono per
lingue, o meglio per alfabeti. Chi sa di latino, non sa di greco,
e viceversa. Per chi, come lei, si è formata e ha lavorato
finora esclusivamente in ambito greco, padroneggiare la
letteratura scientifica e la problematica della ricerca
dellaltro versante doveva presentarsi come un compito
davvero improbo e soprattutto rischioso. A questa enorme
difficoltà andava aggiunta la poliedricità delle competenze
imposta dalla disciplina. Chi scrive una storia di una
letteratura, oltre che di teoria, autori, testi e loro ricezione,
dovrà preoccuparsi di offrire una buona sintesi dei periodi di
cui non si è mai interessato, in modo da non mettere troppo in
rilievo gli argomenti di cui è particolarmente competente.
Altrettanto dicasi, credo, per un manuale di storia
contemporanea: se ho studiato soprattutto il Ventennio, cercherò
comunque di fornire un buon quadro dinsieme del
secolo breve.
Il libro medievale, considerato come oggetto
duso e strumento di trasmissione della cultura, è la
sintesi vivente di una serie di saperi che lo hanno prodotto e
fatto utilizzare nei secoli. Basta scorrere lindice di
questo manuale per rendersi conto di quanto diversi siano i temi
affrontati: dai supporti (papiro, pergamena e carta), alla
morfologia del libro (tavolette, rotoli e codici), alla
costituzione dei fascicoli, alla preparazione del supporto
(foratura e rigatura), alla mise en page, agli strumenti e
materiali della scrittura, alle tecniche della decorazione, alla
legatura, per concludere con la storia della conservazione,
circolazione e persino catalogazione dei manoscritti. Mancano
sostanzialmente soltanto testo e scrittura, ambiti riservati ai
cultori di discipline che hanno alle spalle una storia di oltre
duemila anni, la prima, e circa trecento, la seconda.
Nessuno può illudersi di poter
padroneggiare una tale varietà di ambiti, così che si comprende
come, una quarantina di anni fa, Augusto Campana potesse
affermare, come ricorda lautrice, che "la codicologia
non esiste". Per chi, come me, ha avuto il privilegio di
seguire le sue lezioni di questa stessa disciplina, la
contraddizione risulta solo apparente. Quello che insegnava
Campana era la metodologia di un sommo erudito a contatto con un
particolare manoscritto: era unarte, insomma, basata sulle
conoscenze di un grandissimo studioso formatosi prima nella
Malatestiana di Cesena e poi alla Vaticana. Larte, come è
noto, non si insegna, ma a bottega dal maestro si impara comunque
almeno lartigianato, e chi ha partecipato a quelle lezioni
ha acquisito un patrimonio che non dimenticherà più.
Il manuale di Maria Luisa Agati si fonda su
una prospettiva del tutto diversa, quella di mettere in grado chi
affronta le infinite problematiche del manoscritto medievale di
avere una base sicura su cui fondarsi, un insieme di nozioni che
si possono definire patrimonio comune di quanti studiano questo
mirabile strumento della cultura scritta fra lantichità e
linvenzione della stampa. Lautrice ha fondato il suo
lavoro su una cospicua bibliografia, che, sia pur limitata
soprattutto allultimo mezzo secolo, occupa ben cinquanta
pagine (415-464), vale a dire un decimo esatto dellintero
volume. Dei testi utilizzati viene fornita una piana e
comprensibile spiegazione, corredata da un gran numero di figure
di evidente utilità per chi non abbia la curiosità o la
possibilità di accedere alla fonte.
Chi si confronta con un manuale da persona
in qualche modo esperta della disciplina rischia di essere
ingeneroso e poco propenso allapprofondimento, appunto
perché buona parte delle nozioni gli sono note, mentre le altre
non risultano per lui di immediato interesse. Ho pensato quindi
di verificare lutilità di questo volume con un piccolo
esperimento che vorrebbe prefigurarne lutilizzazione da
parte di tutti coloro che lo useranno come si fa con le
cosiddette opere di riferimento, vale a dire non leggendole dalla
prima allultima riga ma andando a cercare
linformazione necessaria. Ho scelto alcuni termini il cui
significato richiede normalmente più o meno brevi spiegazioni
durante lattività didattica, avendo cura di differenziarli
per ambito e tipologia. Il punto di partenza è stato
laccurato Indice delle cose e dei termini notevoli,
che occupa ben 17 pagine (483-499).
Mettendomi nei panni di chi ha necessità di
sapere di cosa si tratti, ho dapprima cercato di informarmi
sullindizione. A questo elemento cronologico è
dedicata a p. 278 una dettagliata spiegazione che si conclude con
le seguenti parole: "Per calcolare lindizione, o
meglio per controllare lindicazione, ci sono due modi:
dividere lanno dellera bizantina: il resto è
lindizione; aggiungere 3 allanno dellera
cristiana, e dividere per 15: idem".
Ho proseguito lesperimento con un
termine abbastanza raro, epipecia, e ho trovato a p. 263
che si tratta dellantigrafo dellexemplar
depositato, con lavvertenza che si tratta di una proposta,
non generalmente condivisa, di Leonard Boyle.
Infine ho cercato il significato di un
acronimo assolutamente estraneo al tradizionale mondo degli studi
codicologici: PIXE. Alle pp. 293-294 ho trovato non solo
lo scioglimento della sigla (Particle Induced X-Ray Emission),
ma la spiegazione di questa tecnica nucleare ("che consiste
nel bombardare una zona del supporto scritto, o dipinto, mediante
un fascio di protoni che colpiscono gli atomi del bersaglio, che
a loro volta emettono raggi X"), accompagnata
dallelenco dei suoi limiti, tratto da un articolo del 1993.
Cosa si può chiedere a un manuale, se non
linformazione di base che questi esempi mostrano
chiaramente offerta, insieme alle fonti e perfino a qualche
consiglio pratico, come nel caso dellindizione? La domanda
non è tuttavia puramente retorica, perché, per quanto
auspicabile e corretta sia una presentazione neutrale dello stato
dellarte, lopinione dellautore dovrebbe
comunque arricchire la trattazione: anche le sintesi più
asettiche fanno di solito trasparire verso quali tesi propende
chi ne dà conto.
Indubbiamente questo manuale risente della
volontà dellautrice di riferire con estrema precisione le
acquisizioni della ricerca, a costo di sacrificare la propria
opinione. Ma almeno uneccezione a questo proposito va
registrata, e, guarda caso, circa uno dei temi più caldi del
dibattito nel settore, quello della codicologia quantitativa.
Intorno a questo filone di ricerca si intrecciano polemiche da
ormai quasi 25 anni, perché linnovazione metodologica del
piccolo libro viola (dal colore della sua copertina)
di Carla Bozzolo ed Ezio Ornato ha provocato una tempesta di
inusuali proporzioni nel tranquillo mondo della ricerca erudita.
Lautrice dà puntualmente conto delle diverse tesi, ma
anche dal modo di presentarle e dallo spazio che loro riserva si
intuisce quale sia la sua intima convinzione, tanto che conclude
con una serie di osservazioni il cui crescendo dice più del
contenuto: "Si potrebbe, ancora, stare a discutere sulla
definizione stessa di codicologia quantitativa: meglio, si
sarebbe forse potuta chiamare codicologia statistica, o
anche statistica codicologica. E perché no codicologia
inferenziale?". Al ricomporsi della dicotomia fra esprit
de finesse ed esprit de géometrie, insomma, Maria
Luisa Agati non crede e non è difficile comprenderne le ragioni
se si guarda al suo percorso di ricerca.
In questa sede mi sembra inopportuno
approfondire lanalisi con la valutazione di dettagli cui si
dedicheranno certamente i recensori del volume. Mi preme
piuttosto sottolineare leccezionalità
dellavvenimento: siamo di fronte a un manuale scritto da
una sola persona su un oggetto come il libro medievale (almeno
quello che reca testi in alfabeto greco e latino) che richiede
una serie larghissima di competenze. Lautrice ha
manifestato un coraggio enorme nellassumersi questo compito
e con ciò stesso, a mio avviso, ha probabilmente posto le
premesse per garantirsi un successo duraturo: è difficile
immaginare che il suo lavoro trovi imitatori in una prospettiva
temporale anche abbastanza lunga. Soprattutto non mi sembra
ipotizzabile nel prossimo futuro una ripetizione
dellimpresa con le forze di un singolo studioso: una
macchina dalla genesi e dal funzionamento così complessi come il
codice medievale dovrebbe vedere nel futuro impegnati in proficua
collaborazione specialisti dei più diversi settori della
scienza, anche quelli, come abbiamo visto, di ambito non
umanistico. Ma a tanti studiosi di varia estrazione si imporrebbe
la stessa dose di umiltà e una capacità di sintesi come quelle
possedute in questa occasione da Maria Luisa Agati, del che, come
del loro coordinamento, è legittimo dubitare.
Prevedere un ruolo, per esprimersi con il
linguaggio economico oggi di moda, di leader di
nicchia per questo manuale è relativamente facile: mi sia
quindi consentito concludere con una nota di perplessità che
riguarda la politica editoriale di cui il volume è stato
strumento. Il prezzo mi sembra in evidente contrasto con la
natura dellopera e, verosimilmente, con la sua prevedibile
diffusione. Un manuale deve poter entrare nelle biblioteche
private di quanti ne hanno necessità, in particolare in quelle
dei più giovani addetti ai lavori, degli aspiranti studiosi,
degli studenti, mentre il prezzo imposto (230 euro) lo farà
acquistare soprattutto, se non soltanto, da istituzioni e
biblioteche di ricerca. Né i grandi sconti previsti in caso di
adozione o in occasione delle presentazioni possono alterare la
situazione di un libro che sarà in commercio per molto tempo.
Speriamo che leditore dimostri in futuro (ad esempio con
unedizione economica) lo stesso coraggio che abbiamo
riconosciuto a Maria Luisa e di cui dobbiamo esserle
profondamente grati.
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