Antonio Cartelli - Marco Palma

Stefano Zamponi
La scrittura del libro nel Duecento

in Civiltà comunale: libro, scrittura, documento. Atti del Convegno (Genova, 8-11 novembre 1988), Genova, Società ligure di storia patria, 1989 (Atti della Società ligure di storia patria, n. s., 29 [103], 2), pp. 315-354 (riproduzione parziale)

      Lo studioso che intenda affrontare la scrittura del libro in Italia nel periodo comunale, incentrando la sua analisi sul sec. XIII, ha innanzi a sé un nodo storiografico elusivo e complesso, il problema della transizione da una minuscola di sistema carolino, la littera antiqua del sec. XII, a quella scrittura, altrove detta gotica, che in questa relazione è sempre individuata col termine di littera textualis: dovrà cioè studiare, nella concreta prospettiva delle vicende grafiche italiane, un mutamento complessivo dello scrivere che, secondo tempi e modelli diversi ma in forme sostanzialmente unitarie, nel corso del sec. XII interessa tutte le regioni europee nelle quali si era radicata la minuscola carolina.
      Una tradizione storiografica fortemente ripetitiva per lungo tempo ha presentato questa metamorfosi con una serie quasi fissa di considerazioni: la nuova scrittura si oppone alla precedente per la spezzatura delle curve e l'angolosità dei tratti; per l'aspetto compresso e serrato delle lettere, nelle quali prevalgono pesanti tratti ad orientamento verticale; per l'uso di trattini di stacco verso destra alla base delle aste che si arrestano sulla linea di scrittura; per la riduzione in ampiezza delle aste superiori e inferiori; per la funzione specializzata assolta da alcune lettere (quali la s finale rotonda o la v angolare); per la sovrapposizione in nesso di curve contrapposte e per l'uso di r rotonda dopo curva.
      In relazione all'Italia il quadro europeo è sempre rettificato segnalando come si venga a costituire una littera textualis di netta stilizzazione, la rotunda, caratterizzata da forme larghe e tondeggianti, prive o quasi di spezzatura dei tratti e di trattini di stacco sulla linea di scrittura.
      Questa fissità storiografica, peraltro strettamente corrispondente alla scarsa articolazione del materiale studiato, di recente è stata scardinata dalla riflessione di due insigni studiosi, Bernhard Bischoff ed Emanuele Casamassima: il primo, sia pure nei limiti rigidi di un manuale, con una dettagliata e fine analisi ci mostra come a partire dal sec. XI fatti di esecuzione e scelte di stile fondino le concrete diversità fra le scritture europee a base carolina e implicitamente ci addita l'urgenza di tornare a un esame ampio, sistematico, scevro da preconcetti di tutte le riproduzioni disponibili; il secondo, sia pure senza indagare materiali e oggetti di ricerca nuovi, ripensa le osservazioni tradizionali attraverso una inedita serie di distinzioni, che nel concreto forgiano un nuovo, penetrante strumento per l'analisi della metamorfosi fra littera antiqua e textualis.
      Nella tradizionale, attonita elencazione di realtà grafiche ben diverse abbiamo ora il dovere di distinguere fra elementi di struttura, strettamente funzionali al costituirsi della testuale e all'organizzarsi delle lettere nella catena grafica (quale il nesso di curve contrapposte), fatti esecutivi, concernenti la produzione dei segni grafici e il loro stile (su questo piano vanno relegate tutte le interpretazioni del sistema testuale proprie delle singole regioni europee e le varie gradazioni di esecuzione rispondenti alle differenti funzioni sociali della scrittura) e la scelta di forme di lettera, da sempre attestate nel repertorio comune a ogni scrivente, per compiti specializzati (quale la s rotonda, capitale, che in fine di parola assume un valore demarcativo al posto della s diritta).
      Consapevoli della funzione e della portata dei nostri strumenti di analisi, ormai avvertiamo pienamente la necessità di una verifica generale sulla transizione fra antiqua e textualis, possibile soprattutto per quelle regioni europee (quali Francia, Belgio, Austria, Inghilterra) che abbinano a un avanzato censimento di codici datati un articolato panorama di ricerche su singole regioni o centri scrittori.
      Per quanto riguarda l'Italia fra XII e XIII secolo i modelli di un'indagine totale non possono neppure prospettarsi, perché la catalogazione dei codici datati è appena agli inizi e scarse sono le indagini specialistiche; anzi la ricerca deve essere drasticamente limitata sia per quanto riguarda l'ambito geografico, sia per quanto riguarda il numero totale dei manoscritti oggetto di una prima verifica, scelti sempre fra codici datati (o databili) e localizzati (o localizzabili) con buona sicurezza.
      In un momento iniziale dell'indagine è assolutamente necessario affrontare ambienti graficamente omogenei: questa esigenza primaria porta a vagliare la produzione manoscritta della Toscana, dell'Emilia, del Veneto padano, le regioni cioè nelle quali è stato individuato il territorio di origine della rotunda e nelle quali il rapporto fra la scrittura del libro e la scrittura del documento e le relative metamorfosi sembrano porsi in forme sostanzialmente affini. Risulta così escluso il Sud di dominio beneventano e le aree che nella prima metà del sec. XII presentano nette digrafie di sistema (quali Roma); ma per ora deve essere esclusa anche una parte notevole del Nord d'Italia, in particolare il Piemonte, la Lombardia, il Veneto settentrionale, ossia tutte le regioni in cui la metamorfosi verso la textualis sarebbe avvenuta sotto la dominante guida di modelli transalpini.
      Per i manoscritti localizzabili in Toscana, in Emilia e nel Veneto, in assenza di censimenti adeguati di codici datati, dobbiamo forgiarci gli strumenti di ricerca, per lo più imperfetti ai nostri fini: attraverso sondaggi diretti in biblioteca, ma soprattutto attraverso raccolte di tavole, contributi specialistici, cataloghi di mostre e studi di storia della miniatura, possiamo raccogliere una documentazione appena sufficiente per una prima indagine, nella quale emerge un materiale più ricco e omogeneo, e quindi passibile di uno studio analitico, per i livelli più elevati di esecuzione.
      L'oggetto primo di questa relazione sarà quindi verificare come si organizza e come muta il sistema grafico nel libro colto, in latino, fra la littera antiqua e la rotunda, nelle scritture di modulo più ampio, di tracciato posato. Se, come crediamo, questa analisi (per quanto provvisoria) permetterà di distinguere in forme pertinenti elementi strutturali e scelte di stile, queste acquisizioni saranno utili per segnalare, sia pure di scorcio, le caratteristiche di un panorama grafico ancora da studiare, costituito da scritture di piccolo modulo, sempre semplificate nelle scelte esecutive, che realizzano, in forme usuali, un aspetto certo non secondario della produzione manoscritta nel sec. XIII.

      Ed ora affrontiamo decisamente il nostro oggetto di ricerca.
      La prima stesura dell'Ars Notarie di Salatiele, databile al quinto decennio del sec. XIII, offre la più antica testimonianza inequivoca, in ambito bolognese, dell'opposizione fra due sistemi di scrittura. L’instrumentum venditionis librorum et aliorum mobilium insensibilium presenta una glossa, la glossa littera nova, che accosta a una littera nova un'antiqua, individuando così una divergenza radicale fra un modo antico e un modo moderno di scrivere. Circa venti anni prima questa opposizione era sottintesa nella definizione di littera antiqua che accompagna alcuni item del testamento del cardinale Guala Bicchieri, successivamente sarà ribadita, dalla seconda metà del secolo, in numerose fonti documentarie.
      Questa opposizione fra l'antico e il moderno non fa meraviglia; nel corso del sec. XIII (e inizi del XIV) molti territori del sapere (diritto, filosofia, musica) sono attraversati da un contrasto analogo, che, per quanto riguarda la scrittura, è soltanto precoce ed esplicito.
      In cosa consiste dunque questa alterità, come essa si spiega in termini grafici?
      Dal momento in cui in Europa si è affermato l'archetipo carolino, la ininterrotta metamorfosi della scrittura del libro rispetta sempre l'exemplum, lo altera, ma non lo sovverte; il cambio grafico non è (né potrebbe essere) un fatto puntuale, istantaneo, ma il risultato di un lento processo; appena percettibile nel succedersi di generazioni di scriventi, il nuovo può essere conosciuto secondo le categorie dell'alterità, della contrapposizione, solo accostando esperienze grafiche direttamente successive ad ampio intervallo di tempo.
      Se noi vogliamo percepire con la massima chiarezza un’opposizione che nell'Italia del sec. XIII è già evidentissima a chi la sperimentava sui libri del suo tempo e su quelli di settanta, cento, centocinquanta anni prima, dobbiamo opporre la littera antiqua posata, quale è offerta dai codici dei primi tre, quattro decenni del sec. XII, con la rotunda, parimenti stilizzata, quale è offerta dai codici degli ultimi quaranta anni del sec. XIII.
      Una prima analisi statica della scrittura, lettera dopo lettera, non permette di comprendere il senso di un'alterità avvertita in modo radicale e riesce soltanto a svelare un processo che, senza toccare la struttura ultima dei segni, si limita alla riorganizzazione delle lettere nei tratti che le costituiscono. Ad un esame iniziale la nuova scrittura è certamente più angolosa dell'antica (vedremo meglio in seguito come i tratti di andamento curvo siano spesso spezzati in più tocchi di penna), ed è senza dubbio caratterizzata da un ritmo grafico omogeneo, scandito dalla iterazione di tratti discendenti, di peso eguale; ma appena l'esame si sofferma sulle singole lettere si avverte immediatamente che identico è il rapporto fra morfologia e ductus, fondamento dell'identità del segno grafico, e che tutte le eventuali, secondarie diversità morfologiche sono dovute al sedimentarsi e correlarsi di scelte esecutive, che hanno portato a risistemare la materia grafica: la normalizzazione delle lettere fra XII e XIII secolo passa attraverso la precisa individuazione di una base e di una linea superiore di scrittura, in definitiva nella preminenza di un corpo, di dimensione uniforme, rispetto alle aste, che sono di ampiezza ridotta (nel processo vanno perse alcune forme che scendono sotto la base di scrittura, f, r, s, secondo tratto di x, legatura stereotipa ri); tratti originariamente curvi, si pensi ai due tratti di a, sono scomposti in più tocchi di penna, tendenzialmente rettilinei; il pieno, vicendevole allineamento delle lettere fra base e linea superiore di scrittura, una maggiore compressione reciproca e una esecuzione iterativa, mediante pochi tocchi di penna che continuamente si ripetono, modellano in modo simile tutti i segni, in particolare la c, la e (che si distingue dalla c solo per un sottilissimo frego, il terzo tratto), la t (che con l'avanzare del sec. XIII o è assimilata alla c o presenta un attacco appena accennato verso sinistra), la x, eguale nella sezione di destra alla c in una delle sue due varianti.
      Quindi, innanzitutto, fra XII e XIII secolo prodotti manoscritti analoghi, con identica funzione sociale e destinazione d'uso (per esempio una bibbia da banco) non si distinguono per il mutare del rapporto fra morfologia e ductus delle lettere, o per le scelte esecutive (angolo di scrittura, peso) che risultano sempre equiparabili, ma per una modifica dei rapporti fra i singoli tratti costitutivi delle lettere.
      Alcuni di questi cambiamenti sono cospicui; per esempio si può facilmente verificare come muta il rapporto fra l'altezza delle aste e l'altezza del corpo delle lettere, riportando quest'ultimo al valore convenzionale di 1: nel primo quarto del sec. XII i valori delle aste oscillano fa 2 e 1,5, mentre nella rotunda ormai formata fluttuano fra 1,5 e 1,2. Analogamente si può tentare di quantificare la compressione della scrittura, la tendenza alla verticalità del corpo delle lettere, osservando come mutano i rapporti fra altezza e larghezza della lettera m, la lettera di tutte più ampia: sempre riportando al valore di 1 l'altezza di m, vedremo che la sua larghezza passa da valori oscillanti fra 2 e 1,6 nei primi venticinque anni del sec. XII a valori oscillanti fra 1,6 e 1,2 sul declinare del sec. XIII.
      Tutti questi sono fatti certamente rilevati, che segnalano un processo di compressione della scrittura più significativo di quanto non facesse sospettare una comparazione impressionistica con le esperienze transalpine, ma che non toccano, se non in scelte esecutive, la forma delle lettere: certo una riorganizzazione della materia grafica ancora modesta per giustificare l'opposizione fra littera antiqua e littera nova.
      Una opposizione, va detto subito, che non trova materia nella scelta di nuove forme di lettera che certo si impongono col sec. XIII (s rotonda, d rotonda) ma in una sicura continuità con molti usi del sec. XII. La s di forma capitale in fine di parola assolve una funzione demarcativa già nel secondo quarto del sec. XII; nel corso del sec. XII e XIII il suo uso si incrementa decisamente fino a divenire regolare, ma di solito, anche nella rotunda della seconda metà del secolo, la sua presenza non scaccia del tutto la s finale diritta. Ad una prima ricerca singolarissima appare una ignota vicenda funzionale della d rotonda, che in manoscritti dei primi decenni del sec. XII è talora usata secondo esigenze distintive, per marcare l'inizio o la fine di rigo, o la fine di parola, o la fine di una prima sezione di parola composta (quale ad-versus), e che nella rotunda è solo una forma variante di d, spesso compresente con la d diritta a parità di attestazioni, talora forma prevalente o unica. Ancora, in Italia non sembra verificarsi nel sec. XIII la pretesa sostituzione di una u/v rotonda con una u/v angolare, di forma capitale, ad inizio di parola: per quanto si è potuto constatare, l'uso predominante di u/v angolare di sicura, ma rara attestazione, è confinato nell'ultimo quarantennio del secolo a casi di spazio ridotto, che vedono la forma capitale a fine rigo. La più decisa novità che la rotunda presenta rispetto all'antiqua dei primi decenni del sec. XII è la sostituzione, pressoché totale, eccetto rari casi di alta stilizzazione, della et espressa a piene lettere e della & legatura con la nota tachigrafica 7.
      Come si avverte immediatamente, se l'analisi è statica, se rimane ferma alla lettera, nella sua morfologia, nel suo ductus, nei suoi rapporti modulari, senza toccare il costituirsi della scrittura e il suo funzionamento, l'alterità, pur palese, fra la tarda minuscola carolina e la rotunda stenta ad emergere con la netta evidenza che è implicita nella opposizione fra littera antiqua e littera nova. Ma se nella nuova scrittura noi osserviamo prima come si organizzano dinamicamente le lettere in successione, nella catena grafica, poi come le singole lettere sono costituite da pochi tratti essenziali, sempre eguali e costantemente ripetuti, possiamo individuare i due fatti primari che, marcando la diminuita importanza della singola lettera, segnano il costituirsi del sistema nuovo dal vecchio e ne caratterizzano l'opposizione; questi due fatti si configurano come un mutamento strutturale, l'emergere di una serie di leggi sintagmatiche che regolano il succedersi di lettere contigue, e come una novità esecutiva, il definitivo affermarsi di una tecnica dello scrivere, a piccoli tocchi di penna, che costituisce un nuovo elemento di economia grafica.
      Osserviamo in primo luogo come si succedono le lettere sulla linea di scrittura e le forme in cui è realizzata la separazione fra le singole parole. Il principio veramente nuovo che in Italia si impone fra dodicesimo e tredicesimo secolo è la compiuta individuazione della parola grafica: nella rotunda ogni dictio, costituita da lettere serrate l'una sull'altra, è separata con uno spazio bianco dalla dictio anteriore e posteriore. Il sistema alfabetico assume così un valore ideografico, permette cioè di individuare visivamente, senza la mediazione di una scansione sillabica (ad alta voce o mentale che sia), le partizioni del testo. La novità non è assoluta nella storia della scrittura occidentale; già sperimentato con successo dagli scribi insulari, veri fondatori di una grammatica della leggibilità, il principio di individuare le dictiones con spazi bianchi è certamente sotteso al complesso della produzione in minuscola carolina, ma non diventa regola acquisita, nelle singole regioni europee, se non con la definitiva metamorfosi della scrittura in testuale.
      Nel momento in cui in Italia centrale e settentrionale è ormai ampia e articolata la produzione di manoscritti in antiqua (fine del sec. XI, primo quarto del sec. XII), questa nuova organizzazione del testo scritto è ancora ben lontana dall'affermarsi; nel sistema di impronta carolina la singola lettera, tracciata nella sua individualità, ha sulla pagina un rilievo sempre maggiore delle singole dictiones. Questo avviene non solo perché spesso sono scritte di seguito, senza alcuno spazio maggiore, intere clausole logiche (ad esempio pronome + verbo; avverbio + verbo; preposizione + sostantivo; aggettivo + sostantivo), ma anche perché una singola parola grafica è talora interrotta, spezzata al suo interno da uno spazio bianco (questo avviene con maggiore frequenza quando si succedono due curve contrapposte, o una curva e un tratto rettilineo).
      Eppure, nonostante l'apparente autonomia dei singoli segni alfabetici, anche in questa tarda carolina esistono principi di organizzazione delle lettere, che regolano il loro succedersi lungo la linea di scrittura, di solito all'interno di parola grafica (talora anche nella sequenza di due parole). Come da tempo è stato osservato nella tarda carolina francese, anche nella scrittura italiana degli inizi del sec. XII diversi tratti verticali discendenti non si arrestano alla linea di scrittura, ma la sfiorano e avanzano (o risalgono) verso destra con un tratto di stacco, più o meno ampio. Siano questi stacchi inerenti alla morfologia originaria della lettera, o acquisiti nel corso di successive normalizzazioni, sono provviste di trattini analoghi le lettere a, d, i, 1, m, n, u, trattini ai quali si possono avvicinare, per analogia di funzioni, i più ampi tratti di base di c, e, t, x. Solo di recente ha suscitato pari attenzione un fenomeno analogo, che ha luogo sulla linea superiore di scrittura, là dove discendono i tratti verticali: le lettere i, m, n, p, r, u (alle quali, in molte realizzazioni, si deve aggiungere la a) iniziano con un trattino di attacco, sporgente verso sinistra. Questi trattini di attacco e di stacco possono essere eseguiti in vari modi e presentare forme differenti, ma assolvono tutti e sempre una identica funzione: si protendono, sfiorano, spesso toccano la lettera che precede e quella che segue, costruiscono le maglie di una ininterrotta catena grafica nella quale sono inserite lettere attigue. Agli inizi del sec. XII uno stretto concatenarsi di lettere tracciate singolarmente dipende, almeno in parte, da scelte esecutive, quali l'ampiezza dei trattini, la vicinanza reciproca delle lettere, la loro omogenea altezza; ma di norma, indipendentemente da una scrittura più o meno serrata, quando una lettera (quale la f) individua col suo ultimo tratto la linea superiore di scrittura e la lettera successiva (ad esempio la i) presenta un trattino di attacco, i due tratti si sfiorano, talora (soprattutto nell'avanzare del secolo) sono sovrapposti in un minimo nesso. Queste apposizioni e questi piccoli nessi costituiscono una nuova costante dello scrivere; frequenti soprattutto dopo e, f, g, r, t, sono molto più rari dopo c o x, che difficilmente chiudono sulle lettere successive col loro tratto superiore. I1 nesso, quando è attuato, costituisce una importante novità visiva, perché nella successione di due lettere (per esempio tu) il trattino di attacco di u, sovrapposto all'ultimo tratto di t, non è ben visibile, e le due lettere in successione sembrano quasi legate fra loro; la novità visiva è comunque indipendente da una novità esecutiva, perché le lettere sono realizzate singolarmente senza modifiche di forme o eliminazione di tratti accessori.
      Passando all'altro polo della contrapposizione, chi osservi il funzionamento della rotunda nel tardo sec. XIII, anche nelle realizzazioni, meno formali, dei codici giuridici, noterà immediatamente che la singola lettera ha perso la sua individualità a scapito della identificazione della parola grafica, ampiamente perseguita anche in testi fitti e serrati.
      La testuale italiana, ormai normalizzata nelle forme dei segni grafici, nelle loro reciproche dimensioni, presenta una sorprendente ricchezza di strumenti per collegare fra loro le lettere che costituiscono la singola parola. Se i trattini di attacco e stacco, le loro apposizioni e sovrapposizioni svolgono agli inizi del sec. XII una funzione sintagmatica, di generale concatenamento delle lettere, nel nuovo sistema testuale, accanto a questo primo principio ordinatore, si presentano quattro costanti, quattro leggi di organizzazione della materia grafica. Come vedremo, due di esse interessano quelle lettere con curva (come o, d, p), che spesso costituivano momento di crisi del vecchio sistema; due governano le apposizioni e i nessi di tratti di attacco e stacco; tutte insieme mirano a una esecuzione serrata, e ad un tempo concatenata, delle lettere, che abbia per risultato parole nettamente individuate in se stesse e quindi chiaramente divise da quanto precede e segue.
      Le prime due regole sono state scoperte e studiate quasi un secolo fa da Wilhelm Meyer, che ne ha dato questa formulazione:
1. Quando una lettera termina con la stessa curva di o e la lettera che segue inizia con la curva anteriore di o, allora queste due curve contigue non vengono separate, bensì sono tracciate l'una sopra l'altra.
2. Dopo tutte le lettere che terminano con la stessa curva di o si deve scrivere non la r diritta ma la r rotonda.
Come Meyer avverte con grande acutezza, le due regole si imposero perché l'uso normalizzato di spazi bianchi fra parole doveva necessariamente connettersi con accorgimenti volti ad evitare che fra le lettere della singola parola si inserissero spazi bianchi, fonte di possibili errori di lettura.
      Nella rotunda italiana del sec. XIII le regole del Meyer trovano applicazione sicura, ma certo abbastanza limitata, viste le più ridotte possibilità che il sistema italiano offre rispetto agli usi transalpini.
      In genere, in un manoscritto italiano, i nessi adoperati dal singolo copista non superano le due decine, mentre la somma dei vari usi non raggiunge le tre. Parimenti l'uso della cosiddetta r rotonda, già normale a partire dal sistema carolino nella desinenza -orum, nella rotunda è attestato anche in corpo di parola, quasi esclusivamente dopo le tre lettere b, p, o.
      Passando all'esame dei tratti di attacco, recentemente è stata individuata da chi scrive una terza regola, illustrata sulla scorta di un trattato di scrittura rinascimentale, il Luminario di Giovanbattista Verini. Questa regola può essere così formulata: "Quando l'ultimo tratto di una lettera termina sulla linea superiore di scrittura e la lettera che segue presenta un tratto di attacco sulla linea superiore di scrittura, il tratto di attacco viene eliso". Questa regola nasce dall'uso, comune nella littera antiqua, di accostare o sovrapporre in nesso l'ultimo tratto di una lettera e l'attacco della successiva; essa acquisisce definitivamente il principio di avvicinare al massimo le lettere all'interno di parola già realizzato dal nesso stacco/attacco, ma nel contempo semplifica nettamente il processo dello scrivere. Nell'antiqua, nella successione fra stacco e attacco, il trattino di attacco (anche se sovrapposto in nesso) è sempre tracciato, nella rotunda il trattino di attacco è eliso, manca, e il tratto discendente è realizzato senza alcun ritocco. Poiché il tratto finale delle sette lettere che provocano elisione, c, e, f, g, r, t, x, stacca in diagonale e il primo tratto discendente delle lettere che subiscono elisione, i, m, n, p, r, t, u, attacca in diagonale, i due tratti sono perfettamente conformi l'uno all'altro, permettono un'esecuzione di massima razionalità grafica.
      Già è stato illustrato altrove, sulla base di un testimonio tardo, lo schema di tutte queste possibili elisioni; sia ora sufficiente segnalare che esse risultano regolarmente attestate nella rotunda della seconda metà del sec. XIII: l'elisione di norma è costante dopo f, g, r, t, più incerta dopo c, e, x, ma anche per queste ultime lettere è sempre praticata nella maggioranza dei casi possibili.
      Nel ritmo serrato dei tratti di attacco e stacco si deve infine individuare un'ultima costante, che può formularsi in questi termini: "Le lettere concave verso destra, quali la c, chiudono sulla lettera successiva, sia sulla base che sulla linea superiore di scrittura". Nella rotunda italiana questa chiusura interessa le lettere c, e, t, x (nelle testuali transalpine più fratte anche la f e la r) ed è sostanzialmente indipendente dalla forma del primo tratto della lettera posteriore, sia esso rotondo, rettilineo, o con trattino di attacco (che in tal caso viene eliso).
      A completamento di queste osservazioni bisogna invece precisare che nella scrittura italiana del sec. XIII non sembrano esistere norme particolari per l'uso di d diritta o rotonda e di r diritta o rotonda, che esulino dal principio generale di tutelare al massimo l'interna compattezza della dictio; la d rotonda è adoperata di norma davanti a lettera tonda, la r rotonda dopo lettera tonda, la d e la r diritta dopo una delle sette lettere che provocano elisione.
      La individuazione delle regole che abbiamo illustrato è sicuramente un'acquisizione di grande rilievo per comprendere come sia avvenuta la metamorfosi della scrittura, come il nuovo sistema disponga di una ricca serie di strumenti per individuare la parola grafica in una indissolubile unità, ben distinta da quanto precede e da quanto segue. Eppure, anche se sono stati usati i termini di regola, di norma, questo complesso sistema sintagmatico non può né deve essere avvertito come una legge astratta dello scrivere che fra XII e XIII secolo viene rigidamente ad imporsi alla materia grafica. Nessuna realizzazione della testuale, se non la scrittura ormai morta che il Verini celebra, testimonierà mai l'osservanza piena di tutte queste regole di organizzazione delle lettere in successione in tutte le possibili sequenze: la ricchezza del sistema è rifratta nelle realizzazioni dei singoli copisti, nessuno dei quali, di norma, l'attua integralmente.
      Nella contrapposizione fra il sistema antico e il sistema moderno finora abbiamo osservato soprattutto i nuovi fatti di struttura che segnano l'individuazione della parola grafica, constatando come la singolarità, l'unità della lettera del sistema carolino sia ormai superata in una stretta serie di connessioni fra lettera e lettera. Se ora dissolviamo le singole lettere nei loro elementi costitutivi, nei singoli tratti, e analizziamo come sono costruite le lettere nei due sistemi, recuperiamo un ulteriore elemento di novità che risiede esclusivamente in una scelta esecutiva, di tecnica dello scrivere. Già è stato segnalato con forza che un aspetto costitutivo del cambio grafico è l'emergere di una innovazione tecnica, l'analisi e la scomposizione delle lettere in pochi tratti essenziali che, ripetuti in diversa posizione e successione, permettono la costruzione di tutti i segni grafici. Non è consapevolezza recente; già il Verini, nell'insegnare a tracciare la litera moderna, poneva a base della scrittura pochi tratti essenziali, frego, punto, mezzo punto, testa, mezza testa, i tratti discendenti (asta o gamba a seconda dell'ampiezza), i tratti curvi (modellati sulle due curve di o), offrendo un esempio che ancora oggi può essere usato proficuamente.
      La scrittura, eliminando o scomponendo i tracciati curvi più complessi, diventa più semplice, vede prevalere tratti discendenti, tendenzialmente rettilinei; la rotunda risulta una grande costruzione modulare, in cui gli stessi effetti di penna sono ripetuti in forme semiautomatiche, permettendo a molti scriptores del sec. XIII di raggiungere quei risultati di straordinaria omogeneità, che nella minuscola carolina erano acquisiti solo come vette di una maestria tecnica, nella consapevole esecuzione di lettere ben diverse nella loro morfologia.
      Nello studio della rotunda si deve però procedere oltre nell'analisi di questi effetti di penna, di questa scomposizione in tratti comune a tutto il sistema testuale, per individuare i fatti di esecuzione che le sono propri in forma esclusiva.
      Innanzi tutto emerge un’acquisizione che discende immediatamente da quanto abbiamo detto: la rotunda italiana, costruita razionalmente con pochi tocchi di penna, è una scrittura spezzata, frazionata nei suoi tempi di esecuzione. Chi osservi una qualsiasi realizzazione di questa scrittura, e non solo lo stilizzatissimo codice liturgico, ma anche il manoscritto universitario già semplificato nello stile, si accorge che tutte le aste (aste di b, d, h, k sopra; p, q sotto) e tutti i tratti che si arrestano alla base di scrittura (f, h, k,e 2° tratto di m, 1° tratto di n, r diritta, s diritta) attaccano e staccano pari perché sono ritoccati (il tratto discendente infatti attacca e stacca in diagonale; è pareggiato con un trattino complementare, di riempimento); egualmente, i trattini di attacco e di stacco, ormai elemento costitutivo di molte lettere, quando sono più ampi non solo presentano una netta individualità rispetto al tratto verticale di cui sono complemento, ma sono eseguiti con un autonomo tocco di penna. Questa esecuzione spezzata, talora accertabile con sicurezza nella imperfetta coincidenza fra attacco e tratto discendente o fra tratto discendente e stacco, interessa le sezioni di parecchie lettere che nell'antiqua di solito sono tracciate in un solo tempo, la sezione posteriore di a, l, gli ultimi tratti di m e n, il primo tratto di u (talora frazionato in tre tempi); spesso anche la prima sezione di b, la seconda di d diritta, i primi tratti di m, n, r, t, l'ultimo tratto di u.
      Comprendere che il processo dello scrivere è frazionato, spezzato, e che anche lettere originariamente semplici comportano numerosi tocchi di penna è un risultato nuovo e importante della nostra indagine; questa acquisizione ci permette di verificare che la pretesa rotondità del modello italiano, spesso contrapposta ad un'esecuzione spezzata nelle scritture d'oltralpe, risulta esclusivamente un fatto di morfologia, di selezione di forme di lettere: per quanto riguarda i tempi di esecuzione, la tecnica dello scrivere, la rotunda italiana è più o meno spezzata come la littera textualis formata degli altri paesi europei. Quello che rende radicalmente diversa la rotunda dalle altre scritture transalpine è una scelta stilistica, la realizzazione di un modello di tratto discendente (asta o gamba nel lessico del Verini) che in numerose lettere inizia e/o finisce pari, o che si differenzia per la presenza di trattini di attacco e stacco: in virtù di tali caratteristiche esecutive, questi tratti raggiungono un risultato di grandissimo rilievo per la lettura. La rotunda italiana è infatti una scrittura ad altissima dissimilazione, nella quale è impossibile scambiare lettere strutturalmente simili, ma che presentano una forma nettamente distinta per i tratti di attacco e stacco. Così mentre in Francia, Inghilterra e Germania la spezzatura ad angolo, rispetto ai tratti discendenti, degli attacchi e degli stacchi porta ad una assimilazione reciproca fra le lettere i, m, n, u, e a palesi difficoltà di lettura, nella testuale italiana le singole lettere e le sequenze sono sempre perfettamente individuabili: una i + n può essere letta solo come i + n, non può confondersi con n+ i, o m, o u+ i, o i+u.
      Questa dissimilazione, perfettamente ottenuta con tratti verticali, costituisce con ogni probabilità il motivo per cui molte realizzazioni della rotunda non fanno uso di u/v angolare e adottano con relativa parsimonia lettere tonde, quali d e s, accanto alle varianti diritte; le lettere rotonde infatti sono assolutamente indispensabili per differenziare la catena grafica, favorendo una lettura non equivoca, solo all'interno di una scrittura fatta di tratti discendenti tutti eguali alla base.
La non equivocità dei segni all'interno di parola, fondata sul piano della stilizzazione, è la principale caratteristica che rende perfetta la rotunda ai fini della lettura; probabilmente (per ora si può solo avanzare un’ipotesi suggestiva) questa scelta formale ha determinato la diffusione e l'egemonia della rotunda nei testi liturgici e nella comunicazione scientifica, colta (diritto, teologia, medicina) contro altri modelli di littera textualis, praticati in Italia nel corso del sec. XIII, caratterizzati da un'esecuzione più assimilata dei tratti di attacco e stacco, che differenzia meno le lettere in successione.
Si può individuare un'esperienza grafica che renda storicamente ragione di queste specifiche scelte esecutive che fondano insieme lo stile e la funzionalità della rotunda?
      Verificando, su basi strettamente grafiche, un'ipotesi avanzata anni fa da Petrucci, autorevolmente ribadita da Bischoff, secondo cui la rotunda nasce dalla littera antiqua ampia, pesante, dell'Italia centrale (ma una rapida raccolta di esempi suggerisce di includere, oltre la Toscana, anche l'Emilia e il Veneto padano), si raggiunge, a nostro parere, la certezza piena di questo radicarsi della nuova scrittura nell'esperienza grafica del sec. XII.
      Nell'antiqua, soprattutto nella scrittura più pesante della metà circa del secolo, sono già palesi molti fenomeni poi tipici della rotunda, dalla presenza di tratti di attacco e di stacco, all'esecuzione spezzata, a tocchi di penna, delle sezioni delle lettere, al ritocco pari dei tratti che si arrestano alla base di scrittura. Anche i tratti fondamentali delle lettere (il tratto verticale discendente, il tratto parallelo alla base di scrittura) presentano nell'antiqua lo stesso attacco e stacco diagonale che mostrano poi nella rotunda. I principali fatti esecutivi indicano quindi una sorprendente continuità fra il sistema antico e il moderno, radicano fortemente l'uno nell'altro, e soprattutto permettono di escludere che un fatto estrinseco, quale il mutamento dell'angolo di scrittura, possa avere svolto un ruolo influente nel governare la metamorfosi.
      Se ora volessimo passare dall'esame della rotunda pienamente formata nei suoi elementi di struttura e di stile a un'analisi del mutamento, delle innovazioni cioè in positivo e in negativo che scandiscono il cambio grafico fra l'antiqua e la textualis, dovremmo constatare che i mezzi odierni non ci permettono di attingere le distinte acquisizioni di cronologia e geografia scrittoria che di norma ci si attendono da ricerche come questa.
      Comunque, se il sistema nuovo, come abbiamo già segnalato con forza, consiste in una articolata serie di strumenti per collegare, per serrare le lettere all'interno della parola grafica, possiamo almeno provvisoriamente segnalare che molte di queste innovazioni (dal nesso di curve contrapposte alla chiusura di lettere concave sulla successiva in forme ancora discontinue si presentano nei codici degli ultimi trenta anni del sec. XII; egualmente, sulla scorta di manoscritti sicuramente datati, si può affermare che tutti quegli elementi di sistema e di stile che caratterizzano la rotunda sono già chiaramente realizzati fra il 1230 e il 1240.
      Soffermiamoci a ripensare i principali risultati della nostra indagine. Affrontando la produzione del libro in Italia fra XII e XIII secolo al suo livello più alto (scritture di modulo ampio o medio, posate, eseguite da copisti esperti) abbiamo visto come la littera antiqua venga ad alterarsi e modificarsi attraverso numerose innovazioni, che si riscontrano in serie omogenea nel nuovo sistema testuale: la rotunda è una scrittura fortemente spezzata, eseguita a piccoli tocchi di penna, in una costruzione semplice e razionale; le lettere, quasi bilineari, attraverso vari artifici sono strettamente connesse le une alle altre nella parola grafica, di norma bene distinta da spazi anteriori e posteriori; grazie a un calcolato gioco di differenti tratti di attacco e di stacco la compressione reciproca delle lettere non intacca mai la leggibilità, anzi i molti tratti che terminano pari sulla base di scrittura concorrono a definire una catena grafica insieme serrata e bene spaziata. Queste novità grafiche possono essere scandite da un grossolano abbozzo di cronologia relativa (tutto quello che è possibile dire con gli strumenti odierni), segnalando i due momenti essenziali di questo processo negli ultimi trenta anni del sec. XII (instaurarsi di organici rapporti fra le lettere) e nel decennio fra 1230 e 1240 (stilizzazione della rotunda).
      Dopo avere studiato come e quando avviene il cambio grafico, una consolidata tradizione di studio imporrebbe di individuarne le cause e le sedi. Non ci sottrarremo a questo compito, anche se bisogna ulteriormente segnalare la provvisorietà di alcune osservazioni che avanzeremo a titolo di prima analisi, ma che valgono soprattutto quali ipotesi per future ricerche.
      Nell'indagare come è mutata la scrittura, sia pure su un piano puramente descrittivo, di opposizione fra sistemi grafici, è già stata implicitamente presa una netta posizione contro quelle teorie, ricorrenti da oltre 60 anni, che vedono l’essenza della nuova scrittura nella sua angolosità, e spiegano la spezzatura dei tratti (e quindi la causa prima del nuovo) con il mutamento dello strumento scrittorio che, secondo l'ipotesi correntemente citata di Boussard, passa da una temperatura pari a una temperatura zoppa verso sinistra. A parere di chi scrive, la maggiore angolosità tipica della littera textualis è solo un effetto secondario, il risultato di una maggiore compressione delle lettere le une sulle altre e di una concomitante esecuzione tratto dopo tratto, è cioè l'esito di un nuovo modo di disporre la scrittura per parole grafiche e di una semplificata organizzazione delle lettere. Nell'esame contrastivo della littera antiqua e della rotunda, come abbiamo visto, dobbiamo escludere ogni significativo mutamento di tecnica dello scrivere, o sensibili novità morfologiche causate da un diverso angolo dei grassi, anzi bisogna rivendicare con forza una cospicua continuità di scelte esecutive fra l'antico e il nuovo. Questa analisi, se è giusta, elimina ogni ruolo della penna quale causa del mutamento; ma anche se fosse totalmente errata, anche se il radicarsi della rotunda nel sistema antico avesse subìto il tramite di un nuovo angolo di scrittura, si dovrebbe egualmente ribadire l'assoluta marginalità dell'innovazione tecnica. La comparazione fra il sistema dell'antiqua e della rotunda ci assicura che la metamorfosi è una realtà troppo complessa per potersi ridurre ad un solo fatto grafico; nel nuovo ha compimento un reciproco modellarsi delle lettere e delle loro sezioni, l'instaurarsi di inedite connessioni all'interno di parola, la selezione di forme con funzioni specializzate. Sono fatti autonomi, che non insorgono tutti insieme né si impongono linearmente, che nel loro libero gioco rendono conto dell'estrema varietà della scrittura del libro fino al definitivo imporsi del modello della rotunda: la ricchezza stessa degli elementi che concorrono alla metamorfosi permette di escludere che un solo fatto esecutivo assurga al valore di prima causa.
      L'essenza della nuova scrittura sembra risiedere invece in tutta quella serie di accorgimenti che permettono l'individuazione e la sicura lettura della parola grafica; il nuovo consiste nei vari modi della connessione (apposizione di trattini di attacco e stacco; nesso di curve contrapposte; r rotonda dopo curva; elisione dei trattini di attacco; chiusura delle lettere concave sulla successiva), nella varietà dei tratti di attacco e stacco, che assolvono funzioni sintagmatiche e dissimilatorie, nell'imporsi di forme di lettere (d rotonda e s finale rotonda soprattutto) che assolvono funzioni sintagmatiche, dissimilatorie e demarcative. Insomma il nuovo consiste in una scrittura in cui emerge la parola grafica come blocco unitario di agevole lettura.
      Se l'alterità della rotunda rispetto all'antiqua consiste in tutti questi articolati strumenti per individuare la parola grafica, che cosa ha spinto all'innovazione, al mutamento? Come si è imposta l'esigenza della singola dictio discreta dal contesto? Finora la nostra ricerca, lavorando sulle forme del mutamento, si è mantenuta rigorosamente circoscritta ai fenomeni grafici, nella convinzione che l'analisi descrittiva sia il modo principe per presentare una dialettica che ci pare tutta interna alla metamorfosi fra antiqua e textualis. Una volta acquisito, a grandi linee, come il mutamento è avvenuto, se cerchiamo di individuare quale sia stata la spinta definitiva verso la parola grafica, se vogliamo quindi ipotizzare la causa ultima del nuovo sistema, dobbiamo passare dal piano delle strutture grafiche a più generali considerazioni sulla temperie culturale dei secc. XII e XIII. La scrittura per parole discrete risponde a un più generale mutamento che interviene fra scrittore/lettore e testo scritto: la capacità di sezionare un testo nelle sue dictiones rimanda a più solide competenze di analisi grammaticale, ha alle spalle il rifiorire delle arti del trivio prima e l'imporsi dell'ars dictandi poi; l'esigenza stessa di questa distinzione segnala l'uso di una scrittura e di una lettura silenziosa, soprattutto l'imporsi di una concezione gestaltica della lettura, in cui la parola per essere riconosciuta (e quindi letta) non deve essere scandita in sillabe, ma identificata come un'unità. Insomma si palesa alla ricerca futura un nodo di problemi, finora appena intravisti, che sollecita una sempre maggiore correlazione fra la finezza e la complessità del lavoro intellettuale del XII e XIII secolo e l'imporsi di una grammatica della leggibilità graficamente strutturata.
      Nel panorama grafico italiano, a prima e timida conferma di quanto abbiamo prospettato, può additarsi l'esperienza dei notai. Infatti non sembra un caso che risulti avanzata verso la metamorfosi proprio la scrittura di quel ceto intellettuale che nel corso del sec. XII ha fruito di un rinnovamento vigoroso dei suoi strumenti culturali. In assenza di repertori sistematici di documenti notarili in facsimile, per ora solo provvisoriamente si può additare nella scrittura dei notai, intessuta di cultura grammaticale e retorica, una sede privilegiata di sperimentazione del nuovo. Anche se ricerche appositamente mirate saranno indispensabili per ogni fatto grafico, segnaliamo almeno che nel caso dei notai bolognesi, ampiamente indagati, i nuovi usi si presentano nei documenti con indubbia precedenza cronologica rispetto ai libri (nei primi trent'anni del secolo è diffusa la individuazione della parola grafica, distinta con apposizione di trattini di attacco e stacco e con saltuari nessi di curve, è frequente l'uso di d rotonda, egemone la presenza di 7 nota tachigrafica; già intorno alla metà del secolo la scrittura del documento presenta parole grafiche al cui interno tutte le lettere sono strettamente concatenate).

      Finora (né invero poteva farsi altrimenti, in presenza di una tradizione storiografica che contempla per l'Italia solo la rotunda) la nostra indagine si è limitata ad un modello formale, normalizzato di scrittura, cercando di distinguere ciò che fonda il nuovo sistema testuale e i fatti esecutivi e di stile che caratterizzano specificatamente la rotunda.
      A conclusione di questo parziale itinerario sulla scrittura del libro nel sec. XIII bisogna però avanzare un'altra serie di considerazioni, riguardanti la ricchezza, la varietà, la molteplicità di soluzioni che caratterizzano la scrittura testuale, soprattutto nella prima metà del secolo, ma che non vengono mai meno, in particolare nelle scritture di modulo più piccolo. All'interno di una identica razionalità dello scrivere a piccoli tocchi di penna, con tratti assimilati, e di un identico concatenarsi delle lettere fra loro, si deve notare una grande varietà di fatti esecutivi, che l'occhio fisso sul modello della rotunda sembra finora avere trascurato: i tratti discendenti dalla linea superiore di scrittura talvolta sono spezzati, il sistema dei trattini di attacco e stacco è molto sviluppato e chiude le lettere in una serrata catena grafica; nelle scritture di modulo più piccolo, in cui le dimensioni delle lettere e la loro reciproca assimilazione possono pregiudicare la lettura, si sperimentano elementi di differenziazione e allora le aste sopra e sotto la base di scrittura prendono dimensioni più generose rispetto all'altezza delle lettere, come talora più ampie sono m, n, u; in alcuni casi l'uso di una penna fine, di aste elevate, di forme semplificate di a e di s finale richiamano la scrittura dei documenti, sia pure in una esecuzione tratto dopo tratto; in genere in tutte le scritture di piccolo modulo sono usate sistematicamente la d rotonda e la s finale rotonda, che dissimilano meglio delle forme diritte il ritmo verticale dello scrivere. Ne risulta un quadro mosso, articolato, di realizzazioni semplificate, attraverso le quali, in modo inaspettato, rinasce nel libro una forma di scrittura di largo uso.
      Di fronte a questo panorama, facilmente verificabile solo nel lavoro diretto in biblioteca, appena intuibile dallo studio dei facsimili riprodotti, i nostri strumenti di analisi sono decisamente approssimativi; già è un primo passo sapere distinguere fra un'unità di sistema, di organizzazione, e una stupefacente varietà di possibilità esecutive, connesse con scelte di stile, gradazioni di tracciato, ampiezza di modulo e sempre funzionali a una differenziata destinazione d'uso del libro manoscritto.
      Potremo conoscere scientificamente questa realtà solo con una serie di strumenti nuovi (riproduzioni di documenti dei secoli XII e XIII, ricerche su singoli centri scrittori, redazione di cataloghi di codici datati) se una prossima generazione di studiosi impegnerà fantasia e capacità nell'approntarli. In tal caso l'analisi della scrittura nel sec. XIII potrà finalmente staccarsi dal quadro a grandi linee, spesso appena accennate ex negativo, che questa relazione ha saputo tracciare.

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